BEYOND THE ADVANCED PSYCHIATRIC SOCIETY- A COLLECTIVE RESEARCH/ OLTRE LA SOCIETA' PSICHIATRICA AVANZATA- UNA RICERCA COLLETTIVA


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martedì 19 aprile 2011

Guy Debord "COMMENTARI SULLA SOCIETA' DELLO SPETTACOLO"/ "COMMENTAIRES SUR LA SOCIÉTÉ DU SPECTACLE"/"Comments on the Society of the Spectacle" [1988]



















Alla memoria di Gerard Lebovici, assassinato a Parigi il 5 marzo 1984 in un agguato rimasto misterioso.
I
Possiamo essere certi che questi Commentari saranno conosciuti rapidamente da cinquanta o sessanta persone; che non sono poche di questi tempi, e trattando di questioni così gravi. Ma è anche perché in certi ambienti ho fama di essere un intenditore. Bisogna inoltre considerare che la metà, o pressappoco, dell’elite che si interesserà al libro è composta da persone la cui occupazione è il mantenimento del sistema di dominio spettacolare, e l’altra metà da persone che si ostineranno a fare tutto l’opposto. Dovendo perciò tener conto di lettori attentissimi e diversamente influenti, non posso ovviamente parlare in tutta libertà. Soprattutto devo stare attento a non istruire troppo chiunque. La gravita dei tempi attuali mi costringerà quindi a scrivere, ancora una volta, in maniera nuova. Certi elementi saranno volutamente omessi; e il piano dovrà rimanere abbastanza oscuro. Si potrà incontrare, come impronta tangibile dell’epoca, qualche tranello. A condizione di intercalare qua e là numerose altre pagine, il senso totale può risultare chiaro: così, assai spesso, articoli segreti sono stati aggiunti a quanto certi trattati precisavano apertamente, e allo stesso modo succede che degli agenti chimici rivelino una parte sconosciuta delle loro proprietà solo quando si trovano associati ad altri. Del resto, in questo breve lavoro ci saranno anche troppe cose che risulteranno, ahimè, di troppo facile comprensione.
II
Nel 1967 ho mostrato in un libro, La società dello spettacolo, ciò che lo spettacolo moderno era già nella sua essenza: il regno autocratico dell’economia mercantile elevato a uno statuto di sovranità irresponsabile, e l’insieme delle nuove tecniche di governo che accompagnano tale regno. Dato che le rivolte del 1968, prolungatesi in vari paesi nel corso degli anni successivi, in nessun luogo hanno abbattuto l’organizzazione attuale della società, da cui esso scaturisce quasi spontaneamente, lo spettacolo ha continuato a consolidarsi ovunque, cioè ad estendersi alle estremità da tutti i lati, e al tempo stesso ad accrescere la sua densità al centro. Ha perfino appreso nuovi metodi difensivi, come avviene normalmente ai poteri attaccati. Quando ho intrapreso la critica della società spettacolare è stato notato soprattutto, dato il momento, il contenuto rivoluzionario che si poteva ravvisare in tale critica, e naturalmente si è visto in esso il suo elemento più deplorevole. Quanto alla cosa stessa, sono stato accusato a volte di averla inventata di sana pianta, e sempre di avere esagerato intenzionalmente nel valutare la profondità e l’unità di tale spettacolo e della sua azione effettiva. Devo ammettere che in seguito gli altri, pubblicando nuovi libri sullo stesso argomento, hanno dimostrato perfettamente che si poteva evitare di dirne tanto. Hanno dovuto solo sostituire l’insieme e il suo movimento con un unico dettaglio statico della superficie del fenomeno, scegliendolo ogni volta diverso, e quindi tanto meno inquietante, secondo l’originalità di ogni autore. Nessuno ha voluto alterare la modestia scientifica della sua interpretazione personale inserendovi avventati giudizi storici. In definitiva però la società dello spettacolo ha continuato ugualmente il suo corso. Procede in fretta, perché nel 1967 aveva poco più di una quarantina d’anni dietro di sé; ma spesi assai bene. E col suo movimento, che nessuno si prendeva più la briga di studiare, ha dimostrato in seguito, con imprese straordinarie, che la sua natura effettiva era proprio quella che io avevo indicato. Questa constatazione non ha soltanto un valore accademico: perché era forse indispensabile avere riconosciuto l’unità e l’articolazione di quella forza attiva che è lo spettacolo, per essere quindi in grado di ricercare in quali direzioni tale forza ha potuto muoversi, essendo ciò che era.. Sono questioni di grande interesse: la continuazione del conflitto nella società si giocherà necessariamente in tali condizioni. Dato che lo spettacolo è oggi indubbiamente più potente di prima, come usa tale potenza supplementare? Fino a quale punto, dove prima non si trovava, si è spinto? Quali sono insomma le sue linee di operazioni in questo momento? La vaga sensazione che si tratti di una sorta di rapida invasione, che obbliga la gente a cambiare radicalmente vita, è ormai largamente diffusa; ma ciò è sentito piuttosto come una modificazione misteriosa del clima o di un altro equilibrio naturale, modificazione di fronte alla quale l’ignoranza sa solo di non aver niente da dire. Inoltre, molti ammettono che si tratta di un’invasione civilizzatrice, peraltro inevitabile, e hanno perfino voglia di collaborarvi. Costoro preferiscono non sapere a cosa serve esattamente questa conquista, e come procede. Accennerò ad alcune conseguenze pratiche, ancora poco note, risultanti dalla rapida espansione dello spettacolo negli ultimi vent’anni. Non mi propongo di suscitare polemiche, ormai troppo facili e troppo inutili, su nessun aspetto della questione; né tanto meno mi propongo di convincere. Questi commentari non intendono moraleggiare. Non considerano ciò che è auspicabile o semplicemente preferibile. Si limiteranno a rilevare ciò che esiste.
III
Adesso che nessuno può ragionevolmente dubitare dell’esistenza e della potenza dello spettacolo, possiamo in compenso dubitare che sia ragionevole aggiungere qualcosa su una questione che l’esperienza ha liquidato in modo tanto drastico. «Le Monde» del 19 settembre 1987 illustrava efficacemente la formula «Di ciò che esiste, non c’è più bisogno di parlare», vera legge fondamentale di questi tempi spettacolari che, almeno a questo riguardo, non hanno lasciato indietro nessun paese: «Che la società contemporanea sia una società dello spettacolo, è un fatto assodato. Presto si noteranno solo quelli che non si fanno notare. Non si contano più le opere che descrivono un fenomeno che sta caratterizzando tutte le nazioni industriali, senza risparmiare i paesi in ritardo rispetto al loro tempo. Il buffo, però, è che i libri che analizzano, generalmente per deplorarlo, questo fenomeno, devono a loro volta adeguarsi allo spettacolo per farsi conoscere». In effetti questa critica spettacolare dello spettacolo, tardiva e che per di più vorrebbe «farsi conoscere» sullo stesso terreno, si limiterà necessariamente a vane generalizzazioni o a ipocriti rimpianti; come sembra vana anche la saggezza disillusa che sproloquia su un giornale. La vuota discussione sullo spettacolo, ossia su ciò che fanno i proprietari del mondo, è così organizzata da esso stesso: si insiste sui grandi mezzi dello spettacolo per non dire niente del loro grande uso. Spesso si preferisce chiamarlo, invece che spettacolo, «il mediale». E con questo termine si intende designare un semplice strumento, una sorta di servizio pubblico che gestirebbe con imparziale «professionismo» la nuova ricchezza della comunicazione di tutti attraverso i mass media, comunicazione finalmente giunta alla purezza unilaterale, in cui la decisione già presa si lascia tranquillamente ammirare. Ciò che è comunicato sono degli ordini; e, in modo molto armonioso, coloro che li hanno dati sono anche quelli che diranno ciò che ne pensano. Il potere dello spettacolo, così essenzialmente unitario, centralizzatore per forza di cose, e completamente dispotico nello spirito, si indigna assai spesso vedendo formarsi sotto il suo regno una politica-spettacolo, una giustizia-spettacolo, una medicina-spettacolo o tanti altri «eccessi mediali» così sorprendenti. Dunque lo spettacolo non sarebbe altro che l’eccesso del mediale, la cui natura, indiscutibilmente buona dato che serve a comunicare, è talvolta portata all’eccesso. Con una certa frequenza, i padroni della società affermano di essere serviti male dai loro dipendenti mediali; più spesso rimproverano alla plebe degli spettatori la tendenza ad abbandonarsi senza ritegno, in modo quasi bestiale, ai piaceri dei mass media. In questo modo si nasconderà, dietro una moltitudine virtualmente infinita di presunte divergenze mediali, quello che è al contrario il risultato di una convergenza spettacolare voluta con notevole tenacia. Come la logica della mercé prevale sulle diverse ambizioni concorrenziali di tutti i commercianti, o come la logica della guerra domina sempre le frequenti trasformazioni degli armamenti, così la logica severa dello spettacolo comanda ovunque l’estrema varietà degli eccessi mediali. Il cambiamento più importante, in tutto ciò che è successo negli ultimi vent’anni, sta nella continuità stessa nello spettacolo. Tale importanza non dipende dal perfezionamento della sua strumentazione mediale, che già in precedenza aveva raggiunto uno stadio di sviluppo molto avanzato: il fatto essenziale è semplicemente che il dominio spettacolare abbia potuto allevare una generazione sottomessa alle sue leggi. Le condizioni straordinariamente nuove in cui tale generazione, nel suo complesso, ha effettivamente vissuto, costituiscono un riassunto preciso e sufficiente di tutto ciò che ormai lo spettacolo impedisce; e anche di tutto ciò che permette.
IV
Sul piano puramente teorico, dovrò aggiungere a quanto avevo formulato in precedenza solo un dettaglio, ma carico di conseguenze. Nel 1967 distinguevo due forme, successive e antagonistiche, del potere spettacolare: quella concentrata e quella diffusa. Entrambe aleggiavano sulla società reale, come suo scopo e sua menzogna. La prima, mettendo in risalto l’ideologia riassunta intorno ad una personalità dittatoriale, aveva accompagnato la controrivoluzione totalitaria, sia nazista che stalinista. L’altra, incitando i salariati ad effettuare liberamente le loro scelte tra una grande varietà di merci nuove in competizione, aveva costituito quel!’americanizzazione del mondo che per certi aspetti spaventava, ma soprattutto affascinava i paesi in cui le condizioni delle democrazie borghesi di tipo tradizionale avevano potuto mantenersi più a lungo. Successivamente si è costituita una terza forma, attraverso la combinazione ragionata delle due precedenti, e sulla base generale di una vittoria di quella che si era mostrata più forte, la forma diffusa. Si tratta dello spettacolare integrato, che tende ormai a imporsi su scala mondiale. Il ruolo predominante già svolto dalla Russia e dalla (Germania nella formazione dello spettacolare concentrato, e dagli Stati Uniti in quella dello spettacolare diffuso, pare spettare alla Francia e all’Italia al momento dell’introduzione dello spettacolare integrato, attraverso il gioco di una serie di fattori storici comuni: ruolo importante del partito e del sindacato stalinista nella vita politica e intellettuale, scarsa tradizione democratica, lunga monopolizzazione del potere da parte di un unico partito di governo, necessità di finirla con una contestazione rivoluzionaria apparsa di sorpresa. Lo spettacolare integrato si manifesta al tempo stesso come concentrato e come diffuso, e dall’inizio di questa fruttuosa unificazione ha saputo sfruttare maggiormente entrambe le qualità. Le loro precedenti modalità di applicazione sono molto cambiate. Per quanto riguarda l’aspetto concentrato, il suo centro direttivo è ormai diventato occulto: non è più occupato da un capo conosciuto né da un’ideologia precisa. Per quanto riguarda l’aspetto diffuso, l’influenza spettacolare non aveva mai contrassegnato fino a questo punto la quasi totalità dei comportamenti e degli oggetti prodotti socialmente. Perché in definitiva il senso dello spettacolare integrato è che si è integrato nella realtà stessa man mano che ne parlava; e che la ricostruiva come ne parlava. Così adesso questa realtà non gli sta più di fronte come qualcosa di estraneo. Quando lo spettacolare era concentrato gli sfuggiva la maggior parte della società periferica; quando era diffuso, una piccola parte; oggi, niente. Lo spettacolo si è mischiato a ogni realtà, irradiandola. Come era facilmente prevedibile sul piano teorico, l’esperienza pratica della realizzazione sfrenata delle volontà della ragione mercantile avrà dimostrato rapidamente e senza eccezioni che il divenir mondo della falsificazione era anche un divenir-falsificazione del mondo. Eccetto un patrimonio ancora cospicuo, ma destinato a ridursi sempre di più, di libri e di edifici antichi, peraltro selezionati e disposti in prospettiva sempre più spesso secondo le preferenze dello spettacolo, non esiste più nulla, nella cultura e nella natura, che non sia stato trasformato, e inquinato, secondo le capacità e gli interessi dell’industria moderna. La genetica stessa è diventata pienamente accessibile alle forze dominanti della società.
Il governo dello spettacolo, che attualmente detiene tutti i mezzi per falsificare l’insieme della produzione nonché della percezione, è padrone assoluto dei ricordi e padrone incontrollato dei progetti che plasmano l’avvenire più lontano. Egli regna da solo ovunque; egli esegue le sue sentenze sommarie. In tali condizioni possiamo vedere scatenarsi all’improvviso, con un tripudio carnevalesco, una fine parodistica della divisione del lavoro; tanto più tempestiva in quanto coincide col movimento generale di scomparsa di ogni autentica competenza. Un finanziere canta, un avvocato diventa informatore della polizia, un fornaio espone le sue preferenze letterarie, un attore governa, un cuoco disserta sui tempi di cottura come momenti essenziali della storia universale. Ognuno può apparire improvvisamente nello spettacolo per darsi pubblicamente, o a volte perché ci si è dedicato di nascosto, a un’attività completamente diversa dalla specialità grazie alla quale si era fatto conoscere finora. Dato che il possesso di uno «statuto mediale» ha assunto un’importanza infinitamente maggiore del valore di ciò che si è stati effettivamente capaci di fare, è normale che tale statuto sia facilmente trasferibile, e conferisca il diritto di brillare allo stesso modo in qualsiasi altro ruolo. Il più delle volte queste particelle mediali accelerate proseguono la loro semplice carriera nell’ammirabile garantito statutariamente. Ma avviene che la transizione dei mass media faccia da copertura tra molte imprese, ufficialmente indipendenti ma di fatto collegate segre-liimcnte grazie a varie reti ad hoc. Tanto che, a volte, la divisione sociale del lavoro e la solidarietà comunemente prevedibile del suo uso riappaiono sotto forme letalmente nuove: per esempio, è ormai possibile pubblicare un romanzo per preparare un assassinio. Questi esempi pittoreschi significano anche che non possiamo più fidarci di nessuno in rapporto al suo mestiere. Ma la massima ambizione dello spettacolare integrato è pur sempre che gli agenti segreti diventino dei rivoluzionari, e che i rivoluzionari diventino degli agenti segreti.
V
La società modernizzata fino allo stadio dello spettacolare integrato è contraddistinta dall’effetto combinato di cinque caratteristiche principali, che sono: il continuo rinnovamento tecnologico; la fusione economico-statale; il segreto generalizzato; il falso indiscutibile; un eterno presente. Il processo di innovazione tecnologica dura da un pezzo, ed è costitutivo della società capitalista, detta a volte industriale o postindustriale. Ma da quando ha avuto la sua accelerazione più recente (all’indomani della seconda guerra mondiale), rafforza sempre più incessantemente l’autorità spettacolare, perché grazie ad essa ognuno si scopre abbandonato completamente all’insieme degli specialisti, ai loro calcoli e ai loro giudizi sempre soddisfatti su tali calcoli. La fusione economico-statale è la tendenza più manifesta di questo secolo; ed è diventata quanto meno il motore dello sviluppo economico più recente. L’alleanza difensiva e offensiva conclusa tra queste due potenze, l’economia e lo Stato, ha assicurato loro i massimi benefici comuni, in tutti i campi: possiamo dire che ognuna delle due possiede l’altra; è assurdo opporle, o distinguere le loro ragioni o le loro follie. Inoltre questa unione si è mostrata estremamente favorevole allo sviluppo del dominio spettacolare, il quale precisamente non era altro fin dalla sua formazione. Le ultime tre caratteristiche sono gli effetti diretti di questo dominio, al suo stadio integrato.
Il segreto generalizzato sta dietro lo spettacolo, come complemento decisivo di ciò che mostra e, se scendiamo al fondo delle cose, come la sua operazione più importante. Il solo fatto di essere ormai indiscutibile ha fornito al falso una qualità del tutto nuova. Allo stesso tempo, il vero ha smesso di esistere quasi dappertutto, o nel migliore dei casi si è visto ridotto allo stato di ipotesi indimostrabile. Il falso indiscutibile ha ultimato la scomparsa dell’opinione pubblica, che in un primo tempo è stata incapace di farsi sentire; e in seguito, molto rapidamente, anche solo di formarsi. Naturalmente ciò provoca conseguenze importanti nella politica, nelle scienze applicate, nella giustizia, nella conoscenza dell’arte. La costruzione di un presente in cui la moda stessa, dall’abbigliamento ai cantanti, si è immobilizzata, che vuole dimenticare il passato e che non da più l’impressione di credere in un futuro, è ottenuta grazie all’incessante passaggio circolare dell’informazione, che ritorna continuamente su una lista brevissima di inezie sempre uguali, annunciate con passione come notizie importanti; mentre le notizie veramente importanti, su ciò che effettivamente cambia, passano solo di rado e per brevi baleni. Riguardano sempre la condanna che questo mondo pare aver pronunciato contro la propria esistenza, le tappe della sua autodistruzione programmata.
VI
L’intenzione originaria del dominio spettacolare era far sparire la conoscenza storica in generale; e in primo luogo quasi tutte le informazioni e tutti i commenti ragionevoli sul passato più recente. Un’evidenza così flagrante non ha bisogno di essere spiegata. Lo spettacolo organizza magistralmente l’ignoranza di ciò che succede e, subito dopo, l’oblio di ciò che siamo riusciti ugualmente a sapere. La cosa più importante è la più nascosta. Da vent’anni a questa parte niente è stato sommerso da tante bugie imposte quanto la storia del maggio 1968. Tuttavia sono state tratte lezioni utili da alcuni studi privi di mistificazioni su quelle giornate e sulle loro origini; ma questo è segreto di Stato. In Francia, già dieci anni fa, un presidente della Repubblica ormai dimenticato ma che allora galleggiava sulla superficie dello spettacolo esprimeva ingenuamente la gioia che provava «sapendo che vivremo ormai in un mondo senza memoria, in cui, come sulla superficie dell’acqua, l’immagine scaccia indefinitamente l’immagine». In effetti è comodo per chi è negli affari, e sa restarci. La fine della storia è un piacevole riposo per ogni potere attuale. Gli garantisce assolutamente il successo dell’insieme delle sue imprese, o almeno la notizia del successo. Un potere assoluto sopprime tanto più radicalmente la storia quanto più sono imperiosi gli interessi od obblighi che ha per farlo, e in particolare nella misura in cui le agevolazioni pratiche di esecuzione che ha trovato sono più o meno grandi. Ts’in Che Hoang Ti ha fatto bruciare i libri, ma non è riuscito a farli sparire tutti. Stalin nel nostro secolo aveva spinto oltre la realizzazione di tale progetto ma, nonostante le complicità di ogni sorta che ha potuto trovare al di fuori delle frontiere del suo impero, restava una vasta zona del mondo inaccessibile alla sua polizia, in cui si rideva delle sue imposture. Lo spettacolare integrato ha fatto di meglio, con procedimenti nuovissimi e operando stavolta su scala mondiale. Non è più permesso ridere dell’inettitudine che si fa rispettare ovunque, o comunque è diventato impossibile far sapere che se ne ride.
Il campo della storia era il memorabile, la totalità degli avvenimenti le cui conseguenze si sarebbero manifestate a lungo. Inseparabilmente, la conoscenza avrebbe dovuto durare, e aiutare a comprendere almeno in parte ciò che sarebbe successo di nuovo: «un’acquisizione per sempre», dice Tucidide. In tal modo la storia era la misura di un’autentica novità; e chi vende la novità ha tutto l’interesse a far sparire il modo di misurarla. Quando l’importante si fa riconoscere socialmente come ciò che è istantaneo e lo sarà ancora nell’istante successivo, altro e identico, e che sarà sempre sostituito da un’altra importanza istantanea, possiamo anche dire che il metodo usato garantisce una sorta di eternità di questa non-importanza, che parla così forte. Il vantaggio prezioso che lo spettacolo ha ricavato da questa messa al bando della storia, dal fatto di aver già condannato tutta la storia recente a passare alla clandestinità e di essere riuscito a far dimenticare in misura molto ampia lo spirito storico all’interno della società, è innanzitutto l’occultamento della propria storia: il movimento stesso della sua recente conquista del mondo. Il suo potere appare già familiare come se fosse esistito da sempre. Tutti gli usurpatori hanno voluto far dimenticare che sono appena arrivati.
VII
Con la distruzione della storia l’avvenimento contemporaneo stesso si allontana immediatamente in una distanza favolosa, tra i suoi resoconti non verificabili, le sue statistiche incontrollabili, le sue spiegazioni inverosimili e i suoi ragionamenti indifendibili. Solo dei funzionar! mediali potrebbero rispondere a tutte le idiozie avanzate per via spettacolare, con qualche rettifica o rimostranza rispettosa, ma per giunta ne sono avari, perché, oltre alla loro infinita ignoranza, la loro solidarietà, di mestiere e di cuore con l’autorità generale dello spettacolo e con la società che esso esprime impone loro il dovere, che è anche un piacere, di non allontanarsi mai da tale autorità, la cui maestà non deve
7
essere lesa. Non bisogna dimenticare che ogni funzionario mediale, sia tramite lo stipendio che tramite altre ricompense o conguagli, ha sempre un padrone, e a volte parecchi; e che ogni funzionario mediale sa di essere sostituibile. Tutti gli esperti sono mediali-statali, e solo in quanto tali sono riconosciuti esperti. Ogni esperto serve il suo padrone, perché tutte le antiche possibilità d’indipendenza sono state pressappoco azzerate dalle condizioni di organizzazione della società attuale. Naturalmente, l’esperto che serve meglio è l’esperto che mente. Coloro che hanno bisogno dell’esperto sono, per motivi diversi, il falsificatore e l’ignorante. Quando l’individuo non si raccapezza più da solo, sarà rassicurato puntualmente dall’esperto. Prima era normale che ci fossero esperti di arte etrusca; ed erano sempre competenti, perché l’arte etrusca non è sul mercato. Ma per esempio, un’epoca che trova redditizio adulterare chimicamente tanti vini famosi potrà venderli solo se ha formato degli esperti in vini che indurranno le cantine ad apprezzare i nuovi sapori, più riconoscibili. Cervantes osserva che «sotto un brutto mantello spesso troviamo un buon bevitore». Chi conosce il vino spesso ignora le regole dell’industria nucleare; ma il dominio spettacolare ritiene che dal momento che un esperto l’ha preso in giro a proposito di industria nucleare, un altro esperto potrà pure prenderlo in giro a proposito del vino. È noto, ad esempio, a quante riserve l’esperto in meteorologia mediale che annuncia le temperature o le piogge previste per le quarantotto ore successive è costretto dall’obbligo di mantenere equilibri economici, turistici e regionali, quando tante persone circolano con tanta frequenza su tante strade, da un luogo desolato a un altro; così che potrebbe avere maggior successo come comico. Un aspetto della scomparsa di ogni conoscenza storica oggettiva si manifesta a proposito di qualsiasi reputazione personale, divenuta malleabile e rettificabile a piacere da parte di coloro che controllano tutta l’informazione, quella che viene raccolta e anche quella, assai diversa, che viene diffusa; essi sono dunque pienamente autorizzati a falsificare. Perché un’evidenza storica che si vuole ignorare nello spettacolo non è più un’evidenza. Quando a una persona rimane soltanto la fama attribuitagli come un favore dalla benevolenza di una Corte spettacolare, può cadere in disgrazia da un momento all’altro. Una notorietà antispettacolare è diventata una cosa rarissima. Io sono uno degli ultimi viventi a possederne una; a non averne mai avuta un’altra. Ma è diventata anche estremamente sospetta. La società si è proclamata ufficialmente spettacolare. Essere noto al di fuori delle relazioni spettacolari equivale già ad essere noto come nemico della società. È lecito cambiare completamente il passato di qualcuno, modificarlo radicalmente, ricrearlo nello stile dei processi di Mosca; e senza neppure dover ricorrere alle lungaggini di un processo. È possibile uccidere con mi-nor spesa. I falsi testimoni, goffi forse — ma quale capacità di avvertire questa goffaggine rimarrà agli spettatori che saranno testimoni delle prodezze dei falsi testimoni? — e i documenti falsi, sempre eccellenti, non possono mancare a coloro che governano lo spettacolare integrato o ai loro amici. Non è perciò più possibile credere, a proposito di qualcuno, niente che non sia stato appreso per proprio conto, e direttamente. Ma, di fatto, ormai non c’è neanche più tanto spesso bisogno di accusare falsamente qualcuno. Dal momento in cui si detiene il meccanismo che comanda l’unica verifica sociale che si fa riconoscere pienamente e universalmente, si dice quel che si vuole. Il movimento della dimostrazione spettacolare si prova semplicemente girando in tondo: tornando indietro, ripetendosi, continuando ad affermare sull’unico terreno in cui risiede ormai ciò che si può affermare pubblicamente e far credere, perché è solo di ciò che tutti saranno testimoni. Inoltre l’autorità spettacolare può negare qualunque cosa, una, tre volte, e dire che non ne parlerà più, e parlare d’altro; sapendo benissimo di non rischiare più nessun’altra reazione sul proprio terreno né su un altro. Perché non esistono più agorà, comunità generali; e neppure comunità limitate a corpi intermedi o ad istituzioni autonome, a salotti o a caffè, ai lavoratori di una sola azienda; non esiste luogo in cui il dibattito sulle verità che riguardano gli interessati possa affrancarsi in modo duraturo dalla presenza opprimente del discorso dei mass media e delle varie forze organizzate per assicurarne la continuità. Ormai non esiste più il giudizio, garantito relativamente indipendente, di coloro che costituivano il mondo degli studiosi; di coloro, ad esempio, che un tempo riponevano il loro orgoglio in una capacità di verifica che permetteva di avvicinarsi a quella che era chiamata la storia imparziale dei fatti, di credere almeno che meritasse di essere conosciuta. Non c’è più neppure una verità bibliografica incontestabile, e le sintesi computerizzate degli schedari delle biblioteche nazionali potranno eliminarne le tracce tanto più facilmente. Ci turberebbe pensare a ciò che furono non molto tempo fa i magistrati, i medici, gli storici, e agli obblighi tassativi che spesso riconoscevano come propri nei limiti delle loro competenze: gli uomini assomigliano più al loro tempo che al loro padre. Ciò di cui lo spettacolo può smettere di parlare per tre giorni è uguale a ciò che non esiste. Perché allora parla di qualcos’altro, e quindi è quella la cosa che, a partire da quel momento, in definitiva esiste. Appare chiaro che le conseguenze pratiche sono immense. Credevamo di sapere che la storia era apparsa in Grecia con la democrazia. Adesso possiamo verificare che la prima sta scomparendo dal mondo con la seconda. Bisogna tuttavia aggiungere a questa lista dei trionfi del potere un risultato per esso negativo: uno Stato nella cui gestione si insedia in modo duraturo un grande deficit di conoscenze storiche non può più essere guidato strategicamente.
VIII
Quando la società che si dichiara democratica è giunta allo stadio dello spettacolare integrato, pare essere riconosciuta ovunque come la realizzazione di una perfezione fragile. Di modo che, essendo fragile, non deve più essere esposta ad attacchi; del resto non è più attaccabile, perché perfetta come nessun’altra mai. È una società fragile perché stenta molto a controllare la sua pericolosa espansione tecnologica. Ma è una società perfetta da governare; prova ne è che tutti quelli che aspirano a governare vogliono governare proprio quella, con gli stessi metodi, e mantenerla quasi esattamente com’è. È la prima volta nell’Europa contemporanea che nessun partito o frammento di partito tenta più anche solo di affermare che cercherà di cambiare qualcosa di importante. La mercé non può più essere criticata da nessuno: né in quanto sistema generale, né come una determinata paccottiglia che ai dirigenti d’azienda è convenuto mettere momentaneamente sul mercato. Dovunque regni lo spettacolo, le uniche forze organizzate sono quelle che vogliono lo spettacolo. Perciò nessuna può essere nemica di ciò che esiste, né trasgredire l’omertà che investe tutto. Ci siamo sbarazzati dell’inquietante concezione, che aveva prevalso per più di duecento anni, secondo la quale una società poteva essere criticabile e trasformabile, riformata o rivoluzionata. E ciò non è stato raggiunto grazie alla comparsa di argomenti nuovi, ma semplicemente perché gli argomenti sono diventati inutili. In base a tale risultato potremo misurare, piuttosto che la felicità generale, la forza temibile delle reti della tirannia. Mai censura è stata più perfetta. Mai l’opinione di quelli cui si fa ancora credere, in certi paesi, che sono rimasti cittadini liberi, è stata meno autorizzata a manifestarsi, ogni volta che si tratta di una scelta che coinvolgerà la loro vita reale. Mai è stato permesso di mentire loro con un’incoerenza tanto perfetta. Si presume semplicemente che lo spettatore ignori tutto e non meriti nulla. Chi non fa che guardare per sapere il seguito, non agirà mai: proprio così dev’essere lo spettatore. Si sente citare spesso l’eccezione degli Stati Uniti, dove un giorno Nixon aveva finito col risentire di una serie di denegazioni troppo cinicamente maldestre; ma questa eccezione del tutto locale, che aveva qualche vecchia causa storica, non è palesemente più vera, dato che di recente Reagan ha potuto fare la stessa cosa impunemente. Tutto ciò che non è mai punito è in realtà permesso. Perciò è arcaico parlare di scandalo. Si attribuisce a uno statista italiano di prim’ordine, che ha fatto parte contemporaneamente del governo ufficiale e di quello parallelo detto P.2, Potere Due, una battuta che riassume con molta efficacia il periodo in cui, poco tempo dopo l’Italia e gli Stati Uniti, tutto il mondo è entrato: «Ci sono stati degli scandali, ma ora non ce ne sono più». Ne //18 brumaio di Luigi Bonaparte, Marx descriveva il ruolo invadente dello Stato nella Francia del secondo impero, che contava all’epoca ben mezzo milione di funzionari: «Così tutto diventò oggetto dell’attività governativa, dal ponte, dalla scuola, dalla proprietà comunale di un villaggio fino alle ferrovie, alle proprietà nazionali e alle università provinciali». La famosa questione del finanziamento dei partiti si poneva già allora, perché Marx osserva che «i partiti che lottavano a turno per la supremazia vedevano nell’appropriazione di quell’enorme edificio la preda principale del vincitore». Ad ogni modo, ciò suona un po’ bucolico e, come si suoi dire, sorpassato, perché le speculazioni statali di oggi riguardano piuttosto le città satelliti e le autostrade, la circolazione sotterranea e la produzione di energia elettronucleare, la ricerca petrolifera e i computer, l’amministrazione delle banche e i centri socioculturali, le modificazioni del «paesaggio audiovisivo» e le esportazioni clandestine di armi, la promozione immobiliare e l’industria farmaceutica, l’agroalimentare e la gestione degli ospedali, i crediti militari e i fondi segreti del dipartimento, in continua crescita, che deve amministrare i numerosi servizi di protezione della società. Tuttavia Marx, il quale accenna nello stesso libro al governo «che non prende di notte delle decisioni che vuole eseguire il giorno dopo, ma decide di giorno ed esegue di notte», è disgraziatamente rimasto troppo a lungo attuale.
IX
Questa democrazia così perfetta fabbrica da sé il suo inconcepibile nemico, il terrorismo. Vuole infatti essere giudicata in base ai suoi nemici piuttosto che in base ai suoi risultati. La storia del terrorismo è scritta dallo Stato; quindi è educativa. Naturalmente le popolazioni spettatrici non possono sapere tutto del terrorismo, ma possono sempre saperne abbastanza da essere convinte che, rispetto al terrorismo, tutto il resto dovrà sembrar loro abbastanza accettabile, e comunque più razionale e più democratico. La modernizzazione della repressione ha finito col mettere a punto, in primo luogo con l’esperienza pilota dell’Italia e sotto il nome di «pentiti», degli accusatori professionisti giurati; quelli che alla loro prima apparizione, nel Seicento, durante i disordini della Fronda, erano stati chiamati «testimoni patentati». Questo progresso spettacolare della Giustizia ha popolato le prigioni italiane di numerose migliaia di condannati che espiano una guerra civile che non c’è stata, una specie di vasta insurrezione armata che casualmente non ha mai visto arrivare la sua ora, un putschismo intessuto della stoffa di cui sono fatti i sogni. Possiamo osservare che l’interpretazione dei misteri del terrorismo pare aver introdotto una simmetria tra opinioni contraddittorie; come se si trattasse di due scuole filosofiche che professino costruzioni metafisiche assolutamente antagonistiche. Alcuni vedrebbero nel terrorismo nient’altro che alcune evidenti manipolazioni da parte dei servizi segreti; altri riterrebbero che al contrario bisogna rimproverare ai terroristi unicamente la loro totale mancanza di senso storico. Il ricorso a un minimo di logica storica permetterebbe di concludere piuttosto rapidamente che non c’è niente di contraddit-torio nel considerare che anche persone che mancano di qualsiasi senso storico possono essere manipolate; e che, anzi, possono esserlo ancora più facilmente di altri. È inoltre più facile indurre a «pentirsi» qualcuno a cui si può dimostrare che fin dall’inizio si sapeva tutto di ciò che ha creduto di fare liberamente. Un effetto inevitabile delle forme di organizzazione clandestina di tipo militare è che basta infiltrare poche persone in certi punti della rete per farne marciare, e cadere, molte. La critica, in tali questioni di valutazione delle lotte armate, dovrà analizzare una volta o l’altra una di queste operazioni in particolare, senza lasciarsi fuorviare dalla somiglianzà generale che tutte potrebbero eventualmente assumere. Del resto, dovremmo aspettarci come cosa logicamente probabile che i servizi di protezione dello Stato pensino a sfruttare tutti i vantaggi che trovano sul terreno dello spettacolo, che da lunga data è stato organizzato proprio per questo; semmai è la difficoltà di accorgersene che sorprende e suona strana.
L’interesse attuale della giustizia repressiva in questo campo consiste naturalmente nel generalizzare il più rapidamente possibile. L’importante, in questo tipo di mercé, è l’imballaggio o l’etichetta: i codici a barre. Ogni nemico della democrazia spettacolare equivale a un altro, come si equivalgono tutte le democrazie spettacolari. Perciò non può più esser ci diritto d’asilo per i terroristi e, anche se non si rinfaccia loro di esserlo stati, lo diventeranno senz’altro, e l’estradizione s’impone. Nel novembre 1978, a proposito del caso di Gabor Winter, giovane operaio tipografo accusato principalmente, dal governo della Repubblica Federale Tedesca, di aver redatto dei volantini rivoluzionari, Nicole Pradain, rappresentante del pubblico ministero davanti alla sezione d’accusa della Corte d’appello di Parigi, ha rapidamente dimostrato che «le motivazioni politiche», unica causa di rifiuto di estradizione prevista dalla convenzione franco-tedesca del 29 novembre 1951, non potevano essere invocate: «Gabor Winter non è un delinquente politico, ma sociale. Rifiuta le costrizioni sociali. Un vero delinquente politico non ha un senso di rifiuto nei confronti della società. Combatte le strutture politiche e non, come Gabor Winter, le strutture sociali». La nozione di reato politico rispettabile è stata riconosciuta in Europa solo a partire da quando la borghesia aveva attaccato con successo le strutture sociali istituite precedentemente. La qualifica di reato politico era inscindibile dalle varie intenzioni della critica sociale. Questo era vero per Blanqui, Varlin, Durruti. Così adesso si finge di voler conservare, come un lusso a buon mercato, un reato puramente politico che magari nessuno avrà mai più occasione di commettere, perché l’argomento non interessa più a nessuno, tranne agli stessi professionisti della politica, i cui reati non sono quasi mai perseguiti e non si chiamano politici neanch’essi. Tutti i reati e i crimini sono di fatto sociali. Ma fra tutti i crimini sociali quello che dovrà essere considerato il peggiore è la pretesa impertinente di voler ancora cambiare qualcosa in questa società, che pensa di essere stata finora anche troppo buona e paziente; ma che non vuole più essere criticata.
X
La distruzione della logica è stata perseguita, secondo gli interessi fondamentali del nuovo sistema di dominio, con vari metodi che hanno agito sostenendosi sempre l’un l’altro. Parecchi di questi metodi dipendono dalla strumentazione tecnica sperimentata e resa popolare dallo spettacolo; ma certi sono legati piuttosto alla psicologia di massa della sottomissione. Sul piano delle tecniche, quando l’immagine costruita e scelta da qualcun altro è diventata il rapporto principale dell’individuo col mondo, che egli prima guardava da sé da ogni luogo in cui poteva andare, evidentemente non s’ignora che l’immagine reggerà tutto; perché all’interno di una stessa immagine si può giustapporre senza contraddizioni qualunque cosa. Il flusso delle immagini travolge tutto, e analogamente è qualcun altro a dirigere a suo piacimento questa sintesi semplificata del mondo sensibile; a scegliere dove andrà la corrente e anche il ritmo di ciò che dovrà manifestarsi in essa, come eterna sorpresa arbitraria, senza voler lasciare tempo alla riflessione, e prescindendo completamente da ciò che lo spettatore ne può capire o pensare. In questa esperienza concreta della sottomissione permanente sta la radice psicologica dell’adesione così generale a ciò che è presente; adesione che arriva a rico-noscergli ipsofacto un valore sufficiente. Ovviamente il discorso spettacolare tace, oltre a ciò che è propriamente segreto, tutto ciò che non gli conviene. Isola sempre da ciò che mostra la cornice, il passato, le intenzioni, le conseguenze. Quindi è totalmente illogico. Dato che nessuno può più contraddirlo, lo spettacolo ha il diritto di contraddirsi da sé, di rettificare il suo passato. L’atteggiamento altero dei suoi servi quando devono portare a conoscenza una nuova versione, e forse ancor più falsa, di certi fatti, consiste nel correggere brutalmente l’ignoranza e le interpretazioni sbagliate attribuite al pubblico, mentre erano essi stessi che si affrettavano il giorno prima a diffondere quell’errore, con la loro abituale sicurezza. Così, l’insegnamento dello spettacolo e l’ignoranza degli spettatori passano indebitamente per fattori antagonistici, mentre in realtà si generano a vicenda. Anche il linguaggio binario del computer è un’incitazione irresistibile ad ammettere in ogni istante, senza riserve, ciò che è stato programmato come meglio è parso a qualcun altro, spacciandolo per l’origine atemporale di una logica superiore, imparziale e totale. Che risparmio di velocità, e di vocabolario, per giudicare tutto! Politico? Sociale? Bisogna scegliere. Ciò che è l’uno non può essere l’altro. La mia scelta s’impone. Ci fischiano, e sappiamo per chi sono queste strutture. Perciò non c’è da stupirsi che fin dall’infanzia gli scolari comincino facilmente, e con entusiasmo, dal Sapere Assoluto dell’informatica: mentre ignorano sempre più la lettura, che richiede un autentico giudizio ad ogni riga; e che è l’unica attività che permette di accedere alla vasta esperienza umana prespettacolare. Perché la conversazione è quasi morta, e presto lo saranno molti di quelli che sapevano parlare. Sul piano dei modi di pensiero delle popolazioni contemporanee, la prima causa della decadenza dipende chiaramente dal fatto che qualunque discorso mostrato nello spettacolo non lascia nessuno spazio alla risposta; e la logica si era formata socialmente soltanto nel dialogo. Inoltre, quando si è diffuso il rispetto verso ciò che parla nello spettacolo, che si suppone importante, ricco, prestigioso, che è l’autorità stessa, si diffonde anche la tendenza tra gli spettatori a voler essere illogici quanto lo spettacolo, per ostentare un riflesso individuale di quella autorità. Insomma, la logica non è facile e nessuno ha avuto voglia di insegnarla. Nessun drogato studia la logica; perché non ne ha più bisogno, e perché non ne ha più la possibilità. Questa pigrizia dello spettatore è anche quella di qual-siasi funzionario intellettuale, dello specialista formato in fretta, che cercherà in tutte le circostanze di nascondere i limiti angusti delle sue nozioni con la ripetizione dogmatica di qualche argomentazione di autorità illogica.
XI
Generalmente si ritiene che quelli che hanno dimostrato la massima incapacità in fatto di logica sono proprio coloro che si sono proclamati rivoluzionari. Questo rimprovero ingiustificato proviene da un’epoca anteriore, in cui quasi tutti pensavano con un minimo di logica, con la palese eccezione dei cretini e dei militanti; in questi ultimi la mancanza di logica si accompagnava spesso alla malafede, voluta perché ritenuta efficace. Ma oggi non è possibile trascurare il fatto che l’uso intensivo dello spettacolo ha, come c’era da aspettarsi, reso ideologica la maggioranza dei contemporanei, per quanto solo a tratti e a sbalzi. La mancanza di logica, ossia la perdita della possibilità di riconoscere immediatamente ciò che è importante e ciò che è secondario o non pertinente; ciò che è incompatibile o che al contrario potrebbe essere complementare; tutto ciò che una data conseguenza implica e ciò che, nello stesso momento, vieta; tale malattia è stata deliberatamente iniettata a dosi massicce nella popolazione dagli anestesisti-rianimatori dello spettacolo. I contestatori non erano affatto più irrazionali dei sottomessi. Solo che in loro questa irrazionalità generale è visibile più intensamente, perché ostentando il loro progetto hanno tentato di effettuare un’operazione pratica, si trattasse anche solo di leggere certi testi dimostrando di capirne il senso. Si sono assegnati vari obblighi di dominare la logica e perfino la strategia, che è precisamente il campo completo dello spiegamento della logica dialettica dei conflitti; mentre al contrario, proprio come gli altri, anche i contestatori sono privi della semplice capacità di orientarsi con i vecchi strumenti imperfetti della logica formale. Non se ne dubita riguardo a loro, ma non ci si pensa affatto a proposito degli altri. Così, l’individuo, impoverito e segnato nel profondo da questo pensiero spettacolare più che da ogni altro elemento della sua formazione, si mette subito al servizio dell’ordine costituito, mentre la sua intenzione soggettiva poteva anche essere completamente contraria a tale risultato. Egli seguirà essenzialmente il linguaggio dello spettacolo, perché è l’unico ad essergli familiare: quello in cui gli è stato insegnato a parlare. Magari vorrà mostrarsi nemico della sua retorica; ma userà la sua sintassi. È uno dei punti più importanti del successo ottenuto dal dominio spettacolare. La scomparsa così rapida del vocabolario preesistente è solo un momento di questa operazione, e la favorisce.
XII
La cancellazione della personalità accompagna fatalmente le condizioni dell’esistenza sottomessa concretamente alle norme spettacolari, e in tal modo sempre più separata dalle possibilità di conoscere esperienze auten-tiche, scoprendo così le sue preferenze individuali. Paradossalmente, l’individuo dovrà perennemente rinnegare se stesso, se tiene ad essere un po’ considerato in tale società. Infatti questa esistenza postula una fedeltà sempre mutevole, una serie di adesioni continuamente deludenti a prodotti fasulli. Si tratta di correre rapidamente dietro l’inflazione dei segni svalutati della vita. La droga aiuta a conformarsi a questa organizzazione delle cose; la pazzia aiuta a fuggirla. In tutti i tipi di affari di questa società, in cui la distribuzione dei beni si è centralizzata in modo tale da diventare, in maniera allo stesso tempo palese e segreta, detentrice della definizione stessa di ciò che potrà essere il bene, succede che si attribuiscano a certe persone qualità o conoscenze, o a volte addirittura vizi, del tutto immaginari per spiegare con tali cause lo sviluppo soddisfacente di certe imprese; e tutto ciò con l’unico scopo di nascondere, o almeno dissimulare il più possibile, la funzione di varie intese che decidono di tutto. Tuttavia, a dispetto delle sue frequenti intenzioni e dei suoi pesanti metodi per mettere in luce la dimensione piena di molte personalità considerate eccezionali, la società attuale, e non solo attraverso tutto ciò che ha sostituito le arti al giorno d’oggi o attraverso i discorsi al riguardo, dimostra molto più spesso il contrario: la totale incapacità si scontra con un’altra incapacità paragonabile; impazziscono, e fanno a gara per mettersi in rotta. Succede che un avvocato, dimenticando di figurare in un processo solo per rappresentare una determinata causa, si lasci influenzare sinceramente da un ragionamento dell’avvocato suo avversario, anche quando tale ragionamento non è più rigoroso del suo. Inoltre succede che un indiziato, innocente, confessi momentaneamente un delitto che non ha commesso; per il semplice motivo che era stato colpito dalla logica dell’ipotesi di un delatore che voleva ritenerlo colpevole (caso del dottor Archambeau, a Poitiers, nel 1984). Lo stesso McLuhan, il primo apologeta dello spettacolo, che sembrava l’imbecille più convinto del suo secolo, ha cambiato parere scoprendo finalmente, nel 1976, che la «pressione dei mass media porta all’irrazionale» e che sarebbe diventato urgente moderare il loro uso. In precedenza il pensatore di Toronto aveva passato vari decenni a meravigliarsi delle molteplici libertà procurate dal «villaggio planetario», istantaneamente accessibile a tutti senza fatica. I villaggi, contrariamente alle città, sono sempre stati dominati dal conformismo, dall’isolamento, dalla sorveglianza meschina, dalla noia, dalle chiacchiere ripetute all’infinito sulle stesse famiglie. Ed è così che ormai si presenta la volgarità del pianeta spettacolare, in cui non è più possibile distinguere la dinastia dei Grimaldi-Monaco, o dei BorboniFranco, da quella che aveva sostituito gli Stuart. Tuttavia oggi certi discepoli ingrati tentano di far dimenticare McLuhan e di rispolverare le sue prime trovate, puntando a loro volta a una carriera nell’elogio mediale di tutte le nuove libertà da «scegliere» in modo aleatorio nell’effimero. E probabilmente rinnegheranno se stessi più rapidamente del loro ispiratore.
XIII
Lo spettacolo non nasconde che l’ordine meraviglioso che ha istituito è attorniato da alcuni pericoli. L’inquinamento degli oceani e la distruzione delle foreste equatoriali minacciano il rinnovamento dell’ossigeno della Terra; il suo strato di ozono stenta a resistere al progresso industriale; le radiazioni di origine nucleare si accumulano in modo irreversibile. Lo spettacolo conclude semplicemente che ciò non ha importanza. Vuole discutere solo sulle date e sulle dosi. E, solo a questo proposito, riesce a tranquillizzare; cosa che una mente prespettacolare avrebbe giudicato impossibile. I metodi della democrazia spettacolare sono molto flessibili, contrariamente alla semplice brutalità del diktat totalitario. Si può conservare il nome quando la cosa è stata cambiata segretamente (della birra, del manzo, un filosofo). Si può anche cambiare il nome quando la cosa è andata avanti segretamente: per esempio in Inghilterra la fabbrica di trattamento delle scorie nucleari di Windscale è stata indotta a chiamare Sellafield la località dove ha sede per meglio dissipare i sospetti, dopo un incendio disastroso nel 1957, ma questo trattamento toponimico non ha impedito l’aumento della mortalità per cancro e leucemia nei dintorni. Il governo inglese, come apprendiamo democraticamente trent’anni dopo, aveva deciso all’epoca di tenere segreto un rapporto sulla catastrofe che giudicava, non a torto, in grado di scuotere la fiducia che il pubblico accordava al nucleare. Le pratiche nucleari, militari o civili, hanno bisogno di una dose di segreto più forte che in qualsiasi altro campo, dove già, come è noto, ce ne vuole molto. Per facilitare la vita, cioè le menzogne, degli specialisti eletti dai padroni di questo sistema, si è scoperta l’utilità di cambiare anche le misure, di variarle secondo un numero maggiore di punti di vista, di raffinarle per poter giocare secondo i casi con parecchie di tali cifre difficilmente convertibili. Così, per calcolare la radioattività abbiamo a disposizione le seguenti unità di misura: il curie, il becquerel, il rontgen, il rad, alias centigray, il rem, senza dimenticare il facile millirad e il sivert, che non è altro che un pezzo da 100 rem. Tutto questo ricorda le suddivisioni della moneta inglese, così complesse che gli stranieri stentavano ad assimilarle, ai tempi in cui Sellafield si chiamava ancora Windscale. Possiamo immaginare il rigore e la precisione che la storia delle guerre e di conseguenza i teorici della strategia avrebbero potuto raggiungere nell’Ottocento se, per non fornire informazioni troppo confidenziali ai commentatori neutrali o agli storici nemici, ci si fosse attenuti abitualmente a render conto di una campagna in questi termini: «La fase preliminare comporta una serie di scontri in cui, dalla nostra parte, una solida avanguardia costituita da quattro generali e dalle unità poste sotto il loro comando affronta un corpo nemico fornito di 13000 baionette. Nella fase successiva si sviluppa una battaglia campale, combattuta a lungo, che ha coinvolto il nostro esercito al completo con i suoi 290 cannoni e la sua cavalleria forte di 18000 sciabole; mentre l’avversario gli ha opposto truppe che allineavano non meno di 3600 tenenti di fanteria, quaranta capitani di ussari e ventiquattro di corazzieri. Dopo successi e insuccessi alterni da ambo le parti, nell’insieme l’esito della battaglia può essere considerato incerto. Le nostre perdite, piuttosto al di sotto della cifra media rilevata solitamente in combattimenti di pari intensità e durata, sono sensibilmente superiori a quelle dei greci a Maratona, ma restano inferiori a quelle dei prussiani a lena». Sulla base di questo esempio, non è impossibile per uno specialista farsi un’idea vaga delle forze impegnate. Ma la direzione delle operazioni resta sicuramente al di sopra di ogni giudizio. Nel giugno 1987, Pierre Bacher, vice direttore tecnico della Società elettrica francese, ha esposto la più recente dottrina per la sicurezza delle centrali nucleari. Dotandole di paratoie e di filtri, diventa molto più facile evitare le catastrofi gravi, la fessurazione o l’esplosione dell’area, che colpirebbero una «regione» nel suo complesso. È il risultato che si ottiene a voler confinare troppo. È meglio, ogni volta che la macchina da segno di sfuggire al controllo, decomprimere lentamente, inondando una zona vicina di qualche chilometro, zona che sarà ogni volta estesa in modo molto vario e aleatorio dal capriccio dei venti. Bacher rivela che i prudenti tentativi compiuti a Cadarache, nella Dròme, nei due anni precedenti «hanno dimostrato concretamente che i rigetti — essenzialmente gassosi — non superano le poche unità per mille, alla peggio l’uno per cento della radioattività che domina nell’area». Il peggio resta quindi molto moderato: un uno per cento. Prima eravamo sicuri che non c’era alcun rischio, tranne in caso di incidente, logicamente impossibile. I primi anni di esperienza hanno cambiato tale ragionamento in questo modo: dato che l’incidente è sempre possibile, occorre evitare che raggiunga una soglia catastrofica, ed è facile. Basta contaminare volta per volta con moderazione. Chi negherebbe che è infinitamente più sano limitarsi per qualche anno a bere 140 centilitri di vodka al giorno invece di cominciare subito a ubriacarsi come tanti polacchi? È certamente un peccato che la società umana si scontri con problemi così scottanti proprio quando è diventato materialmente impossibile far sentire la minima obiezione al discorso mercantile; quando il dominio, proprio perché è dispensato dallo spettacolo da qual-siasi risposta alle sue decisioni e giustificazioni frammentarie o deliranti, crede di non aver più bisogno di pensare; ed effettivamente non sa più pensare. Per quanto il democratico sia inflessibile, non preferirebbe che gli avessero scelto padroni più intelligenti? La conferenza internazionale di esperti tenuta a Ginevra nel dicembre 1986 verteva unicamente su un divieto mondiale di produzione di clorofluorocarbonio, il gas che da poco tempo, ma a un ritmo molto sostenuto, fa sparire il sottile strato di ozono che come forse si ricorda proteggeva questo pianeta dagli effetti nocivi dell’irradiazione cosmica. Daniel Verilhe, rappresentante della filiale di prodotti chimici di Elf-Aquitaine, incluso in tale veste in una delegazione francese fermamente contraria a questo divieto, faceva un’osservazione molto significativa: «Ci vogliono tre anni buoni per mettere a punto eventuali sostituti e i costi possono essere moltiplicati per quattro». Com’è noto, il fuggevole strato di ozono, a una tale altitudine, non appartiene a nessuno, e non ha nessun valore commerciale. Lo stratega industriale ha potuto così far misurare ai suoi avversa-ri tutta la loro inspiegabile incuranza economica, con questo richiamo alla realtà: «È molto rischioso basare una strategia industriale su imperativi in materia di ambiente». Quanti già da un pezzo avevano iniziato a criticare l’economia politica definendola «la negazione totale dell’uomo» non si erano sbagliati. La si può constatare da questa spiritosaggine.
XIV
Si sente dire che ormai la scienza è subordinata a imperativi di redditività economica; ciò è vero da sempre. Il fatto nuovo è che l’economia abbia comincialo a fare apertamente guerra agli umani; non più soltanto alle possibilità della loro vita, ma anche a quelle della loro sopravvivenza. È stato allora che il pensiero scientifico ha scelto, contro gran parte del proprio passato antischiavista, di servire il dominio spettacolare. Prima di arrivare a questo punto la scienza godeva di una relativa autonomia. Perciò sapeva pensare il suo briciolo di realtà; e in tal modo aveva potuto contribuire immensamente ad aumentare i mezzi dell’economia. Quando l’economia onnipotente è diventata folle, e i tempi spettacolari non sono altro che questo, ha soppresso le ultime tracce dell’autonomia scientifica, inscindibilmente sul piano metodologico e su quello delle condizioni pratiche dell’attività dei «ricercatori». Non si chiede più alla scienza di capire il mondo, o di migliorare qualcosa. Le si chiede di giustificare istantaneamente tutto ciò che si fa. Stupido m questo campo come in tutti gli altri, da lui sfruttati con l’irriflessione più nefasta, il dominio spettacolare ha fatto abbattere l’albero gigantesco del sapere scientifico al solo fine di ricavarne un manganello. Per obbedire a questa ultima domanda sociale di una giustificazione manifestamente impossibile, è meglio non saper più pensare troppo, ma essere al contrario abbastanza abituati alle comodità del discorso spettacolare. I infatti è proprio in questa carriera che la scienza prostituita di questi tempi spregevoli ha trovato prontamente la sua più recente specializzazione, con molta buona volontà.
La scienza della giustificazione menzognera era apparsa naturalmente fin dai primi sintomi di decadenza della società borghese, con la proliferazione cancerosa delle pseudoscienze dette «umane»; ma, ad esempio, la medicina moderna era riuscita per un certo tempo a spacciarsi per utile, e coloro che avevano sconfitto il vaiolo o la lebbra erano ben diversi da quanti hanno capitolato vigliaccamente di fronte alle radiazioni nucleari o alla chimica agroalimentare. Si fa presto ad osservare che oggi la medicina non ha più il diritto di difendere la salute della popolazione dall’ambiente patogeno, perché ciò significherebbe opporsi allo Stato, o anche soltanto all’industria farmaceutica. Ma non è soltanto per mezzo di ciò che è obbligata a tacere che l’attuale attività scientifica confessa ciò che è diventata. È anche per mezzo di ciò che essa molto spesso ha l’ingenuità di dire. Annunciando nel novembre del 1985 di avere probabilmente scoperto un rimedio efficace contro l’Aids, i professori Even e Andrieu dell’ospedale Laènnec suscitarono due giorni dopo, essendo morti i pazienti, alcune riserve da parte di vari medici, meno avanzati rispetto a loro o forse invidiosi, per il loro modo piuttosto precipitoso di correre a far registrare quella che era solo un’apparenza ingannevole di vittoria solo poche ore prima del crollo. E quelli si difesero senza scomporsi, affermando che «dopo tutto meglio una falsa speranza che nessuna speranza». Erano addirittura troppo ignoranti per riconoscere che questo solo argomento bastava a rinnegare completamente lo spirito scientifico; e che storicamente era sempre servito a mascherare le proficue fantasie dei ciarlatani e degli stregoni, nei tempi in cui non si affidava loro la direzione degli ospedali. Quando la scienza ufficiale arriva al punto di essere diretta in questo modo, come tutto il resto dello spettacolo sociale che sotto una veste materialmente ammodernata e arricchita non ha fatto altro che riprendere le antichissime tecniche dei teatrini ambulanti — illusionisti, imbonitori e protettori —, non possiamo stupirci vedendo la grande autorità che riacquistano parallelamente, un po’ dappertutto, i maghi e le sette, lo zen imballato sotto vuoto o la teologia dei mormoni. L’ignoranza, che ha servito bene le potenze costituite, o stata per di più sempre sfruttata da aziende ingegnose che si tenevano ai margini delle leggi. Quale momento più propizio di quello in cui l’analfabetismo ha fatto tanti progressi? Ma questa realtà è a sua volta negata da un’altra dimostrazione di stregoneria. Al momento della sua fondazione l’Unesco aveva adottato una definizione scientifica, molto precisa, dell’analfabetismo, che si prefiggeva di combattere nei paesi arretrati. Quando si è visto riapparire inopinatamente lo stesso fatto, ma stavolta nei paesi detti avanzati, come qualcun altro che aspettando Grouchy vide spuntare Blucher nella battaglia, è bastato gettare nella mischia le truppe scelte degli esperti; e con un unico assalto irresistibile essi si sono affrettati a eliminare la formula, sostituendo il termine analfabeta con quello di illetterato: così come un «falso patriota» può comparire al momento giusto per sostenere una buona causa nazionale. E per corroborare tra pedagoghi la pertinenza del nuovo termine ci si affretta a far passare rapidamente, come se fosse ammessa da sempre, una nuova definizione, secondo la quale mentre l’analfabeta era come si sa colui che non aveva mai imparato a leggere, l’illetterato in senso moderno è al contrario colui che ha imparato la lettura (e anzi l’ha imparata meglio di prima, come possono freddamente testimoniare seduta stante i teorici e gli storici ufficiali della pedagogia più dotati), ma che casualmente l’ha dimenticata subito. Questa sorprendente spiegazione rischierebbe di essere meno rassicurante che inquietante se non fosse così abile da evitare, sfiorandola come se non la vedesse, la prima conseguenza che sarebbe venuta in niente a ognuno in epoche più scientifiche: ovvero che quest’ultimo fenomeno meriterebbe di essere a sua volta spiegato, e combattuto, perché non aveva mai potuto essere osservato né immaginato da nessuna parte, prima dei recenti progressi del pensiero avariato; quando la decadenza della spiegazione accompagna di pari passo la decadenza della pratica.
XV
Più di cento anni fa il Nuovo dizionario dei sinonimi francesi di A.-L. Sardou definiva le sfumature che bisogna cogliere tra: fallacieux, trompeur, imposteur, sé-ducteur, insidieux, captieux (fallace, ingannevole, impostore, seduttore, insidioso, capzioso); e che insieme costituiscono oggigiorno una sorta di tavolozza dei colori che si confanno a un ritratto della società dello spettacolo. Non spettava al suo tempo né alla sua esperienza di specialista il compito di esporre con altrettanta chiarezza i significati vicini, ma molto diversi, dei pericoli che normalmente deve prepararsi ad affrontare ogni gruppo che si da alla sovversione, seguendo ad esempio questa gradazione: égaré, provoqué, infiltré, ma-nipulé, usurpé, retourné (fuorviato, provocato, infiltrato, manipolato, usurpato, deviato). Ad ogni modo queste sfumature considerevoli non sono mai risultate chiare ai dottrinari della «lotta armata». «Fallace, dal latino fallaciosus, abile o abituato ad ingannare, pieno di ipocrisia: la desinenza di questo aggettivo equivale al superlativo di ingannevole. Ciò che inganna o induce in errore in qualsiasi modo è ingannevole: ciò che è fatto per ingannare, abusare, gettare nell’errore con un proposito deliberato di ingannare con l’artificio e l’imponente apparato più adatto a trarre in inganno, è fallace. Ingannevole è un termine generico e vago; tutti i tipi di segni e di apparenze incerte sono ingannevoli: fallace designa la falsità, l’ipocrisia, l’impostura calcolata; dei discorsi, delle proteste, dei ragionamenti sofistici sono fallaci. Questo termine ha dei nessi con impostore, seduttore, insidioso, capzioso, ma non ha equivalenti. Impostore designa tutti i generi di false apparenze, o di trame concertate per trarre in inganno o per nuocere; l’ipocrisia, ad esempio, la calunnia, ecc. Seduttore esprime l’azione propria di impadronirsi di qualcuno, di fuorviarlo con mezzi abili e insinuanti. Insidioso indica unicamente l’azione di tendere abilmente dei tranelli e di farci cadere la vittima. Capzioso si limita all’azione sottile di sorprendere qualcuno e di farlo cadere in errore. Fallace riassume la maggior parte di questi aspetti».
XVI
11 concetto, ancora giovane, di disinformazione è stato importato recentemente dalla Russia insieme a molte altre invenzioni utili alla gestione degli Stati moderni. È sempre impiegato nel senso più alto da un potere, o come corollario da persone che detengono un pezzo di autorità economica o politica per mantenere ciò che è istituito; e sempre attribuendo a tale impiego una funzione controffensiva. Ciò che può opporsi a una sola verità ufficiale dev’essere necessariamente una disinformazione proveniente da potenze ostili, o quanto meno da rivali, e deve essere stata intenzionalmente falsata per malanimo. La disinformazione non è la semplice negazione di un fatto che conviene alle autorità, o la semplice affermazione di un fatto loro sgradito: questo si chiama psicosi. Contrariamente alla pura e semplice menzogna la disinformazione, e qui il concetto diventa interessante per i difensori della società dominante, deve fatalmente contenere una certa parte di verità, ma deliberatamente manipolata da un abile nemico. Il potere che parla di disinformazione non si crede assolutamente privo di difetti, ma sa che potrà attribuire ad ogni critica precisa l’eccessiva inconsistenza che è nella natura della disinformazione; e in questo modo non dovrà mai ammettere un difetto particolare. Insomma, la disinformazione sarebbe il cattivo uso della verità. Chi la diffonde è colpevole, e chi le crede, imbecille. Ma chi sarebbe dunque l’abile nemico? In questo caso non può essere il terrorismo, che non rischia di «disinformare» nessuno, perché è incaricato di rappresentare ontologicamente l’errore più bislacco e meno ammissibile. Grazie alla sua etimologia e ai ricordi contemporanei degli scontri limitati che verso la metà del secolo opposero per breve tempo Est e Ovest, spettacolare concentrato e spettacolare diffuso, il capitalismo dello spettacolare integrato fa tuttora finta di credere che il capitalismo burocratico totalitario — presentato addirittura, a volte, come il retroterra o l’ispirazione dei terroristi — resti il suo nemico fondamentale, e il secondo dirà lo stesso del primo, nonostante le innumerevoli prove della loro profonda alleanza e solidarietà. In realtà tutti i poteri insediati, nonostante qualche effettiva rivalità locale, e senza volerlo mai dire, pensano continuamente ciò che aveva ricordato un giorno, da parte sovversiva e senza grande successo immediato, uno dei rari internazionalisti tedeschi dopo l’inizio della guerra del 1914: «II nemico principale è nel nostro paese». In definitiva la disinformazione è l’equivalente di ciò che «le cattive passioni» rappresentavano nel discorso della guerra sociale dell’Ottocento. È tutto ciò che è oscuro e rischierebbe di volersi opporre alla straordinaria felicità di cui questa società, come ben sappiamo, fa beneficiare coloro che le hanno dato fiducia; felicità che non può essere mai troppo pagata con vari rischi o irrilevanti delusioni. E tutti quelli che vedono tale felicità nello spettacolo ammettono che non c’è da lesinare sul prezzo; mentre gli altri disinformano. L’altro vantaggio che si trova nel denunciare, spiegandola in questo modo, una disinformazione assai particolare è che di conseguenza il discorso complessivo dello spettacolo non può essere sospettato di contenerla a sua volta, perché esso può designare, con la sicurezza più scientifica, il terreno dove si riconosce la disinformazione: è tutto ciò che si può dire e che non gli aggrada. Probabilmente è per sbaglio — a meno che non si tratti piuttosto di un inganno deliberato — che di recente in Francia si è ventilato il progetto di attribuire ufficialmente una sorta di marchio a del materiale mediale «garantito senza disinformazione»: ciò offendeva certi professionisti dei mass media, che volevano ancora credere, o più modestamente far credere, di non essere effettivamente censurati già da ora. Ma soprattutto il concetto di disinformazione non deve evidentemente essere usato difensivamente, e ancor meno in una difensiva statica, rinforzando una muraglia cinese, una linea Maginot che dovrebbe coprire completamente uno spazio che si suppone vietato alla disinformazione. Bisogna che ci sia una disinformazione, e che essa resti fluida, capace di passare dappertutto. Sarebbe stupido difendere lo spettacolo là dove non è attaccato; e questo concetto si logorerebbe con un’estrema velocità difendendolo, contro l’evidenza, su punti che devono al contrario evitare di mobilitare l’attenzione. Inoltre, le autorità non hanno alcun autentico bisogno di garantire che un’informazione precisa non contenga disinformazione. E non ne hanno i mezzi: non sono così rispettate, e non farebbero che attirare il sospetto sull’informazione in questione. Il concetto di disinformazione è valido solo nel contrattacco. Bisogna mantenerlo in seconda linea e poi lanciarlo immediatamente in avanti per respingere ogni verità che si presenti.
Se talvolta rischia di apparire una sorta di disinformazione disordinata, al servizio di alcuni interessi privati provvisoriamente in conflitto, e di essere a sua volta creduta, diventando incontrollabile e opponendosi in tal modo al lavoro complessivo di una disinformazione meno irresponsabile, non è affatto il caso di temere che nella prima siano impegnati altri manipolatori più esperti o più sottili: è semplicemente perché la disinformazione si dispiega ormai in un mondo in cui non c’è più posto per nessuna verifica. Il concetto confusionista di disinformazione è messo in risalto per confutare istantaneamente, grazie semplicemente al suono del termine, ogni critica che le varie agenzie di organizzazione del silenzio non fossero riuscite a far sparire. Ad esempio, un giorno si potrebbe dire, se ciò fosse utile, che questo scritto è un’impresa di disinformazione sullo spettacolo; oppure di disinformazione ai danni della democrazia, che è lo stesso. Contrariamente a quanto afferma il suo concetto spettacolare opposto, la pratica della disinformazione non può che servire lo Stato qui e ora, sotto la sua guida diretta, o per iniziativa di coloro che difendono gli stessi valori. In realtà la disinformazione risiede in tutta l’informazione esistente; e come suo carattere principale. È nominata soltanto dove occorre mantenere, con l’intimidazione, la passività. Dove la disinformazione è nominata, non esiste. Dove esiste, non la si nomina. Quando esistevano ancora delle ideologie che si scontravano, che si proclamavano a favore o contro un dato aspetto conosciuto della realtà, c’erano fanatici e bugiardi ma non «disinformatori». Quando il rispetto per il consenso spettacolare, o perlomeno una volontà di vanagloria spettacolare non permettono più di dire veramente a che cosa ci si oppone, oppure ciò che si approva con tutte le sue conseguenze, ma ci si trova spesso costretti a dissimulare un aspetto considerato per qualche motivo pericoloso in ciò che si è supposti ammettere, allora si pratica la disinformazione; come per disattenzione, o per dimenticanza, o per cosiddetto falso ragionamento. Ad esempio, sul terreno della contestazione successiva al 1968, i ricuperatori inetti chiamati «pro situ» sono stati i primi disinformatori, perché dissimulavano il più possibile le manifestazioni pratiche attraverso le quali si era affermata la critica che sostenevano di condividere; e, senza farsi scrupolo di indebolire l’enunciato, non citavano mai niente o nessuno, per dare l’impressione di aver trovato qualcosa da se stessi.
XVII
Invertendo una famosa formula di Hegel notavo già nel 1967 che «nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso». Gli anni trascorsi da allora hanno dimostrato i progressi di questo principio in ogni campo particolare, senza eccezioni. Così, in un’epoca in cui l’arte contemporanea non può più esistere, diventa difficile giudicare le arti classiche. Qui come altrove, l’ignoranza è prodotta solo per essere sfruttata. Nello stesso momento in cui vanno perduti il senso della storia e il gusto, si organizzano reti di falsificazione. È sufficiente disporre di esperti e di banditori, cosa piuttosto facile, per far passare tutto, perché in certi affari, come in tutti gli altri del resto, è la vendita ad autenticare ogni valore. Dopo, converrà ai collezionisti o ai musei, soprattutto americani, strapieni di falsi, mantenerne la buona reputazione, come il Fondo monetario internazionale mantiene la finzione del valore positivo degli enormi debiti di cento nazioni.
Il falso forma il gusto e sostiene il falso, facendo sparire volontariamente la possibilità di riferimento all’autentico. Si rifà addirittura il vero, appena possibile, per farlo assomigliare al falso. Gli americani, essendo i più ricchi e i più moderni, sono stati le vittime principali di questo commercio del falso in arte. E sono proprio gli stessi a finanziare i lavori di restauro di Versailles o della Cappella Sistina. Per questo gli affreschi di Michelangelo dovranno acquistare colori ravvivati da fumetto, e i mobili autentici di Versailles assumere il vivido splendore della doratura che li farà assomigliare al falso mobilio d’epoca Luigi XIV importato dispendiosamente nel Texas. Il giudizio di Feuerbach sul fatto che il suo tempo preferiva «l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà» è stato pienamente confermato dal secolo dello spettacolo, e questo in numerosi campi in cui l’Ottocento era voluto restare lontano da quella che era già la sua natura profonda: la produzione industriale capitalista. In tal modo la borghesia aveva ampiamente diffuso lo spirito rigoroso del museo, dell’oggetto originale, della critica storica esatta, del documento autentico. Ma oggi l’artificiale tende a sostituire il vero dovunque. A questo punto è provvidenziale che l’inquinamento dovuto al traffico costringa a sostituire con copie di plastica i cavalli di Marly o le statue ro-maniche del portale di Saint-Trophime. Insomma, tutto sarà più bello di prima, per essere fotografato dai turisti. Probabilmente il colmo è stato raggiunto con il ridicolo falso burocratico cinese delle grandi statue della vasta armata industriale del Primo Imperatore, che tanti statisti in viaggio sono stati invitati ad ammirare in si-tu. Ciò dimostra quindi, dato che si è potuto prenderli in giro con tanta crudeltà, che nessuno disponeva, nella massa dei consiglieri, di un solo individuo che conoscesse la storia dell’arte, in Cina o fuori della Cina. È noto che hanno avuto un’istruzione particolare: «II computer di Sua Eccellenza non ne è stato informato». La constatazione che, per la prima volta, si può governare senza avere alcuna conoscenza dell’arte né alcun senso dell’autentico o dell’impossibile potrebbe bastare da sola a far supporre che tutti gli ingenui creduloni dell’economia e dell’amministrazione porteranno probabilmente il mondo a una grande catastrofe; se la loro pratica effettiva non l’avesse già dimostrato.
XVIII
La nostra società è costruita sul segreto, dalle «società schermo» che mettono al riparo da qualsiasi luce i beni concentrati dei possidenti, fino al «segreto difesa» che copre oggi un immenso territorio di piena libertà extragiudiziale dello Stato; dai segreti, spesso terribili, della produzione povera, nascosti dietro la pubblicità, alle proiezioni delle variabili di futuro estrapolato, sulle quali il dominio è il solo a leggere lo sviluppo più probabile di ciò di cui nega assolutamente l’esistenza, calcolando tuttavia le risposte che fornirà misteriosamente. A questo proposito possiamo fare alcune osservazioni. C’è un numero sempre maggiore di luoghi, nelle grandi città come in alcuni spazi riservati della campagna, che sono inaccessibili, ossia sorvegliati e protetti da tutti gli sguardi; che sono tenuti lontano dalla curiosità innocente, e al riparo da ogni spionaggio. Senza essere propriamente militari, sono organizzati su quel modello, escludendo ogni rischio di controllo da parte di passanti o abitanti; o addirittura da parte della polizia, che da un pezzo si è vista ridurre le sue funzioni alla sorveglianza e alla repressione della delinquenza più comune. Così, in Italia, quando Aldo Moro era prigioniero di Potere Due, non è stato tenuto rinchiuso in un edificio più o meno introvabile, ma semplicemente in un edificio impenetrabile.
C’è un numero sempre maggiore di uomini formati per agire nel segreto; istruiti ed esercitati a non far altro. Sono distaccamenti speciali di uomini armati di archivi riservati, cioè di osservazioni e analisi segrete. E altri sono armati di varie tecniche per lo sfruttamento e la manipolazione di questi affari segreti. Infine, quando si tratta delle loro branche «Azione», possono anche essere dotati di altre capacità di semplificazione dei problemi studiati. Mentre i mezzi assegnati a questi uomini specializzati nella sorveglianza e nell’influenza aumentano, trovano anche circostanze generali che li favoriscono ogni anno di più. Ad esempio, quando le nuove condizioni della società dello spettacolo integrato hanno costretto la sua critica a rimanere autenticamente clandestina, non perché si nasconde ma perché è nascosta dalla massiccia messinscena del pensiero del divertimento, coloro che sono comunque incaricati di sorvegliare tale critica, e se necessario di smentirla, possono in definitiva servirsi contro di essa delle risorse che sono tradizionali nell’ambiente della clandestinità: provocazione, infiltrazioni e varie forme di eliminazione della critica autentica a vantaggio di una falsa che avrà potuto essere introdotta a tale scopo. L’incertezza cresce ogni momento, quando l’impostura generale dello spettacolo si arricchisce della possibilità di ricorrere a mille imposture particolari. Un delitto inspiegato può anche essere definito suicidio, in prigione o altrove; e la dissoluzione della logica permette inchieste e processi che decollano in verticale nell’assurdo, e che spesso sono falsati fin dall’origine da stravaganti autopsie, praticate da strani esperti. Da un pezzo ci siamo abituati a veder giustiziare sommariamente gente di ogni tipo. I terroristi noti o considerati tali sono combattuti apertamente in modo terroristico. Il Mossad va ad ammazzare lontano Abù Jihad, o i S.A.S. inglesi degli irlandesi, o la polizia parallela del «G.A.L.» dei baschi. A loro volta quelli che vengono fatti uccidere da presunti terroristi non sono scelti senza motivi; ma è generalmente impossibile essere sicuri di conoscere questi motivi. Si può sapere che la stazione di Bologna è saltata in aria perché l’Italia continuasse ad essere ben governata; e cosa sono gli «Squadroni della morte» in Brasile; e che la mafia può incendiare un albergo negli Stati Uniti per appoggiare un racket. Ma come sapere a cosa hanno potuto servire, veramente, i «folli omicidi del Brabante»? È difficile applicare il principio cui prodest? in un mondo in cui tanti interessi operanti sono nascosti così bene. Di modo che, sotto lo spettacolare integrato, si vive e si muore alla confluenza di un’enorme quantità di misteri. Dicerie medial-poliziesche assumono subito, o al massimo dopo essere state ripetute tre o quattro volte, il peso indiscusso di prove storiche secolari. Secondo la leggendaria autorità dello spettacolo del giorno, strani personaggi eliminati in silenzio riappaiono in veste di falsi sopravvissuti, il cui ritorno potrà sempre essere evocato o calcolato, e dimostrato dal più semplice «si dice» degli specialisti. Stanno da qualche parte tra l’Acheronte e il Lete, questi morti che non sono stati regolarmente sepolti dallo spettacolo; si presume che dormano nell’attesa che ci si degni di svegliarli, tutti, il terrorista ridisceso dalle colline e il pirata tornato dal mare; e il ladro che non ha più bisogno di rubare. Così l’incertezza è organizzata dappertutto. La protezione del dominio procede molto spesso per falsi attacchi di cui il trattamento mediale farà perdere di vista la vera operazione: come la singolare azione di forza di Tejero e delle sue guardie civili nelle Cortes, nel 1981, il cui fallimento doveva nascondere un altro pronunciamiento più moderno, cioè mascherato, che è andato in porto. Il fallimento altrettanto vistoso di un sabotaggio ad opera dei servizi speciali francesi, nel 1985, in Nuova Zelanda è stato da alcuni considerato uno stratagemma forse destinato a distogliere l’attenzione dai numerosi nuovi impieghi di tali servizi, facendo credere alla loro grottesca goffaggine sia nella scelta degli obiettivi che nelle modalità di esecuzione. Con maggiore sicurezza si è ritenuto quasi ovunque che le ricerche geologiche di un giacimento petrolifero nel sottosuolo della città di Parigi, effettuate rumorosamente nell’autunno del 1986, non avessero altra seria intenzione che quella di misurare fin dove era potuto arrivare il grado di ot-tundimento e di sottomissione degli abitanti, mostrando loro una presunta ricerca del tutto demenziale sul piano economico. Il potere è diventato così misterioso che, dopo il caso delle vendite illegali di armi all’Iran da parte della presidenza degli Stati Uniti, ci si è potuti chiedere chi comandava veramente negli Stati Uniti, la potenza più forte del mondo detto democratico. E allora chi diavolo può comandare il mondo democratico? A un livello più profondo, in questo mondo ufficialmente così pieno di rispetto per tutte le necessità eco-nomiche, nessuno sa mai quanto costa veramente qualsiasi cosa prodotta: infatti la parte più importante del costo effettivo non è mai calcolata; e il resto è tenuto segreto.
XIX
II generale Noriega si è fatto conoscere per un istante in tutto il mondo all’inizio del 1988. Era dittatore senza carica di Panama, paese senza esercito, in cui comandava la Guardia Nazionale. Perché Panama non è un vero Stato sovrano: è stato scavato per il suo canale, e non l’inverso. Il dollaro è la sua moneta, e anche il vero e proprio esercito che vi staziona è straniero. Dunque Noriega aveva fatto tutta la sua carriera, perfettamente identica in questo a quella di Jaruzelski in Polonia, come generale-poliziotto, al servizio dell’occupante. Importava droga negli Stati Uniti, perché Panama non rende abbastanza, ed esportava in Svizzera i suoi capitali «panamensi». Aveva lavorato con la CI A contro Cuba, e per avere la copertura adatta alle sue attività economiche aveva anche denunciato alle autorità americane, tanto ossessionate da questo problema, un certo numero di suoi rivali nell’importazione. Il suo consigliere principale in materia di sicurezza, invidiategli da Washington, era il migliore sul mercato, Michael Ha-rari, ex ufficiale del Mossad, il servizio segreto di Israele. Quando gli americani hanno voluto disfarsi del personaggio, perché alcuni loro tribunali l’avevano imprudentemente condannato, Noriega si è dichiarato pronto a difendersi anche mille anni, per patriottismo panamense, contro il suo popolo insorto e al tempo stesso contro gli stranieri; ha ottenuto subito l’approvazione pubblica dei dittatori burocratici più austeri di Cuba e del Nicaragua, in nome dell’anti imperialismo. Lungi dall’essere una stranezza strettamente panamense, questo generale Noriega, che vende tutto e simula tutto, in un mondo che fa ovunque altrettanto, era in ogni suo aspetto come tipo di uomo di un tipo di Stato, come tipo di generale, come capitalista, perfettamente rappresentativo dello spettacolare integrato; e dei successi che esso autorizza nelle direzioni più disparate della sua politica interna e internazionale. È un modello di principe del nostro tempo, e tra coloro che si destinano a salire e a restare al potere in qualsia-si parte del mondo, i più capaci gli assomigliano molto. Non è Panama che produce tali meraviglie, è la nostra epoca.
XX
Per ogni servizio segreto, in armonia su questo punto con la giusta teoria clausewitziana della guerra, un sapere deve diventare un potere. Da qui un servizio ricava attualmente il suo prestigio, il suo tipo di poesia particolare. L’intelligenza, scacciata così radicalmente dallo spettacolo, che non permette di agire e non dice gran che di vero sull’azione altrui, pare quasi essersi rifugiata tra coloro che analizzano delle realtà, e agiscono di nascosto su delle realtà. Recentemente, alcune rivelazioni che Margaret Thatcher ha fatto di tutto per soffocare, ma invano, autenticandole in tal modo, hanno dimostrato che in Inghilterra i servizi erano già stati in grado di provocare la caduta di un ministero la cui politica sembrava loro pericolosa. Così, il disprezzo generale che lo spettacolo suscita restituisce, per motivi nuovi, un’attrattiva a quello che ai tempi di Kipling potè essere chiamato «il grande gioco».
La «concezione poliziesca della storia» era nell’Ottocento un’interpretazione reazionaria e ridicola, in un periodo in cui tanti fortissimi movimenti sociali agitavano le masse. Gli pseudo-contestatari di oggi lo sanno bene, per sentito dire o grazie a qualche libro, e credono che quella conclusione sia rimasta vera in eterno. Non vogliono mai vedere la pratica reale del loro tempo; perché è troppo triste per le loro frigide speranze. Lo Stato non lo ignora, e ne approfitta. Nel momento in cui quasi tutti gli aspetti della vita politica internazionale, e un numero crescente di coloro che contano nella politica interna, sono diretti e mostrati secondo lo stile dei servizi segreti, con inganni, disinformazione, duplice spiegazione — quella che può nasconderne un’altra, o semplicemente averne l’aria — lo spettacolo si limita a far conoscere il mondo noioso dell’incomprensibile obbligatorio, una tediosa serie di romanzi polizieschi privi di vita e dove manca sempre la conclusione. Qui la messinscena realista di una lotta di negri, di notte, in una galleria, può rappresentare un espediente drammatico sufficiente. L’imbecillità crede che tutto sia chiaro, quando la televisione ha mostrato una bella immagine, e l’ha commentata con una coraggiosa menzogna. La semi-élite si accontenta di sapere che quasi tutto è oscuro, ambivalente, «montato» in funzione di codici sconosciuti. Un’elite più chiusa vorrebbe sapere il vero, difficilissi-mo da distinguere chiaramente in ogni singolo caso, nonostante tutti i dati riservati e le confidenze di cui può disporre. Per questo amerebbe possedere il metodo della verità, ma si tratta quasi sempre di un amore infelice.
XXI
II segreto domina questo mondo, in primo luogo come segreto del dominio. Secondo lo spettacolo, il segreto non sarebbe che un’eccezione necessaria alla regola dell’informazione offerta abbondantemente su tutta la superficie della società, mentre il dominio, in questo «mondo libero» dello spettacolare integrato, si sarebbe ridotto ad un semplice dipartimento esecutivo al servizio della democrazia. Ma nessuno crede veramente allo spettacolo. Come accettano gli spettatori l’esistenza del segreto, garanzia sufficiente che essi non potrebbero amministrare un mondo di cui ignorano le principali realtà, se per un caso improbabile si chiedesse davvero il loro parere sul modo di farlo? È un fatto che il segreto non appare quasi a nessuno nella sua purezza inaccessibile, e nella sua generalità funzionale. Tutti ammettono che esista inevitabilmente un piccolo margine di segreto riservato agli specialisti; e per la maggioranza delle cose, molti pensano di essere a parte del segreto.
Nel Discours sur la servitude volontaire La Boétie ha mostrato come il potere di un tiranno deve trovare numerosi appoggi nei circoli concentrici degli individui che in esso trovano o credono di trovare un vantaggio. Allo stesso modo molte persone, tra i politici o i funzio-nari mediali, lusingate dal fatto di non poter essere sospettate di irresponsabilità, conoscono molte cose tramite relazioni e confidenze. Chi è contento di essere a parte della confidenza non è particolarmente portato a criticarla; quindi neanche a notare che, in tutte le confidenze, la parte principale della realtà gli sarà sempre nascosta. Grazie alla benevola protezione dei bari, conosce un po’ più di carte, ma possono essere false; ma mai il metodo che dirige e spiega il gioco. Perciò s’identifica subito con i manipolatori, e disprezza l’ignoranza che in fondo riguarda anche lui. Perché le briciole d’informazione offerte a questi famigli della tirannia menzognera sono normalmente ammorbate dalla menzogna, incontrollabili, manipolate. Tuttavia gratificano chi vi ha accesso, perché si sente superiore a quanti non sanno niente. Esse del resto valgono soltanto per far meglio approvare il dominio, e mai per capirlo effettivamente. Costituiscono il privilegio degli spettatori di prima classe: quelli che hanno l’idiozia di credere di poter capire qualcosa, non servendosi di ciò che è loro nascosto, ma credendo a ciò che è loro rivelato! Il dominio è lucido almeno in questo, che si aspetta dalla propria gestione, libera e senza ostacoli, un numero piuttosto elevato di catastrofi di prima grandezza in un futuro imminente, sia sui terreni ecologici, ad esempio chimico, che su quelli economici, ad esempio bancario. Già da qualche tempo si è messo nella situazione di poter trattare tali sciagure eccezionali usando un metodo diverso da quello abituale della mite disinformazione.
XXII
Quanto agli assassini! sempre più numerosi da più di due decenni, rimasti del tutto inspiegati — perché se talora è stata sacrificata qualche comparsa, non ci si è mai sognati di risalire agli accomandanti — la loro qualità di produzione in serie ha il suo marchio: le menzogne palesi, e mutevoli, delle dichiarazioni ufficiali; Kennedy, Aldo Moro, Olaf Palme, ministri o finanzieri, un paio di papi, altri che valevano più di loro. Questa sindrome di una malattia sociale acquisita di recente si è diffusa rapidamente un po’ dappertutto, come se, partendo dai primi casi osservati, discendesse dai vertici degli Stati, sfera tradizionale di questo tipo di attentati, e allo stesso tempo risalisse dai bassifondi, altro luogo tradizionale dei traffici illegali e delle coperture in cui si è sempre svolto questo tipo di guerra, tra professionisti. Tali pratiche tendono a incontrarsi al centro di tutte le questioni della Società, come se di fatto lo Stato non disdegnasse di immischiarvisi, e come se la mafia riuscisse ad assurgervi; verificando in tal modo una sorta di congiungimento. Si è sentito dire di tutto per tentare di spiegare occasionalmente questo nuovo genere di misteri: incompetenza delle polizie, stupidità dei giudici istruttori, rivelazioni inopportune della stampa, crisi di crescita dei servizi segreti, malanimo dei testimoni, sciopero settoriale dei delatori. Eppure Edgar Allan Poe aveva già trovato la direzione sicura della verità, con il suo celebre ragionamento del Delitto della rue Morgue. «Mi pare che il mistero sia considerato insolubile proprio per il motivo che dovrebbe farlo ritenere di facile risoluzione — mi riferisco all’aspetto eccessivo sotto il quale appare… In indagini come quella che ci occupa, non dobbiamo tanto chiederci come si siano svolte le cose, quanto esaminare in che cosa si distinguono da tutto ciò che è successo finora».
XXIII
Nel gennaio del 1988 la mafia colombiana della droga pubblicava un comunicato destinato a rettificare l’opinione del pubblico sulla sua presunta esistenza. L’esigenza principale di una mafia, dovunque possa esser-si formata, è naturalmente di dimostrare di non esistere, o di essere stata vittima di calunnie poco scientifiche; questo è il suo primo punto di contatto col capitalismo. Ma in questo caso quella mafia, irritata dal fatto di essere additata essa sola, è arrivata al punto di evocare gli altri raggruppamenti che vorrebbero farsi dimenticare prendendola abusivamente come capro espiatorio. Il comunicato diceva: «Noi non apparteniamo alla mafia burocratica e politica, né a quella dei banchieri e dei finanzieri, né a quella dei milionari, né alla mafia dei grandi contratti fraudolenti, dei monopoli o del petrolio, né a quella dei grandi mezzi di comunicazione». È certo possibile ritenere che gli autori di questa dichiarazione abbiano interesse a scaricare, come tutti gli altri, le loro pratiche nel vasto fiume delle acque torbide della criminalità e delle illegalità più comuni, che bagna la società contemporanea per tutta la sua estensione; ma è anche giusto ammettere che queste persone sanno meglio di altre, per la loro professione, di cosa parlano. La mafia trova dappertutto le condizioni migliori sul terreno della società moderna. La sua crescita è rapida quanto quella degli altri prodotti del lavoro col quale la società dello spettacolare integrato plasma il suo mondo. La mafia aumenta con gli enormi progressi dei computer e dell’alimentazione industriale, della ricostruzione urbana integrale e delle bidonville, dei servizi speciali e dell’analfabetismo.
XXIV
Quando cominciò a manifestarsi all’inizio del seco lo negli Stati Uniti, la mafia non era che un arcaismo trapiantato con l’immigrazione dei lavoratori siciliani; come le guerre di gang tra le società segrete cinesi nel lo stesso momento comparivano sulla Costa Ovest. Fondata sull’oscurantismo e sulla miseria, a quell’epoca la mafia non aveva la possibilità di insediarsi neppure nell’Italia settentrionale. Sembrava condannata a far si ovunque da parte di fronte allo Stato moderno. Era una forma di crimine organizzato che poteva prospe rare solo sulla «protezione» di minoranze arretrate, fuo ri del mondo delle città, dove il controllo di una poli zia razionale e delle leggi della borghesia non poteva penetrare. La tattica difensiva della mafia consisteva unicamente nella soppressione delle testimonianze, per neutralizzare la polizia e la giustizia e far regnare nel la propria sfera di attività il segreto che le era necessa rio. Ma in seguito le si è aperto un campo nuovo nel nuovo oscurantismodella società dello spettacolare dif fuso, poi integrato: con la vittoria totale del segreto, l’abdicazione generale dei cittadini, la perdita comple ta della logica e i progressi della venalità e della vigliac cheria universali, vennero a sommarsi tutte le condi zioni favorevoli perché diventasse una potenza moder na, e offensiva.
Il proibizionismo americano — grande esempio del le pretese degli Stati del secolo al controllo autoritario di tutto, e dei risultati che ne derivano — ha lasciato per più di un decennio al crimine organizzato la gestio ne del commercio dell’alcol. La mafia, così arricchita e addestrata, si è collegata alla politica elettorale, agli affari, allo sviluppo del mercato dei sicari professioni sti, a certi aspetti della politica internazionale. Così du­rante la seconda guerra mondiale fu invitata dal gover no di Washington a collaborare all’invasione della Si cilia. L’alcol, tornato ad essere legale, è stato sostitui to dagli stupefacenti, che hanno costituito da allora la mercé principale dei consumi illegali. La mafia ha poi assunto una notevole importanza nel settore immobi liare, nelle banche, nella grande politica e nei grandi af fari dello Stato, e in seguito nelle industrie dello spet tacolo: televisione, cinema, editoria. Negli Stati Uniti, ciò vale anche per l’industria del disco, come in tutti i casi in cui la pubblicità di un prodotto dipende da un numero abbastanza ristretto di persone. Si può quindi fare facilmente pressione su di esse, comprandole o in timidendole, dato che si dispone di capitali a sufficien za o di sicari che non possono essere né riconosciuti né puniti. Corrompendo i disc-jockey, si decide quale do vrà aver successo, tra merci ugualmente misere.
Probabilmente è in Italia che la mafia, reduce dalle sue esperienze e conquiste americane, ha realizzato la forza più grande: dall’epoca del suo compromesso sto rico con il governo parallelo, è stata in grado di far uc cidere giudici istruttori o capi della polizia: pratica con cui aveva inaugurato la sua partecipazione alle monta ture del «terrorismo» politico. In situazioni relativamen te indipendenti, l’analoga evoluzione dell’equivalente giapponese della mafia dimostra bene l’omogeneità della nostra epoca.
Ci si sbaglia ogni volta che si vuole spiegare qual cosa opponendo la mafia allo Stato: essi non sono mai in rivalità. La teoria verifica con facilità ciò che tutte le dicerie della vita pratica avevano dimostrato troppo facilmente. La mafia non è un’estranea in que sto mondo: ci si trova perfettamente a suo agio. Nel l’epoca dello spettacolare integrato, essa appare di fat to come il modello di tutte le imprese commerciali avan zate.
XXV
Con le nuove condizioni attualmente predominanti nella società schiacciata sotto il tallone di ferro dello spettacolo, notiamo ad esempio che un assassinio poli tico è visto in una luce diversa; in un certo modo smor zata. Ci sono molti più dementi di prima dappertutto, ma ciò che è infinitamente più comodo è che se ne può parlare in modo demenziale. E tali spiegazioni mediali non sono imposte da un qualsiasi terrore regnante. Al contrario, è l’esistenza pacifica di tali spiegazioni che deve suscitare terrore.
Quando nel 1914, poco prima dello scoppio della guerra, Villain assassinò Jaurès, nessuno dubitò che Villain, individuo probabilmente un po’ squilibrato, ave va ritenuto di dover uccidere Jaurès perché agli occhi degli estremisti della destra patriottica, che avevano in fluenzato profondamente Villain, Jaurès appariva un uomo che sarebbe stato sicuramente nocivo per la di fesa del paese. Quegli estremisti avevano però sotto valutato l’immensa forza del consenso patriottico nel partito socialista, che l’avrebbe spinto rapidamente all’«unione sacra»; e questo sia nel caso che Jaurès fos se assassinato, sia nel caso che gli si lasciasse l’oppor tunità di perseverare nella sua posizione internaziona lista di rifiuto della guerra. Oggi, di fronte a un simile avvenimento, i giornalisti-poliziotti, noti esperti di «fatti sociali» e di «terrorismo», direbbero subito che Villain  era conosciuto per i suoi reiterati tentativi di omicidio, spinto da una pulsione indirizzata ogni volta verso uo mini che potevano professare opinioni politiche dispa rate, ma che casualmente presentavano tutti una so miglianza fisica o di abbigliamento con Jaurès. Diver si psichiatri lo confermerebbero, e i mass media, atte stando semplicemente tali affermazioni, attesterebbero la loro competenza e la loro imparzialità di espertiincomparabilmente autorizzati. In seguito, l’inchiesta uf ficiale della polizia potrebbe portare, fin dal giorno suc cessivo, alla scoperta di varie persone rispettabili pronte a testimoniare che Villain, ritenendo un giorno di es sere stato mal servito alla «Chope du Croissant», ave va minacciato ripetutamente in loro presenza di vendicarsi entro breve tempo del gestore del caffè, abbat tendo davanti a tutti e sul posto uno dei suoi migliori clienti.
Ciò non significa che in passato la verità si impones se con frequenza e rapidità: perché alla fine Villain fu assolto dalla Giustizia francese. Fu fucilato solo nel 1936, quando scoppiò la rivoluzione spagnola, perché aveva commesso l’imprudenza di risiedere alle Baleari.
XXVI
Se vediamo formarsi ovunque reti di influenza o so cietà segrete, è perché ciò è voluto tassativamente dalle nuove condizioni per una gestione proficua degli affari economici, in una situazione in cui lo Stato ha un peso egemone nell’orientamento della produzione, e in cui la domanda di ogni mercé dipende strettamente dalla centralizzazione realizzata dall’informazione-istigazione spettacolare, cui devono adattarsi anche le forme della distribuzione. Si tratta quindi della conseguenza natu rale del movimento di concentrazione dei capitali, del la produzione, della distribuzione. In questo campo, ciò che non si espande deve sparire; e nessuna azienda può espandersi se non con i valori, le tecniche, i mezzi di ciò che rappresentano oggi l’industria, lo spettacolo, lo Stato. Si tratta in ultima analisi dello sviluppo partico lare scelto dall’economia del nostro tempo, che arriva a imporre ovunque la formazione di nuovi legami personali di dipendenza e di protezione.
Proprio in questo punto sta la profonda verità della formula, immediatamente comprensibile in tutta l’Ita lia, usata dalla mafia siciliana: «Quando si hanno sol di e amici, si ride della Giustizia». Nello spettacolare integrato, le leggi dormono; perché non erano state fatte per le nuove tecniche di produzione, e perché sono stra volte nella distribuzione da intese di nuovo genere. Ciò che il pubblico pensa o preferisce non ha più importan za, viene mascherato dallo spettacolo dei tanti sondag gi elettorali, d’opinione, di ristrutturazioni moderniz zanti. Chiunque siano i vincitori, il peggiore verrà acquistato dalla gentile clientela: perché è proprio ciò che è stato prodotto per lei.
Si fa un gran parlare di «Stato di diritto» da quando lo Stato moderno detto democratico ha smesso generalmente di esserlo: non è un caso che l’espressione si sia diffusa solo poco dopo il 1970, e in un primo tem po proprio in Italia. In vari campi si fanno addirittura delle leggi precisamenteperché siano stravolte da colo ro che saranno in grado di farlo. In certe circostanze l’illegalità, ad esempio intorno al commercio mondiale di armamenti d’ogni tipo, e più spesso rispetto a pro dotti della tecnologia più avanzata, è solo una sorta di forza complementare dell’operazione economica: che sarà perciò tanto più redditizia. Oggi molti affari sono necessariamente disonesti come lo è il secolo, e non com’erano un tempo quelli praticati, visibilmente in pic cola serie, da chi aveva scelto la strada della disonestà.
Con la crescita delle reti di promozione-controllo per diffondere e controllare settori sfruttabili del mercato, cresce anche il numero di servizi personali che non pos sono essere rifiutati a coloro che sono al corrente e che da parte loro non hanno negato il loro aiuto; e non si tratta sempre solo dei poliziotti o dei custodi degli inte ressi o della sicurezza dello Stato. Le complicità fun zionali comunicano a grande distanza e a lunga dura­ta, perché le loro reti dispongono di tutti i mezzi per imporre i sentimenti di gratitudine o di fedeltà, che pur troppo sono sempre stati così rari nella libera attività dei tempi borghesi.
S’impara sempre qualcosa dall’avversario. È accer tato che anche gli uomini di Stato sono stati indotti a leggere le osservazioni del giovane Lukàcs sui concetti di legalità e di illegalità, quando hanno dovuto affron tare il passaggio effimero di una nuova generazione del negativo — Omero ha detto che «una generazione di uomini passa con la rapidità di una generazione di fo glie». Da allora gli uomini di Stato hanno potuto smet tere come noi di preoccuparsi di qualsiasi tipo di ideo logia riguardo a questo problema; le pratiche della
società spettacolare infatti non favorivano più nessuna il lusione ideologica del genere. In fin dei conti, a propo sito di noi tutti, si potrà concludere che ciò che spesso ci ha impedito di limitarci ad una sola attività illegale è il fatto che ne abbiamo avute più d’una.
XXVII
Tucidide, nel libro Vili, capitolo 66, della Guerra del Peloponneso dice, a proposito dell’operato di un’altra cospirazione oligarchica, qualcosa che ha molte affini tà con la situazione in cui ci troviamo:
«Per di più, coloro che prendevano la parola faceva no parte del complotto e i discorsi che pronunciavano erano stati sottoposti in precedenza all’esame dei loro amici. Nessuna opposizione si manifestava tra i rimanenti cittadini, spaventati dal numero dei congiurati. Quando qualcuno tentava di contraddirli nonostante tut to, si trovava subito un sistema comodo per farlo mo rire. Gli assassini non erano ricercati e nessuna azione giudiziaria era intentata contro i sospetti. Il popolo non reagiva e la gente era così terrorizzata da ritenersi for tunata, pur restando muta, di sfuggire alle violenze. Cre dendo i congiurati molto più numerosi di quanti fosse ro, aveva un senso di totale impotenza. La città era trop po grande e le persone non si conoscevano abbastanza a vicenda da avere la possibilità di scoprire come sta vano veramente le cose. In tali condizioni, per quanto si fosse indignati, non si poteva confidare a nessuno le proprie lagnanze. Pertanto occorreva rinunciare a in tentare un’azione contro i colpevoli, perché a tale sco po ci si sarebbe dovuti rivolgere o a uno sconosciuto, o a un conoscente in cui non si aveva fiducia. Nel par tito democratico, le relazioni personali erano impron tate ovunque alla diffidenza e ci si chiedeva sempre se colui con cui si aveva a che fare non fosse d’accordo di nascosto con i congiurati. Tra questi ultimi c’erano infatti uomini di cui non si sarebbe mai creduto che po tessero aderire all’oligarchia».
Se la storia dovrà tornare a noi dopo questa eclissi, cosa che dipende da fattori ancora in conflitto e dun que da un esito che nessuno può escludere con certez za, un giorno questi Commentati potranno servire a scri vere la storia dello spettacolo: forse l’avvenimento più importante verificatosi in questo secolo, e anche quel lo che ci si è meno arrischiati a spiegare. In circostanze diverse, penso che avrei potuto considerarmi ampiamen te soddisfatto dal mio primo studio sull’argomento, e lasciare ad altri il compito di esaminare il seguito. Ma nel momento in cui ci troviamo, mi è sembrato che nes sun altro l’avrebbe fatto.
XXVIII
Dalle reti di promozione-controllo si passa impercet tibilmente a quelle di sorveglianza-disinformazione. Un tempo si cospirava sempre contro un ordine costituito. Oggi, cospirare a suo favore è un nuovo mestiere in grande sviluppo. Sotto il dominio spettacolare si cospira per mantenerlo, e per garantire ciò che soltanto esso po trà chiamare il suo buon andamento. Questa cospira zione fa parte del suo stesso funzionamento.
Si sono già iniziati a insediare alcuni mezzi per una sorta di guerra civile preventiva, adatti a differenti proie zioni del futuro calcolato. Si tratta di «organizzazioni specifiche», incaricate di intervenire su alcuni punti pre cisi secondo i bisogni dello spettacolare integrato. Così è stata prevista, per la peggiore eventualità, una tattica detta scherzosamente «delle Tre Culture», in ricordo di una piazza di Città del Messico nell’estate del 1968, ma stavolta senza usare i guanti, e che inoltre dovrà essere applicata prima del giorno della rivolta. E all’infuori di casi così estremi non sarà necessario, per fare di esso un buon metodo di governo, che l’assassinio inspiega to colpisca molta gente o si ripeta con una certa fre quenza: il semplice fatto che si sappia che ne esiste la possibilità complica immediatamente i calcoli in nume rosissimi campi. Non ha neppure bisogno di essere in telligentemente selettivo, ad hominem. L’impiego del procedimento in modo puramente aleatorio potrebbe anzi essere più produttivo.
Ci si è messi inoltre in una situazione in cui è possi bile far comporre frammenti di una critica sociale dell’allevamento, che non sarà più affidata a docenti uni versitari o a funzionari mediali, che è ormai meglio tenere lontani dalle fandonie troppo abituali in que sto dibattito. Si tratta di una critica migliore, lancia ta e sfruttata in modo nuovo, manovrata da un’altra specie di professionisti, meglio formati. Cominciano ad essere pubblicati, in modo abbastanza confiden ziale, testi lucidi, anonimi o firmati da sconosciuti — tattica peraltro facilitata dalla concentrazione di ciò che tutti sanno sui buffoni dello spettacolo, il che fa sì che degli sconosciuti sembrino oggi i più degni di stima — non solo su temi che non sono mai affrontati nello spet tacolo, ma anche con argomentazioni la cui giustezza è resa più sorprendente da un tipo di originalità, calco labile, derivante dal fatto di non essere tutto sommato mai state prima usate, pur essendo piuttosto evidenti. Questa pratica può servire almeno come prima fase di iniziazione per reclutare menti un po’ sveglie, cui si di rà in seguito, se sembreranno adatti, una dose maggio re del probabile seguito. E ciò che per alcuni sarà il pri mo passo di una carriera sarà per altri — classificatisi meno bene — il primo gradino della trappola in cui ca dranno. In certi casi si tratta di creare, su questioni che rischie rebbero di diventare scottanti, un’altra pseudo-opinione critica; e tra le due opinioni che così risultassero, entram be estranee alle misere convenzioni spettacolari, il giudi zio ingenuo potrà oscillare indefinitamente, e la discus sione per valutarle sarà rilanciata ogni volta che con verrà. Più spesso si tratta di un discorso generale su ciò che è nascosto dai mass media, e questo discorso potrà essere molto critico, e palesemente intelligente su alcu ni punti, ma sempre restando stranamente decentrato. I temi e le parole sono stati selezionati in modo artifi cioso con l’aiuto di computer informati sul pensiero cri tico. In questi testi ci sono delle lacune, non molto evi­denti ma pur sempre notevoli: il punto di fuga della pro spettiva è sempre assente in modo anomalo. Assomi gliano al facsimile di un’arma famosa, cui manchi soltanto il percussore. Si tratta necessariamente di una critica laterale, che vede molte cose in modo franco e giusto, ma mettendosi da parte, e questo non per fin gere una qualsiasi imparzialità, poiché deve anzi aver l’aria di biasimare molto, ma senza mai dare l’impres sione di sentire il bisogno di far apparire qual è la sua causa; e dunque di dire, anche implicitamente, da dove viene e dove vorrebbe andare.
A questa specie di falsa critica antigiornalistica può unirsi la pratica organizzata della diceria, che come si sa è originariamente una sorta di riscatto selvaggio del l’informazione spettacolare, perché tutti avvertono in essa anche solo vagamente un aspetto ingannevole, e quindi la scarsa fiducia che merita. La diceria è stata un tempo superstiziosa, ingenua, autointossicata. Ma più recentemente la sorveglianza ha cominciato a inse diare nella popolazione persone suscettibili di lanciare, al primo segnale, le dicerie più convenienti. In questo campo si è deciso di applicare praticamente le conside razioni di una teoria formulata quasi trent’anni fa, la cui origine si trova nella sociologia americana della pub blicità: la teoria degli individui chiamati «locomotive», cioè persone che altri nella loro cerchia saranno inclini a seguire e imitare; ma passando stavolta dallo sponta neo all’esperto. Inoltre sono stati attualmente messi a disposizione i mezzi, budgetari o extrabudgetari, per mantenere molti elementi di riserva; accanto ai pre cedenti specialisti, universitari e mediali, sociologi o poliziotti, del passato recente. Credere che si appli chino ancora meccanicamente modelli noti in passato è fuorviante quanto l’ignoranza generale del passato. «Roma non è più a Roma», e la mafia non è più la teppa. E i servizi di sorveglianza e disinformazione assomigliano poco al lavoro dei poliziotti e dei confi denti di una volta — per esempio agli sbirri o alle spie del Secondo Impero — proprio come i servizi speciali attuali, in tutti i paesi, assomigliano poco alle attività degli ufficiali del Deuxième Bureau dello stato maggiore dell’Esercito nel 1914.
Da quando l’arte è morta, è diventato facilissimo, com’è noto, travestire dei poliziotti da artisti. Quando le ultime imitazioni di un neodadaismo stravolto sono au torizzate a pontificare gloriosamente nei mass media, e quindi anche a modificare un po’ l’arredamento dei palazzi ufficiali, come i buffoni dei re di paccottiglia, vediamo che al tempo stesso una copertura culturale è garantita a tutti gli agenti o alle riserve delle reti d’in fluenza dello Stato. Si aprono pseudomusei vuoti, o pseudocentri di ricerca sull’opera completa di un per sonaggio inesistente con la stessa velocità con cui si crea la fama di giornalisti-poliziotti, o di storici-poliziotti, o di romanzieri-poliziotti. Probabilmente Athur Cravan vedeva profilarsi questo mondo quando scriveva in Maintenant: «Presto per la strada non vedremo più che artisti, e faremo una gran fatica a scorgere un uomo». È proprio questo il senso della versione aggiornata di una vecchia battuta dei teppistelli parigini: «Salve, ar tisti! Se mi sbaglio, pazienza».
Poiché le cose sono arrivate al punto in cui si trova no, possiamo vedere alcuni autori collettivi impiegati dall’editoria più moderna, ossia quella che si è data la migliore diffusione commerciale. Poiché l’autenticità dei loro pseudonimi è assicurata solo dai giornali, essi se li passano, collaborano, si sostituiscono, assumono nuo vi cervelli artificiali. Si sono presi l’incarico di esprimere lo stile di vita e di pensiero dell’epoca, non in virtù del la loro personalità, ma dietro ordini. Perciò quanti cre dono che si tratti di veri imprenditori letterari indivi duali, indipendenti, possono arrivare al punto di assi curare sapientemente che adesso Bucasse si è arrabbia to col conte di Lautréamont; che Dumas non è Macquet, e che soprattutto non bisogna confondere Erckmann con Chatrian; che Censier e Daubenton non si parlano più. Meglio sarebbe dire che questo tipo di autori moderni ha voluto seguire Rimbaud, almeno nell’affermare che «io è un altro».
Secondo l’intera storia della società spettacolare i ser vizi segreti erano destinati a svolgere il ruolo di piatta forma centrale girevole; perché in essi si concentrano al massimo grado le caratteristiche e i mezzi di esecu zione di una simile società. Essi vengono inoltre sem pre più incaricati di arbitrare gli interessi generali di que sta società, anche se sotto la modesta qualifica di «ser vizi». Non si tratta di abusi, perché esprimono fedel­mente i costumi abituali del secolo dello spettacolo. Sorveglianti e sorvegliati fuggono così su un oceano sen za confini. Lo spettacolo ha fatto trionfare il segreto, ed esso dovrà essere sempre di più nelle mani degli specialisti del segreto, che naturalmente non sono tutti funzionari, destinati a rendersi autonomi, a vari livelli, dal  controllo dello Stato; che non sono tutti funzionari.
XXIX
Una legge generale del funzionamento dello spetta colo integrato, almeno per coloro che ne gestiscono
la direzione, è che, in questo ambito, tutto ciò che si può fare dev’essere fatto. In altre parole ogni nuovo stru mento dev’essere utilizzato, a qualsiasi costo. L’attrez zatura nuova diventa ovunque il fine e il motore del si stema; e sarà l’unica a poter modificare in modo consi derevole il suo andamento, ogni volta che il suo uso si sarà imposto senza altre riflessioni. I proprietari della società vogliono infatti mantenere, innanzitutto, un cer to «rapporto sociale tra le persone», ma devono anche perseguire il rinnovamento tecnologico continuo; per ché questo è stato uno degli obblighi che hanno accet tato insieme all’eredità. Perciò questa legge si applica anche ai servizi che proteggono il dominio. Lo strumento messo a punto dev’essere usato, e il suo uso rafforzerà le condizioni stesse che favorivano tale uso. I procedi menti d’emergenza diventano così procedure di sempre.
La coerenza della società dello spettacolo ha dato ra gione in un certo modo ai rivoluzionari, perché è ormai chiaro che non si può riformare il suo dettaglio più insi gnificante senza disfare l’insieme. Allo stesso tempo però questa coerenza ha soppresso ogni tendenza rivoluziona ria organizzata, sopprimendo i terreni sociali in cui essa aveva potuto esprimersi più o meno bene: dal sindacali smo ai giornali, dalla città ai libri. In una sola volta si è potuto mettere in luce l’incompetenza e l’irriflessione che tale tendenza portava in sé del tutto naturalmente. E sul piano individuale, la coerenza dominante è capacissima di eliminare o di comprare certe eventuali eccezioni.
XXX
La sorveglianza potrebbe essere molto più pericolo sa se non fosse stata spinta, sulla strada del controllo assoluto di tutti, fino a un punto in cui incontra diffi coltà derivanti dai suoi stessi progressi. C’è una con traddizione tra la massa delle informazioni raccolte su un numero crescente di individui, e il tempo e l’intelli genza di cui si dispone per analizzarle; o semplicemen te il loro possibile interesse. L’abbondanza del mate riale costringe a riassumerlo a ogni livello: una parte considerevole scompare, e il resto è sempre troppo lun go per essere letto. La direzione della sorveglianza e della manipolazione non è unificata. Infatti si lotta ovunque per la spartizione dei profitti; e quindi anche per lo svi luppo prioritario di una data virtualità della società esi stente, a scapito di tutte le altre virtualità che pure, a patto che siano dello stesso stampo, sono reputate anch’esse rispettabili.
Si lotta anche per gioco. Ogni funzionario impegnato è portato a sopravvalutare i suoi agenti e anche gli avversari di cui si occupa. Ogni paese, per non parlare delle numerose alleanze sopranazionali, possiede attual mente un numero indeterminato di servizi di polizia o di controspionaggio, e di servizi segreti, statali o pa rastatali. Inoltre esistono molte compagnie private che si occupano di sorveglianza, protezione, informazioni. Le grandi multinazionali hanno naturalmente i loro ser vizi; ma anche aziende nazionalizzate, pur di modeste dimensioni, svolgono ugualmente la loro politica indi pendente, sul piano nazionale e a volte internazionale. È possibile vedere un raggruppamento industriale nu cleare opporsi a un raggruppamento petrolifero, pur es sendo entrambi di proprietà dello stesso Stato e per giun ta uniti l’uno all’altro dialetticamente dall’interesse a mantenere elevato il corso del petrolio sul mercato mon diale. Ogni servizio di sicurezza di un’industria privata combatte il sabotaggio di cui è oggetto, e all’occorren-za lo organizza contro il rivale: chi ripone grandi inte ressi in un tunnel sottomarino è favorevole all’insicurezza dei ferry-boat e può assoldare dei giornali in dif ficoltà per farne parlare alla prima occasione, e senza troppo lunghe riflessioni; e chi fa concorrenza alla Sandoz è indifferente alle falde freatiche della valle del Re no. Si sorveglia segretamente ciò che è segreto. Di mo do che ognuno di questi organismi, confederati in mo do molto elastico intorno ai responsabili della ragion di Stato, aspira per proprio conto a una specie di ege­monia insensata. Perché il senso è andato perduto in sieme al centro conoscibile.
La società moderna, che fino al 1968 passava da un successo all’altro e si era convinta di essere amata, ha dovuto rinunciare da allora a questi sogni; preferisce essere temuta. Sa bene che «la sua aria innocente non tornerà più».
Così, mille complotti a favore dell’ordine costituito s’ingarbugliano e si combattono un po’ ovunque, con  l’intreccio sempre accresciuto delle reti e delle vicende o azioni segrete; e il loro processo di integrazione rapi da in ogni ramo dell’economia, della politica, della cul tura. La gradazione del miscuglio di osservatori, di di sinformatori, di affari speciali aumenta di continuo in tutti i settori della vita sociale. Dato che il complotto generale è diventato così denso da mostrarsi quasi alla luce del sole, ognuna delle sue diramazioni può comin ciare a disturbare o a preoccupare l’altra, perché tutti questi cospiratori professionisti arrivano al punto di os servarsi senza sapere esattamente perché, o s’incontra no casualmente senza potersi riconoscere con sicurez za. Chi vuole osservare chi? Per conto di chi, apparen temente? Ma in realtà? Le vere influenze rimangono na scoste, e le intenzioni finali possono essere sospettate solo con un certo sforzo, e quasi mai capite. Così nes suno può dire che non viene ingannato o manipolato, ma solo in rare occasioni il manipolatore stesso è in grado di sapere se ha vinto. Del resto, il fatto di trovarsi dalla parte vincente della manipolazione non significa che la prospettiva strategica sia stata ben scelta. In que sto modo dei successi tattici possono impantanare grandi forze su cattive strade.
In una stessa rete, che apparentemente persegue uno stesso fine, coloro che costituiscono solo una parte della rete sono costretti ad ignorare tutte le ipotesi e le con clusioni delle altre parti, e soprattutto del loro nucleo dirigente. Il fatto risaputo che tutte le informazioni su qualsiasi soggetto osservato possono anche essere del tutto immaginarie, o falsate in modo grave, o interpre tate molto inadeguatamente, complica e rende poco si curi, in larga misura, i calcoli degli inquisitori; perché ciò che basta per far condannare qualcuno non è altret tanto sicuro quando si tratta di conoscerlo o di utiliz zarlo. Visto che le fonti d’informazioni sono rivali, lo sono anche le falsificazioni.
È in base a tali condizioni del suo esercizio che si può parlare di una tendenza alla redditività decrescente del controllo, man mano che si avvicina alla totalità dello spazio sociale, e che di conseguenza il suo personale e i suoi mezzi aumentano. Perché qui ogni mezzo aspira a diventare un fine, e opera in questo senso. La stessa sorveglianza si sorveglia e complotta contro se stessa.
In definitiva, la sua principale contraddizione è che essa oggi sorveglia, infiltra, influenza un partito assente: quello che si presume voglia il sovvertimento del l’ordine sociale. Ma dove si può vederlo all’opera? Per ché, certo, le condizioni non sono mai state così pesan temente rivoluzionarie ovunque, ma solo i governi lo pensano. La negazione è stata così perfettamente pri vata del suo pensiero che è da lungo tempo dispersa. Per questo essa non è altro ormai che una minaccia vaga, eppure molto inquietante, e la sorveglianza è stata privata a sua volta del terreno migliore della sua attivi tà. La forza di sorveglianza e d’intervento è obbligata, proprio dalle necessità attuali che impongono le condi zioni del suo impiego, a portarsi sul terreno stesso del la minaccia per combatterla in anticipo. Per questo con verrà alla sorveglianza organizzare essa stessa dei poli di negazione e di informarli al di fuori dei mezzi scre ditati dello spettacolo, per influenzare non più stavolta dei terroristi, ma delle teorie.
XXXI
Baltasar Graciàn, grande conoscitore del tempo sto rico, dice con molta pertinenza nell’Oracolo manuale: «L’azione, il discorso, tutto dev’essere misurato col tem po. Bisogna volere quando è possibile; perché né la sta gione né il tempo aspettano nessuno».
Ma Ornar Khayyàm, meno ottimista: «Per parlare chiaramente e senza misteri,/ Siamo i pezzi del gioco del Ciclo; / Facciamo divertire sulla scacchiera dell’Es sere, / E poi torniamo a uno a uno nella cassa del Nulla».
XXXII
La Rivoluzione francese provocò grandi cambiamenti nell’arte della guerra. Fu dopo quell’esperienza che Clausewitz potè introdurre la distinzione secondo la qua le la tattica era l’uso delle forze nella battaglia per otte nere la vittoria, mentre la strategia era l’uso delle vitto rie per raggiungere gli obiettivi della guerra. L’Europa rimase soggiogata, subito e a lungo, dai risultati. Ma la teoria è stata stabilita solo in seguito, e sviluppata in modo disuguale. Dapprima furono compresi gli aspet ti positivi provocati direttamente da una profonda tra sformazione sociale: l’entusiasmo, la mobilità che re gnava nel paese, in maniera relativamente indipenden te dagli arsenali e dai convogli, la moltiplicazione degli effettivi. Un giorno questi elementi pratici furono equi librati dall’entrata in azione, dalla parte avversa, di ele menti analoghi: le armate francesi si scontrarono in Spagna con un altro entusiasmo popolare; nello spazio russo si scontrarono con un paese che non poteva dar loro da vivere; dopo l’insurrezione della Germania si scon trarono con effettivi molto superiori. Tuttavia l’effet to di rottura, nella nuova tattica francese, che fu la sem plice base sulla quale Bonaparte fondò la sua strategia — che consisteva nello sfruttare le vittorie in anticipo, come acquistate a credito: nel prevedere fin dall’inizio la manovra e le sue diverse varianti in quanto conse guenze di una vittoria non ancora riportata ma che lo sarebbe stata sicuramente al primo scontro —, deriva va anche dall’abbandono forzato di idee sbagliate. Quel la tattica era stata bruscamente costretta a liberarsi da tali idee sbagliate, trovando al tempo stesso, grazie al l’azione concomitante delle altre innovazioni citate, i mezzi di tale liberazione. I soldati francesi, arruolati da poco, erano incapaci di combattere in linea, cioè di re stare nelle loro file e di eseguire il fuoco a comando. Allora si spiegheranno in ordine sparso e praticheran no il fuoco a volontà marciando sul nemico. Ora, il fuo co a volontà era proprio l’unico efficace, quello che ope rava veramente la distruzione per mezzo del fucile, la più decisiva all’epoca nello scontro degli eserciti. Tut tavia il pensiero militare aveva negato universalmente una tale conclusione nel secolo che terminava, e la di scussione su tale questione ha potuto protrarsi ancora per quasi un altro secolo, nonostante i costanti esempi della pratica dei combattimenti, e i progressi incessanti nella portata e nella velocità di tiro del fucile.
Analogamente, l’insediamento del dominio spettaco lare è una trasformazione sociale così profonda da aver cambiato radicalmente l’arte di governare. Questa sem plificazione, che ha dato così in fretta simili frutti nella pratica, non è stata ancora pienamente compresa teo ricamente. Vecchi pregiudizi smentiti dappertutto, pre cauzioni diventate inutili e perfino tracce di scrupoli d’al tri tempi sono ancora d’ostacolo nel pensiero di nume rosi governanti a tale comprensione, che la pratica ge nerale dimostra e conferma ogni giorno. Non solo si fa credere agli assoggettati che si trovano ancora in larga misura in un mondo che è stato fatto sparire, ma a vol te i governi stessi soffrono per certi versi della stessa incongruenza. Capita loro di pensare a una parte di ciò che hanno soppresso come se fosse rimasta reale e do vesse perciò restare presente nei loro calcoli. Questo ri tardo non si protrarrà molto. Chi ha potuto far tanto senza fatica andrà necessariamente oltre. Non si deve credere che coloro che non hanno capito abbastanza in fretta tutta la flessibilità delle nuove regole del loro gioco e la sua sorta di barbara grandezza possano mantener si in modo duraturo, come un arcaismo, nei dintorni del potere reale. Il destino dello spettacolo non è certo di finire come un dispotismo illuminato.
Occorre concludere che è imminente e ineluttabile un ricambio nella casta cooptata che gestisce il domi nio e in particolare dirige la protezione di tale domi nio. In tale campo, ovviamente, la novità non sarà mai esibita sulla scena dello spettacolo. Essa appare sol tanto come il fulmine, che si riconosce unicamente dai suoi colpi. Questo ricambio, che concluderà in modo decisivo l’opera dei tempi spettacolari, si verifica con discrezione, pur riguardando persone già tutte collo cate nella sfera del potere, come un complotto segre to. Selezionerà coloro che vi prenderanno parte in base a questa esigenza principale: che sappiano chiaramente da quali ostacoli sono liberati, e di che cosa sono ca paci.
XXXIII
Lo stesso Sardou dice anche: « Vanamente è relativo al soggetto; invano è relativo all’oggetto; inutilmente è senza utilità per tutti. Si è lavoratovanamente quan do lo si è fatto senza successo, in modo da perdere tempo e fatica: si è lavorato invano quando lo si è fatto senza raggiungere lo scopo che ci si prefiggeva, a causa del difetto dell’opera. Se non riesco a svolgere il mio com pito, lavoro vanamente; perdo inutilmente tempo e fa tica. Se il mio compito svolto non ha l’effetto che mi aspettavo, se non ho raggiunto il mio scopo, ho lavo rato invano; ossia ho fatto una cosa inutile…
«Si dice anche che uno ha lavorato vanamente quan do non è ricompensato per il suo lavoro, o quando tale lavoro non è apprezzato; perché in tal caso il lavorato re ha perso tempo e fatica, senza pregiudicare in nes sun modo il valore del suo lavoro, che peraltro può es sere eccellente».
(Parigi, febbraio-aprile 1988)




 ÉDITIONS GÉRARD LEBOVICI




À la mémoire de Gérard Lebovici,
assassiné à Paris, le 5 mars 1984,
dans un guet-apens resté mystérieux.


  
« Quelque critiques que puissent être la situation et les circonstances où vous vous trouvez, ne désespérez de rien ; c’est dans les occasions où tout est à craindre, qu’il ne faut rien craindre ; c’est lorsqu’on est environné de tous les dangers, qu’il n’en faut redouter aucun ; c’est lorsqu’on est sans aucune ressource, qu’il faut compter sur toutes ; c’est lorsqu’on est surpris, qu’il faut surprendre l’ennemi lui-même. »
Sun Tse  (L’Art de la guerre)




I

Ces Commentaires sont assurés d’être promptement connus de cinquante ou soixante personnes ; autant dire beaucoup dans les jours que nous vivons, et quand on traite de questions si graves. Mais aussi c’est parce que j’ai, dans certains milieux, la réputation d’être un connaisseur. Il faut également considérer que, de cette élite qui va s’y intéresser, la moitié, ou un nombre qui s’en approche de très près, est composée de gens qui s’emploient à maintenir le système de domination spectaculaire, et l’autre moitié de gens qui s’obstineront à faire tout le contraire. Ayant ainsi à tenir compte de lecteurs très attentifs et diversement influents, je ne peux évidemment parler en toute liberté. Je dois surtout prendre garde à ne pas trop instruire n’importe qui.

Le malheur des temps m’obligera donc à écrire, encore une fois, d’une façon nouvelle. Certains éléments seront volontairement omis ; et le plan devra rester assez peu clair. On pourra y rencontrer, comme la signature même de l’époque, quelques leurres. À condition d’intercaler çà et là plusieurs autres pages, le sens total peut apparaître : ainsi, bien souvent, des articles secrets ont été ajoutés à ce que des traités stipulaient ouvertement, et de même il arrive que des agents chimiques ne révèlent une part inconnue de leurs propriétés que lorsqu’ils se trouvent associés à d’autres. Il n’y aura, d’ailleurs, dans ce bref ouvrage, que trop de choses qui seront, hélas, faciles à comprendre.

II

En 1967, j’ai montré dans un livre, La Société du Spectacle, ce que le spectacle moderne était déjà essentiellement : le règne autocratique de l’économie marchande ayant accédé à un statut de souveraineté irresponsable, et l’ensemble des nouvelles techniques de gouvernement qui accompagnent ce règne. Les troubles de 1968, qui se sont prolongés dans divers pays au cours des années suivantes, n’ayant en aucun lieu abattu l’organisation existante de la société, dont il sourd comme spontanément, le spectacle a donc continué partout de se renforcer, c’est-à-dire à la fois de s’étendre aux extrêmes par tous les côtés, et d’augmenter sa densité au centre. Il a même appris de nouveaux procédés défensifs, comme il arrive ordinairement aux pouvoirs attaqués. Quand j’ai commencé la critique de la société spectaculaire, on a surtout remarqué, vu le moment, le contenu révolutionnaire que l’on pouvait découvrir dans cette critique, et on l’a ressenti, naturellement, comme son élément le plus fâcheux. Quant à la chose même, on m’a parfois accusé de l’avoir inventée de toutes pièces, et toujours de m’être complu dans l’outrance en évaluant la profondeur et l’unité de ce spectacle et de son action réelle. Je dois convenir que les autres, après, faisant paraître de nouveaux livres autour du même sujet, ont parfaitement démontré que l’on pouvait éviter d’en dire tant. Ils n’ont eu qu’à remplacer l’ensemble et son mouvement par un seul détail statique de la surface du phénomène, l’originalité de chaque auteur se plaisant à le choisir différent, et par là d’autant moins inquiétant. Aucun n’a voulu altérer la modestie scientifique de son interprétation personnelle en y mêlant de téméraires jugements historiques.

Mais enfin la société du spectacle n’en a pas moins continué sa marche. Elle va vite car, en 1967, elle n’avait guère plus d’une quarantaine d’années derrière elle ; mais pleinement employées. Et de son propre mouvement, que personne ne prenait plus la peine d’étudier, elle a montré depuis, par d’étonnants exploits, que sa nature effective était bien ce que j’avais dit. Ce point établi n’a pas seulement une valeur académique ; parce qu’il est sans doute indispensable d’avoir reconnu l’unité et l’articulation de la force agissante qu’est le spectacle, pour être à partir de là capable de rechercher dans quelles directions cette force a pu se déplacer, étant ce qu’elle était. Ces questions sont d’un grand intérêt : c’est nécessairement dans de telles conditions que se jouera la suite du conflit dans la société. Puisque le spectacle, à ce jour, est assurément plus puissant qu’il l’était auparavant, que fait-il de cette puissance supplémentaire ? Jusqu’où s’est-il avancé, où il n’était pas précédemment ? Quelles sont, en somme, ses lignes d’opérations en ce moment ? Le sentiment vague qu’il s’agit d’une sorte d’invasion rapide, qui oblige les gens à mener une vie très différente, est désormais largement répandu ; mais on ressent cela plutôt comme une modification inexpliquée du climat ou d’un autre équilibre naturel, modification devant laquelle l’ignorance sait seulement qu’elle n’a rien à dire. De plus, beaucoup admettent que c’est une invasion civilisatrice, au demeurant inévitable, et ont même envie d’y collaborer. Ceux-là aiment mieux ne pas savoir à quoi sert précisément cette conquête, et comment elle chemine.

Je vais évoquer quelques conséquences pratiques, encore peu connues, qui résultent de ce déploiement rapide du spectacle durant les vingt dernières années. Je ne me propose, sur aucun aspect de la question, d’en venir à des polémiques, désormais trop faciles et trop inutiles ; pas davantage de convaincre. Les présents commentaires ne se soucient pas de moraliser. Ils n’envisagent pas ce qui est souhaitable, ou seulement préférable. Ils s’en tiendront à noter ce qui est.

III

Maintenant que personne ne peut raisonnablement douter de l’existence et de la puissance du spectacle, on peut par contre douter qu’il soit raisonnable d’ajouter quelque chose sur une question que l’expérience a tranchée d’une manière aussi draconienne. Le Monde du 19 septembre 1987 illustrait avec bonheur la formule « Ce qui existe, on n’a donc plus besoin d’en parler », véritable loi fondamentale de ces temps spectaculaires qui, à cet égard au moins, n’ont laissé en retard aucun pays : « Que la société contemporaine soit une société de spectacle, c’est une affaire entendue. Il faudra bientôt remarquer ceux qui ne se font pas remarquer. On ne compte plus les ouvrages décrivant un phénomène qui en vient à caractériser les nations industrielles sans épargner les pays en retard sur leur temps. Mais en notant cette cocasserie que les livres qui analysent, en général pour le déplorer, ce phénomène doivent, eux aussi, sacrifier au spectacle pour se faire connaître. » Il est vrai que cette critique spectaculaire du spectacle, venue tard et qui pour comble voudrait « se faire connaître » sur le même terrain, s’en tiendra forcément à des généralités vaines ou à d’hypocrites regrets ; comme aussi paraît vaine cette sagesse désabusée qui bouffonne dans un journal.

La discussion creuse sur le spectacle, c’est-à-dire sur ce que font les propriétaires du monde, est ainsi organisée par lui-même : on insiste sur les grands moyens du spectacle, afin de ne rien dire de leur grand emploi. On préfère souvent l’appeler, plutôt que spectacle, le médiatique. Et par là, on veut désigner un simple instrument, une sorte de service public qui gérerait avec un impartial « professionnalisme » la nouvelle richesse de la communication de tous par mass media,communication enfin parvenue à la pureté unilatérale, où se fait paisiblement admirer la décision déjà prise. Ce qui est communiqué, ce sont des ordres ; et, fort harmonieusement, ceux qui les ont donnés sont également ceux qui diront ce qu’ils en pensent.

Le pouvoir du spectacle, qui est si essentiellement unitaire, centralisateur par la force même des choses, et parfaitement despotique dans son esprit, s’indigne assez souvent de voir se constituer, sous son règne, une politique-spectacle, une justice-spectacle, une médecine-spectacle, ou tant d’aussi surprenants « excès médiatiques ». Ainsi le spectacle ne serait rien d’autre que l’excès du médiatique, dont la nature, indiscutablement bonne puisqu’il sert à communiquer, est parfois portée aux excès. Assez fréquemment, les maîtres de la société se déclarent mal servis par leurs employés médiatiques ; plus souvent ils reprochent à la plèbe des spectateurs sa tendance à s’adonner sans retenue, et presque bestialement, aux plaisirs médiatiques. On dissimulera ainsi, derrière une multitude virtuellement infinie de prétendues divergences médiatiques, ce qui est tout au contraire le résultat d’une convergence spectaculaire voulue avec une remarquable ténacité. De même que la logique de la marchandise prime sur les diverses ambitions concurrentielles de tous les commerçants, ou que la logique de la guerre domine toujours les fréquentes modifications de l’armement, de même la logique sévère du spectacle commande partout la foisonnante diversité des extravagances médiatiques.

Le changement qui a le plus d’importance, dans tout ce qui s’est passé depuis vingt ans, réside dans la continuité même du spectacle. Cette importance ne tient pas au perfectionnement de son instrumentation médiatique, qui avait déjà auparavant atteint un stade de développement très avancé : c’est tout simplement que la domination spectaculaire ait pu élever une génération pliée à ses lois. Les conditions extraordinairement neuves dans lesquelles cette génération, dans l’ensemble, a effectivement vécu, constituent un résumé exact et suffisant de tout ce que désormais le spectacle empêche ; et aussi de tout ce qu’il permet.

IV

Sur le plan simplement théorique, il ne me faudra ajouter à ce que j’avais formulé antérieurement qu’un détail, mais qui va loin. En 1967, je distinguais deux formes, successives et rivales, du pouvoir spectaculaire, la concentrée et la diffuse. L’une et l’autre planaient au-dessus de la société réelle, comme son but et son mensonge. La première, mettant en avant l’idéologie résumée autour d’une personnalité dictatoriale, avait accompagné la contre-révolution totalitaire, la nazie aussi bien que la stalinienne. L’autre, incitant les salariés à opérer librement leur choix entre une grande variété de marchandises nouvelles qui s’affrontaient, avait représenté cette américanisation du monde, qui effrayait par quelques aspects, mais aussi bien séduisait les pays où avaient pu se maintenir plus longtemps les conditions des démocraties bourgeoises de type traditionnel. Une troisième forme s’est constituée depuis, par la combinaison raisonnée des deux précédentes, et sur la base générale d’une victoire de celle qui s’était montrée la plus forte, la forme diffuse. Il s’agit du spectaculaire intégré, qui désormais tend à s’imposer mondialement.

La place prédominante qu’ont tenue la Russie et l’Allemagne dans la formation du spectaculaire concentré, et les États-Unis dans celle du spectaculaire diffus, semble avoir appartenu à la France et à l’Italie au moment de la mise en place du spectaculaire intégré, par le jeu d’une série de facteurs historiques communs : rôle important des parti et syndicat staliniens dans la vie politique et intellectuelle, faible tradition démocratique, longue monopolisation du pouvoir par un seul parti de gouvernement, nécessité d’en finir avec une contestation révolutionnaire apparue par surprise.

Le spectaculaire intégré se manifeste à la fois comme concentré et comme diffus, et depuis cette unification fructueuse il a su employer plus grandement l’une et l’autre qualités. Leur mode d’application antérieur a beaucoup changé. À considérer le côté concentré, le centre directeur en est maintenant devenu occulte : on n’y place jamais plus un chef connu, ni une idéologie claire. Et à considérer le côté diffus, l’influence spectaculaire n’avait jamais marqué à ce point la presque totalité des conduites et des objets qui sont produits socialement. Car le sens final du spectaculaire intégré, c’est qu’il s’est intégré dans la réalité même à mesure qu’il en parlait ; et qu’il la reconstruisait comme il en parlait. De sorte que cette réalité maintenant ne se tient plus en face de lui comme quelque chose d’étranger. Quand le spectaculaire était concentré la plus grande part de la société périphérique lui échappait ; et quand il était diffus, une faible part ; aujourd’hui rien. Le spectacle s’est mélangé à toute réalité, en l’irradiant. Comme on pouvait facilement le prévoir en théorie, l’expérience pratique de l’accomplissement sans frein des volontés de la raison marchande aura montré vite et sans exceptions que le devenir-monde de la falsification était aussi un devenir-falsification du monde. Hormis un héritage encore important, mais destiné à se réduire toujours, de livres et de bâtiments anciens, qui du reste sont de plus en plus souvent sélectionnés et mis en perspective selon les convenances du spectacle, il n’existe plus rien, dans la culture et dans la nature, qui n’ait été transformé, et pollué, selon les moyens et les intérêts de l’industrie moderne. La génétique même est devenue pleinement accessible aux forces dominantes de la société.

Le gouvernement du spectacle, qui à présent détient tous les moyens de falsifier l’ensemble de la production aussi bien que de la perception, est maître absolu des souvenirs comme il est maître incontrôlé des projets qui façonnent le plus lointain avenir. Il règne seul partout ; il exécute ses jugements sommaires.

C’est dans de telles conditions que l’on peut voir se déchaîner soudainement, avec une allégresse carnavalesque, une fin parodique de la division du travail ; d’autant mieux venue qu’elle coïncide avec le mouvement général de disparition de toute vraie compétence. Un financier va chanter, un avocat va se faire indicateur de police, un boulanger va exposer ses préférences littéraires, un acteur va gouverner, un cuisinier va philosopher sur les moments de cuisson comme jalons dans l’histoire universelle. Chacun peut surgir dans le spectacle afin de s’adonner publiquement, ou parfois pour s’être livré secrètement, à une activité complètement autre que la spécialité par laquelle il s’était d’abord fait connaître. Là où la possession d’un « statut médiatique » a pris une importance infiniment plus grande que la valeur de ce que l’on a été capable de faire réellement, il est normal que ce statut soit aisément transférable, et confère le droit de briller, de la même façon, n’importe où ailleurs. Le plus souvent, ces particules médiatiques accélérées poursuivent leur simple carrière dans l’admirable statutairement garanti. Mais il arrive que la transition médiatique fasse la couverture entre beaucoup d’entreprises, officiellement indépendantes, mais en fait secrètement reliées par différents réseaux ad hoc. De sorte que, parfois, la division sociale du travail, ainsi que la solidarité couramment prévisible de son emploi, reparaissent sous des formes tout à fait nouvelles : par exemple, on peut désormais publier un roman pour préparer un assassinat. Ces pittoresques exemples veulent dire aussi que l’on ne peut plus se fier à personne sur son métier.

Mais l’ambition la plus haute du spectaculaire intégré, c’est encore que les agents secrets deviennent des révolutionnaires, et que les révolutionnaires deviennent des agents secrets.

V

La société modernisée jusqu’au stade du spectaculaire intégré se caractérise par l’effet combiné de cinq traits principaux, qui sont : le renouvellement technologique incessant ; la fusion économico-étatique ; le secret généralisé ; le faux sans réplique ; un présent perpétuel.

Le mouvement d’innovation technologique dure depuis longtemps, et il est constitutif de la société capitaliste, dite parfois industrielle ou post-industrielle. Mais depuis qu’il a pris sa plus récente accélération (au lendemain de la Deuxième Guerre mondiale), il renforce d’autant mieux l’autorité spectaculaire, puisque par lui chacun se découvre entièrement livré à l’ensemble des spécialistes, à leurs calculs et à leurs jugements toujours satisfaits sur ces calculs. La fusion économico-étatique est la tendance la plus manifeste de ce siècle ; et elle y est pour le moins devenue le moteur du développement économique le plus récent. L’alliance défensive et offensive conclue entre ces deux puissances, l’économie et l’État, leur a assuré les plus grands bénéfices communs, dans tous les domaines : on peut dire de chacune qu’elle possède l’autre ; il est absurde de les opposer, ou de distinguer leurs raisons et leurs déraisons. Cette union s’est aussi montrée extrêmement favorable au développement de la domination spectaculaire, qui précisément, dès sa formation, n’était pas autre chose. Les trois derniers traits sont les effets directs de cette domination, à son stade intégré.

Le secret généralisé se tient derrière le spectacle, comme le complément décisif de ce qu’il montre et, si l’on descend au fond des choses, comme sa plus importante opération.

Le seul fait d’être désormais sans réplique a donné au faux une qualité toute nouvelle. C’est du même coup le vrai qui a cessé d’exister presque partout, ou dans le meilleur cas s’est vu réduit à l’état d’une hypothèse qui ne peut jamais être démontrée. Le faux sans réplique a achevé de faire disparaître l’opinion publique, qui d’abord s’était trouvée incapable de se faire entendre ; puis, très vite par la suite, de seulement se former. Cela entraîne évidemment d’importantes conséquences dans la politique, les sciences appliquées, la justice, la connaissance artistique.

La construction d’un présent où la mode elle-même, de l’habillement aux chanteurs, s’est immobilisée, qui veut oublier le passé et qui ne donne plus l’impression de croire à un avenir, est obtenue par l’incessant passage circulaire de l’information, revenant à tout instant sur une liste très succincte des mêmes vétilles, annoncées passionnément comme d’importantes nouvelles ; alors que ne passent que rarement, et par brèves saccades, les nouvelles véritablement importantes, sur ce qui change effectivement. Elles concernent toujours la condamnation que ce monde semble avoir prononcée contre son existence, les étapes de son auto-destruction programmée.

VI

La première intention de la domination spectaculaire était de faire disparaître la connaissance historique en général ; et d’abord presque toutes les informations et tous les commentaires raisonnables sur le plus récent passé. Une si flagrante évidence n’a pas besoin d’être expliquée. Le spectacle organise avec maîtrise l’ignorance de ce qui advient et, tout de suite après, l’oubli de ce qui a pu quand même en être connu. Le plus important est le plus caché. Rien, depuis vingt ans, n’a été recouvert de tant de mensonges commandés que l’histoire de mai 1968. D’utiles leçons ont pourtant été tirées de quelques études démystifiées sur ces journées et leurs origines ; mais c’est le secret de l’État.

En France, il y a déjà une dizaine d’années, un président de la République, oublié depuis mais flottant alors à la surface du spectacle, exprimait naïvement la joie qu’il ressentait, « sachant que nous vivrons désormais dans un monde sans mémoire, où, comme sur la surface de l’eau, l’image chasse indéfiniment l’image ». C’est en effet commode pour qui est aux affaires ; et sait y rester. La fin de l’histoire est un plaisant repos pour tout pouvoir présent. Elle lui garantit absolument le succès de l’ensemble de ses entreprises, ou du moins le bruit du succès.

Un pouvoir absolu supprime d’autant plus radicalement l’histoire qu’il a pour ce faire des intérêts ou des obligations plus impérieux, et surtout selon qu’il a trouvé de plus ou moins grandes facilités pratiques d’exécution. Ts’in Che-houang-ti a fait brûler les livres, mais il n’a pas réussi à les faire disparaître tous. Staline avait poussé plus loin la réalisation d’un tel projet dans notre siècle mais, malgré les complicités de toutes sortes qu’il a pu trouver hors des frontières de son empire, il restait une vaste zone du monde inaccessible à sa police, où l’on riait de ses impostures. Le spectaculaire intégré a fait mieux, avec de très nouveaux procédés, et en opérant cette fois mondialement. L’ineptie qui se fait respecter partout, il n’est plus permis d’en rire ; en tout cas il est devenu impossible de faire savoir qu’on en rit.

Le domaine de l’histoire était le mémorable, la totalité des événements dont les conséquences se manifesteraient longtemps. C’était inséparablement la connaissance qui devrait durer, et aiderait à comprendre, au moins partiellement, ce qu’il adviendrait de nouveau : « une acquisition pour toujours », dit Thucydide. Par là l’histoire était la mesure d’une nouveauté véritable ; et qui vend la nouveauté a tout intérêt à faire disparaître le moyen de la mesurer. Quand l’important se fait socialement reconnaître comme ce qui est instantané, et va l’être encore l’instant d’après, autre et même, et que remplacera toujours une autre importance instantanée, on peut aussi bien dire que le moyen employé garantit une sorte d’éternité de cette non-importance, qui parle si haut.

Le précieux avantage que le spectacle a retiré de cette mise hors la loi de l’histoire, d’avoir déjà condamné toute l’histoire récente à passer à la clandestinité, et d’avoir réussi à faire oublier très généralement l’esprit historique dans la société, c’est d’abord de couvrir sa propre histoire : le mouvement même de sa récente conquête du monde. Son pouvoir apparaît déjà familier, comme s’il avait depuis toujours été là. Tous les usurpateurs ont voulu faire oublier qu’ils viennent d’arriver.

VII

Avec la destruction de l’histoire, c’est l’événement contemporain lui-même qui s’éloigne aussitôt dans une distance fabuleuse, parmi ses récits invérifiables, ses statistiques incontrôlables, ses explications invraisemblables et ses raisonnements intenables. À toutes les sottises qui sont avancées spectaculairement, il n’y a jamais que des médiatiques qui pourraient répondre, par quelques respectueuses rectifications ou remontrances, et encore en sont-ils avares car, outre leur extrême ignorance, leur solidarité, de métier et de cœur, avec l’autorité générale du spectacle, et avec la société qu’il exprime, leur fait un devoir, et aussi un plaisir, de ne jamais s’écarter de cette autorité, dont la majesté ne doit pas être lésée. Il ne faut pas oublier que tout médiatique, et par salaire et par autres récompenses ou soultes, a toujours un maître, parfois plusieurs ; et que tout médiatique se sait remplaçable.

Tous les experts sont médiatiques-étatiques, et ne sont reconnus experts que par là. Tout expert sert son maître, car chacune des anciennes possibilités d’indépendance a été à peu près réduite à rien par les conditions d’organisation de la société présente. L’expert qui sert le mieux, c’est, bien sûr, l’expert qui ment. Ceux qui ont besoin de l’expert, ce sont, pour des motifs différents, le falsificateur et l’ignorant. Là où l’individu n’y reconnaît plus rien par lui-même, il sera formellement rassuré par l’expert. Il était auparavant normal qu’il y ait des experts de l’art des Étrusques ; et ils étaient toujours compétents, car l’art étrusque n’est pas sur le marché. Mais, par exemple, une époque qui trouve rentable de falsifier chimiquement nombre de vins célèbres, ne pourra les vendre que si elle a formé des experts en vins qui entraîneront les caves à aimer leurs nouveaux parfums, plus reconnaissables. Cervantès remarque que « sous un mauvais manteau, on trouve souvent un bon buveur ». Celui qui connaît le vin ignore souvent les règles de l’industrie nucléaire ; mais la domination spectaculaire estime que, puisqu’un expert s’est moqué de lui à propos d’industrie nucléaire, un autre expert pourra bien s’en moquer à propos du vin. Et on sait, par exemple, combien l’expert en météorologie médiatique, qui annonce les températures ou les pluies prévues pour les quarante-huit heures à venir, est tenu à beaucoup de réserves par l’obligation de maintenir des équilibres économiques, touristiques et régionaux, quand tant de gens circulent si souvent sur tant de routes, entre des lieux également désolés ; de sorte qu’il aura plutôt à réussir comme amuseur.

Un aspect de la disparition de toute connaissance historique objective se manifeste à propos de n’importe quelle réputation personnelle, qui est devenue malléable et rectifiable à volonté par ceux qui contrôlent toute l’information, celle que l’on recueille et aussi celle, bien différente, que l’on diffuse ; ils ont donc toute licence pour falsifier. Car une évidence historique dont on ne veut rien savoir dans le spectacle n’est plus une évidence. Là où personne n’a plus que la renommée qui lui a été attribuée comme une faveur par la bienveillance d’une Cour spectaculaire, la disgrâce peut suivre instantanément. Une notoriété anti-spectaculaire est devenue quelque chose d’extrêmement rare. Je suis moi-même l’un des derniers vivants à en posséder une ; à n’en avoir jamais eu d’autre. Mais c’est aussi devenu extraordinairement suspect. La société s’est officiellement proclamée spectaculaire. Être connu en dehors des relations spectaculaires, cela équivaut déjà à être connu comme ennemi de la société.

Il est permis de changer du tout au tout le passé de quelqu’un, de le modifier radicalement, de le recréer dans le style des procès de Moscou ; et sans qu’il soit même nécessaire de recourir aux lourdeurs d’un procès. On peut tuer à moindres frais. Les faux témoins, peut-être maladroits — mais quelle capacité de sentir cette maladresse pourrait-elle rester aux spectateurs qui seront témoins des exploits de ces faux témoins ? — et les faux documents, toujours excellents, ne peuvent manquer à ceux qui gouvernent le spectaculaire intégré, ou à leurs amis. Il n’est donc plus possible de croire, sur personne, rien de ce qui n’a pas été connu par soi-même, et directement. Mais, en fait, on n’a même plus très souvent besoin d’accuser faussement quelqu’un. Dès lors que l’on détient le mécanisme commandant la seule vérification sociale qui se fait pleinement et universellement reconnaître, on dit ce qu’on veut. Le mouvement de la démonstration spectaculaire se prouve simplement en marchant en rond : en revenant, en se répétant, en continuant d’affirmer sur l’unique terrain où réside désormais ce qui peut s’affirmer publiquement, et se faire croire, puisque c’est de cela seulement que tout le monde sera témoin. L’autorité spectaculaire peut également nier n’importe quoi, une fois, trois fois, et dire qu’elle n’en parlera plus, et parler d’autre chose ; sachant bien qu’elle ne risque plus aucune autre riposte sur son propre terrain, ni sur un autre. Car il n’existe plus d’agora, de communauté générale ; ni même de communautés restreintes à des corps intermédiaires ou à des institutions autonomes, à des salons ou des cafés, aux travailleurs d’une seule entreprise ; nulle place où le débat sur les vérités qui concernent ceux qui sont là puisse s’affranchir durablement de l’écrasante présence du discours médiatique, et des différentes forces organisées pour le relayer. Il n’existe plus maintenant de jugement, garanti relativement indépendant, de ceux qui constituaient le monde savant ; de ceux par exemple qui, autrefois, plaçaient leur fierté dans une capacité de vérification, permettant d’approcher ce qu’on appelait l’histoire impartiale des faits, de croire au moins qu’elle méritait d’être connue. Il n’y a même plus de vérité bibliographique incontestable, et les résumés informatisés des fichiers des bibliothèques nationales pourront en supprimer d’autant mieux les traces. On s’égarerait en pensant à ce que furent naguère des magistrats, des médecins, des historiens, et aux obligations impératives qu’ils se reconnaissaient, souvent, dans les limites de leurs compétences : les hommes ressemblent plus à leur temps qu’à leur père.

Ce dont le spectacle peut cesser de parler pendant trois jours est comme ce qui n’existe pas. Car il parle alors de quelque chose d’autre, et c’est donc cela qui, dès lors, en somme, existe. Les conséquences pratiques, on le voit, en sont immenses.

On croyait savoir que l’histoire était apparue, en Grèce, avec la démocratie. On peut vérifier qu’elle disparaît du monde avec elle.

Il faut pourtant ajouter, à cette liste des triomphes du pouvoir, un résultat pour lui négatif : un État, dans la gestion duquel s’installe durablement un grand déficit de connaissances historiques, ne peut plus être conduit stratégiquement.

VIII

La société qui s’annonce démocratique, quand elle est parvenue au stade du spectaculaire intégré, semble être admise partout comme étant la réalisation d’une perfection fragile. De sorte qu’elle ne doit plus être exposée à des attaques, puisqu’elle est fragile ; et du reste n’est plus attaquable, puisque parfaite comme jamais société ne fut. C’est une société fragile parce qu’elle a grand mal à maîtriser sa dangereuse expansion technologique. Mais c’est une société parfaite pour être gouvernée ; et la preuve, c’est que tous ceux qui aspirent à gouverner veulent gouverner celle-là, par les mêmes procédés, et la maintenir presque exactement comme elle est. C’est la première fois, dans l’Europe contemporaine, qu’aucun parti ou fragment de parti n’essaie plus de seulement prétendre qu’il tenterait de changer quelque chose d’important. La marchandise ne peut plus être critiquée par personne : ni en tant que système général, ni même en tant que cette pacotille déterminée qu’il aura convenu aux chefs d’entreprises de mettre pour l’instant sur le marché.

Partout où règne le spectacle, les seules forces organisées sont celles qui veulent le spectacle. Aucune ne peut donc plus être ennemie de ce qui existe, ni transgresser l’omertà qui concerne tout. On en a fini avec cette inquiétante conception, qui avait dominé durant plus de deux cents ans, selon laquelle une société pouvait être critiquable et transformable, réformée ou révolutionnée. Et cela n’a pas été obtenu par l’apparition d’arguments nouveaux, mais tout simplement parce que les arguments sont devenus inutiles. À ce résultat, on mesurera, plutôt que le bonheur général, la force redoutable des réseaux de la tyrannie.

Jamais censure n’a été plus parfaite. Jamais l’opinion de ceux à qui l’on fait croire encore, dans quelques pays, qu’ils sont restés des citoyens libres, n’a été moins autorisée à se faire connaître, chaque fois qu’il s’agit d’un choix qui affectera leur vie réelle. Jamais il n’a été permis de leur mentir avec une si parfaite absence de conséquence. Le spectateur est seulement censé ignorer tout, ne mériter rien. Qui regarde toujours, pour savoir la suite, n’agira jamais : et tel doit bien être le spectateur. On entend citer fréquemment l’exception des États-Unis, où Nixon avait fini par pâtir un jour d’une série de dénégations trop cyniquement maladroites ; mais cette exception toute locale, qui avait quelques vieilles causes historiques, n’est manifestement plus vraie, puisque Reagan a pu faire récemment la même chose avec impunité. Tout ce qui n’est jamais sanctionné est véritablement permis. Il est donc archaïque de parler de scandale. On prête à un homme d’État italien de premier plan, ayant siégé simultanément dans le ministère et dans le gouvernement parallèle appelé P. 2, Potere Due, un mot qui résume le plus profondément la période où, un peu après l’Italie et les États-Unis, est entré le monde entier : « Il y avait des scandales, mais il n’y en a plus. »

Dans Le 18 Brumaire de Louis Bonaparte, Marx décrivait le rôle envahissant de l’État dans la France du second Empire, riche alors d’un demi-million de fonctionnaires : « Tout devint ainsi un objet de l’activité gouvernementale, depuis le pont, la maison d’école, la propriété communale d’un village jusqu’aux chemins de fer, aux propriétés nationales et aux universités provinciales. » La fameuse question du financement des partis politiques se posait déjà à l’époque, puisque Marx note que « les partis qui, à tour de rôle, luttaient pour la suprématie, voyaient dans la prise de possession de cet édifice énorme la proie principale du vainqueur ». Voilà qui sonne tout de même un peu bucolique et, comme on dit, dépassé, puisque les spéculations de l’État d’aujourd’hui concernent plutôt les villes nouvelles et les autoroutes, la circulation souterraine et la production d’énergie électro-nucléaire, la recherche pétrolière et les ordinateurs, l’administration des banques et les centres socio-culturels, les modifications du « paysage audiovisuel » et les exportations clandestines d’armes, la promotion immobilière et l’industrie pharmaceutique, l’agro-alimentaire et la gestion des hôpitaux, les crédits militaires et les fonds secrets du département, à toute heure grandissant, qui doit gérer les nombreux services de protection de la société. Et pourtant Marx est malheureusement resté trop longtemps actuel, qui évoque dans le même livre ce gouvernement « qui ne prend pas la nuit des décisions qu’il veut exécuter dans la journée, mais décide le jour et exécute la nuit ».

IX

Cette démocratie si parfaite fabrique elle-même son inconcevable ennemi, le terrorisme. Elle veut, en effet, être jugée sur ses ennemis plutôt que sur ses résultats. L’histoire du terrorisme est écrite par l’État ; elle est donc éducative. Les populations spectatrices ne peuvent certes pas tout savoir du terrorisme, mais elles peuvent toujours en savoir assez pour être persuadées que, par rapport à ce terrorisme, tout le reste devra leur sembler plutôt acceptable, en tout cas plus rationnel et plus démocratique.

La modernisation de la répression a fini par mettre au point, d’abord dans l’expérience-pilote de l’Italie sous le nom de « repentis », des accusateurs professionnels assermentés ; ce qu’à leur première apparition au XVIIe siècle, lors des troubles de la Fronde, on avait appelé des « témoins à brevet ». Ce progrès spectaculaire de la Justice a peuplé les prisons italiennes de plusieurs milliers de condamnés qui expient une guerre civile qui n’a pas eu lieu, une sorte de vaste insurrection armée qui par hasard n’a jamais vu venir son heure, un putschisme tissé de l’étoffe dont sont faits les rêves.

On peut remarquer que l’interprétation des mystères du terrorisme paraît avoir introduit une symétrie entre des opinions contradictoires ; comme s’il s’agissait de deux écoles philosophiques professant des constructions métaphysiques absolument antagonistes. Certains ne verraient dans le terrorisme rien de plus que quelques évidentes manipulations par des services secrets ; d’autres estimeraient qu’au contraire il ne faut reprocher aux terroristes que leur manque total de sens historique. L’emploi d’un peu de logique historique permettrait de conclure assez vite qu’il n’y a rien de contradictoire à considérer que des gens qui manquent de tout sens historique peuvent également être manipulés ; et même encore plus facilement que d’autres. Il est aussi plus facile d’amener à « se repentir » quelqu’un à qui l’on peut montrer que l’on savait tout, d’avance, de ce qu’il a cru faire librement. C’est un effet inévitable des formes organisationnelles clandestines de type militaire, qu’il suffit d’infiltrer peu de gens en certains points du réseau pour en faire marcher, et tomber, beaucoup. La critique, dans ces questions d’évaluation des luttes armées, doit analyser quelquefois une de ces opérations en particulier, sans se laisser égarer par la ressemblance générale que toutes auraient éventuellement revêtue. On devrait d’ailleurs s’attendre, comme logiquement probable, à ce que les services de protection de l’État pensent à utiliser tous les avantages qu’ils rencontrent sur le terrain du spectacle, lequel justement a été de longue date organisé pour cela ; c’est au contraire la difficulté de s’en aviser qui est étonnante, et ne sonne pas juste.

L’intérêt actuel de la justice répressive dans ce domaine consiste bien sûr à généraliser au plus vite. L’important dans cette sorte de marchandise, c’est l’emballage, ou l’étiquette : les barres de codage. Tout ennemi de la démocratie spectaculaire en vaut un autre, comme se valent toutes les démocraties spectaculaires. Ainsi, il ne peut plus y avoir de droit d’asile pour les terroristes, et même si l’on ne leur reproche pas de l’avoir été, ils vont certainement le devenir, et l’extradition s’impose. En novembre 1978, sur le cas de Gabor Winter, jeune ouvrier typographe accusé principalement, par le gouvernement de la République Fédérale Allemande, d’avoir rédigé quelques tracts révolutionnaires, Mlle Nicole Pradain, représentant du ministère public devant la Chambre d’accusation de la Cour d’appel de Paris, a vite démontré que « les motivations politiques », seule cause de refus d’extradition prévue par la convention franco-allemande du 29 novembre 1951, ne pouvaient être invoquées :

« Gabor Winter n’est pas un délinquant politique, mais social. Il refuse les contraintes sociales. Un vrai délinquant politique n’a pas de sentiment de rejet devant la société. Il s’attaque aux structures politiques et non, comme Gabor Winter, aux structures sociales. » La notion du délit politique respectable ne s’est vue reconnaître en Europe qu’à partir du moment où la bourgeoisie avait attaqué avec succès les structures sociales antérieurement établies. La qualité de délit politique ne pouvait se disjoindre des diverses intentions de la critique sociale. C’était vrai pour Blanqui, Varlin, Durruti. On affecte donc maintenant de vouloir garder, comme un luxe peu coûteux, un délit purement politique, que personne sans doute n’aura plus jamais l’occasion de commettre, puisque personne ne s’intéresse plus au sujet ; hormis les professionnels de la politique eux-mêmes, dont les délits ne sont presque jamais poursuivis, et ne s’appellent pas non plus politiques. Tous les délits et les crimes sont effectivement sociaux. Mais de tous les crimes sociaux, aucun ne devra être regardé comme pire que l’impertinente prétention de vouloir encore changer quelque chose dans cette société, qui pense qu’elle n’a été jusqu’ici que trop patiente et trop bonne ; mais qui ne veut plus être blâmée.

X

La dissolution de la logique a été poursuivie, selon les intérêts fondamentaux du nouveau système de domination, par différents moyens qui ont opéré en se prêtant toujours un soutien réciproque. Plusieurs de ces moyens tiennent à l’instrumentation technique qu’a expérimentée et popularisée le spectacle ; mais quelques-uns sont plutôt liés à la psychologie de masse de la soumission.

Sur le plan des techniques, quand l’image construite et choisie par quelqu’un d’autre est devenue le principal rapport de l’individu au monde qu’auparavant il regardait par lui-même, de chaque endroit où il pouvait aller, on n’ignore évidemment pas que l’image va supporter tout ; parce qu’à l’intérieur d’une même image on peut juxtaposer sans contradiction n’importe quoi. Le flux des images emporte tout, et c’est également quelqu’un d’autre qui gouverne à son gré ce résumé simplifié du monde sensible ; qui choisit où ira ce courant, et aussi le rythme de ce qui devra s’y manifester, comme perpétuelle surprise arbitraire, ne voulant laisser nul temps à la réflexion, et tout à fait indépendamment de ce que le spectateur peut en comprendre ou en penser. Dans cette expérience concrète de la soumission permanente, se trouve la racine psychologique de l’adhésion si générale à ce qui est là ; qui en vient à lui reconnaître ipso facto une valeur suffisante. Le discours spectaculaire tait évidemment, outre ce qui est proprement secret, tout ce qui ne lui convient pas. Il isole toujours, de ce qu’il montre, l’entourage, le passé, les intentions, les conséquences. Il est donc totalement illogique. Puisque personne ne peut plus le contredire, le spectacle a le droit de se contredire lui-même, de rectifier son passé. La hautaine attitude de ses serviteurs quand ils ont à faire savoir une version nouvelle, et peut-être plus mensongère encore, de certains faits, est de rectifier rudement l’ignorance et les mauvaises interprétations attribuées à leur public, alors qu’ils sont ceux-là mêmes qui s’empressaient la veille de répandre cette erreur, avec leur assurance coutumière. Ainsi, l’enseignement du spectacle et l’ignorance des spectateurs passent indûment pour des facteurs antagoniques alors qu’ils naissent l’un de l’autre. Le langage binaire de l’ordinateur est également une irrésistible incitation à admettre dans chaque instant, sans réserve, ce qui a été programmé comme l’a bien voulu quelqu’un d’autre, et qui se fait passer pour la source intemporelle d’une logique supérieure, impartiale et totale. Quel gain de vitesse, et de vocabulaire, pour juger de tout ! Politique ? Social ? Il faut choisir. Ce qui est l’un ne peut être l’autre. Mon choix s’impose. On nous siffle, et l’on sait pour qui sont ces structures. Il n’est donc pas surprenant que, dès l’enfance, les écoliers aillent facilement commencer, et avec enthousiasme, par le Savoir Absolu de l’informatique : tandis qu’ils ignorent toujours davantage la lecture, qui exige un véritable jugement à toutes les lignes ; et qui seule aussi peu donner accès à la vaste expérience humaine antéspectaculaire. Car la conversation est presque morte, et bientôt le seront beaucoup de ceux qui savaient parler.

Sur le plan des moyens de la pensée des populations contemporaines, la première cause de la décadence tient clairement au fait que tout discours montré dans le spectacle ne laisse aucune place à la réponse ; et la logique ne s’était socialement formée que dans le dialogue. Mais aussi, quand s’est répandu le respect de ce qui parle dans le spectacle, qui est censé être important, riche, prestigieux, qui est l’autorité même, la tendance se répand aussi parmi les spectateurs de vouloir être aussi illogiques que le spectacle, pour afficher un reflet individuel de cette autorité. Enfin, la logique n’est pas facile, et personne n’a souhaité la leur enseigner. Aucun drogué n’étudie la logique ; parce qu’il n’en a plus besoin, et parce qu’il n’en a plus la possibilité. Cette paresse du spectateur est aussi celle de n’importe quel cadre intellectuel, du spécialiste vite formé, qui essaiera dans tous les cas de cacher les étroites limites de ses connaissances par la répétition dogmatique de quelque argument d’autorité illogique.

XI

On croit généralement que ceux qui ont montré la plus grande incapacité en matière de logique sont précisément ceux qui se sont proclamés révolutionnaires. Ce reproche injustifié vient d’une époque antérieure, où presque tout le monde pensait avec un minimum de logique, à l’éclatante exception des crétins et des militants ; et chez ceux-ci la mauvaise foi souvent s’y mêlait, voulue parce que crue efficace. Mais il n’est pas possible aujourd’hui de négliger le fait que l’usage intensif du spectacle a, comme il fallait s’y attendre, rendu idéologue la majorité des contemporains, quoique seulement par saccades et par fragments. Le manque de logique, c’est-à-dire la perte de la possibilité de reconnaître instantanément ce qui est important et ce qui est mineur ou hors de la question ; ce qui est incompatible ou inversement pourrait bien être complémentaire ; tout ce qu’implique telle conséquence et ce que, du même coup, elle interdit ; cette maladie a été volontairement injectée à haute dose dans la population par les anesthésistes-réanimateurs du spectacle. Les contestataires n’ont été d’aucune manière plus irrationnels que les gens soumis. C’est seulement que, chez eux, cette irrationalité générale se voit plus intensément, parce qu’en affichant leur projet, ils ont essayé de mener une opération pratique ; ne serait-ce que lire certains textes en montrant qu’ils en comprennent le sens. Ils se sont donné diverses obligations de dominer la logique, et jusqu’à la stratégie, qui est très exactement le champ complet du déploiement de la logique dialectique des conflits ; alors que, tout comme les autres, ils sont même fort dépourvus de la simple capacité de se guider sur les vieux instruments imparfaits de la logique formelle. On n’en doute pas à propos d’eux ; alors que l’on n’y pense guère à propos des autres.

L’individu que cette pensée spectaculaire appauvrie a marqué en profondeur, et plus que tout autre élément de sa formation, se place ainsi d’entrée de jeu au service de l’ordre établi, alors que son intention subjective a pu être complètement contraire à ce résultat. Il suivra pour l’essentiel le langage du spectacle, car c’est le seul qui lui est familier : celui dans lequel on lui a appris à parler. Il voudra sans doute se montrer ennemi de sa rhétorique ; mais il emploiera sa syntaxe. C’est un des points les plus importants de la réussite obtenue par la domination spectaculaire.

La disparition si rapide du vocabulaire préexistant n’est qu’un moment de cette opération. Elle la sert.

XII

L’effacement de la personnalité accompagne fatalement les conditions de l’existence concrètement soumise aux normes spectaculaires, et ainsi toujours plus séparée des possibilités de connaître des expériences qui soient authentiques, et par là de découvrir ses préférences individuelles. L’individu, paradoxalement, devra se renier en permanence, s’il tient à être un peu considéré dans une telle société. Cette existence postule en effet une fidélité toujours changeante, une suite d’adhésions constamment décevantes à des produits fallacieux. Il s’agit de courir vite derrière l’inflation des signes dépréciés de la vie. La drogue aide à se conformer à cette organisation des choses ; la folie aide à la fuir.

Dans toutes sortes d’affaires de cette société, où la distribution des biens s’est centralisée de telle manière qu’elle est devenue maîtresse, à la fois d’une façon notoire et d’une façon secrète, de la définition même de ce que pourra être le bien, il arrive que l’on attribue à certaines personnes des qualités, ou des connaissances, ou quelquefois même des vices, parfaitement imaginaires, pour expliquer par de telles causes le développement satisfaisant de certaines entreprises ; et cela à seule fin de cacher, ou du moins de dissimuler autant que possible, la fonction de diverses ententes qui décident de tout.

Cependant, malgré ses fréquentes intentions, et ses lourds moyens, de mettre en lumière la pleine dimension de nombreuses personnalités supposées remarquables, la société actuelle, et pas seulement par tout ce qui a remplacé aujourd’hui les arts, ou par les discours à ce propos, montre beaucoup plus souvent le contraire : l’incapacité complète se heurte à une autre incapacité comparable ; elles s’affolent, et c’est à qui se mettra en déroute avant l’autre. Il arrive qu’un avocat, oubliant qu’il ne figure dans un procès que pour y être l’homme d’une cause, se laisse sincèrement influencer par un raisonnement de l’avocat adverse ; et même alors que ce raisonnement a pu être tout aussi peu rigoureux que le sien propre. Il arrive aussi qu’un suspect, innocent, avoue momentanément ce crime qu’il n’a pas commis ; pour la seule raison qu’il avait été impressionné par la logique de l’hypothèse d’un délateur qui voulait le croire coupable (cas du docteur Archambeau, à Poitiers, en 1984).

McLuhan lui-même, le premier apologiste du spectacle, qui paraissait l’imbécile le plus convaincu de son siècle, a changé d’avis en découvrant enfin, en 1976, que « la pression des mass media pousse vers l’irrationnel », et qu’il deviendrait urgent d’en modérer l’emploi. Le penseur de Toronto avait auparavant passé plusieurs décennies à s’émerveiller des multiples libertés qu’apportait ce « village planétaire » si instantanément accessible à tous sans fatigue. Les villages, contrairement aux villes, ont toujours été dominés par le conformisme, l’isolement, la surveillance mesquine, l’ennui, les ragots toujours répétés sur quelques mêmes familles. Et c’est bien ainsi que se présente désormais la vulgarité de la planète spectaculaire, où il n’est plus possible de distinguer la dynastie des Grimaldi-Monaco, ou des Bourbons-Franco, de celle qui avait remplacé les Stuart. Pourtant d’ingrats disciples essaient aujourd’hui de faire oublier McLuhan, et de rajeunir ses premières trouvailles, visant à leur tour une carrière dans l’éloge médiatique de toutes ces nouvelles libertés qui seraient à « choisir » aléatoirement dans l’éphémère. Et probablement ils se renieront plus vite que leur inspirateur.

XIII

Le spectacle ne cache pas que quelques dangers environnent l’ordre merveilleux qu’il a établi. La pollution des océans et la destruction des forêts équatoriales menacent le renouvellement de l’oxygène de la Terre ; sa couche d’ozone résiste mal au progrès industriel ; les radiations d’origine nucléaire s’accumulent irréversiblement. Le spectacle conclut seulement que c’est sans importance. Il ne veut discuter que sur les dates et les doses. Et en ceci seulement, il parvient à rassurer ; ce qu’un esprit pré-spectaculaire aurait tenu pour impossible.

Les méthodes de la démocratie spectaculaire sont d’une grande souplesse, contrairement à la simple brutalité du diktat totalitaire. On peut garder le nom quand la chose a été secrètement changée (de la bière, du bœuf, un philosophe). On peut aussi bien changer le nom quand la chose a été secrètement continuée : par exemple en Angleterre l’usine de retraitement des déchets nucléaires de Windscale a été amenée à faire appeler sa localité Sellafield afin de mieux égarer les soupçons, après un désastreux incendie en 1957, mais ce retraitement toponymique n’a pas empêché l’augmentation de la mortalité par cancer et leucémie dans ses alentours. Le gouvernement anglais, on l’apprend démocratiquement trente ans plus tard, avait alors décidé de garder secret un rapport sur la catastrophe qu’il jugeait, et non sans raison, de nature à ébranler la confiance que le public accordait au nucléaire.

Les pratiques nucléaires, militaires ou civiles, nécessitent une dose de secret plus forte que partout ailleurs ; où comme on sait il en faut déjà beaucoup. Pour faciliter la vie, c’est-à-dire les mensonges, des savants élus par les maîtres de ce système, on a découvert l’utilité de changer aussi les mesures, de les varier selon un plus grand nombre de points de vue, les raffiner, afin de pouvoir jongler, selon les cas, avec plusieurs de ces chiffres difficilement convertibles. C’est ainsi que l’on peut disposer, pour évaluer la radioactivité, des unités de mesure suivantes : le curie, le becquerel, le röntgen, le rad, alias centigray, le rem, sans oublier le facile millirad et le sivert, qui n’est autre qu’une pièce de 100 rems. Cela évoque le souvenir des subdivisions de la monnaie anglaise, dont les étrangers ne maîtrisaient pas vite la complexité, au temps où Sellafield s’appelait encore Windscale.

On conçoit la rigueur et la précision qu’auraient pu atteindre, au XIXe siècle, l’histoire des guerres et, par conséquent, les théoriciens de la stratégie si, afin de ne pas donner d’informations trop confidentielles aux commentateurs neutres ou aux historiens ennemis, on s’en était habituellement tenu à rendre compte d’une campagne en ces termes : « La phase préliminaire comporte une série d’engagements où, de notre côté, une solide avant-garde, constituée par quatre généraux et les unités placées sous leur commandement, se heurte à un corps ennemi comptant 13 000 baïonnettes. Dans la phase ultérieure se développe une bataille rangée, longuement disputée, où s’est portée la totalité de notre armée, avec ses 290 canons et sa cavalerie forte de 18 000 sabres ; tandis que l’adversaire lui a opposé des troupes qui n’alignaient pas moins de 3 600 lieutenants d’infanterie, quarante capitaines de hussards et vingt-quatre de cuirassiers. Après des alternances d’échecs et de succès de part et d’autre, la bataille peut être considérée finalement comme indécise. Nos pertes, plutôt au-dessous du chiffre moyen que l’on constate habituellement dans des combats d’une durée et d’une intensité comparables, sont sensiblement supérieures à celles des Grecs à Marathon, mais restent inférieures à celles des Prussiens à Iéna. » D’après cet exemple, il n’est pas impossible à un spécialiste de se faire une idée vague des forces engagées. Mais la conduite des opérations est assurée de rester au-dessus de tout jugement.

En juin 1987, Pierre Bacher, directeur adjoint de l’équipement à l’E.D.F., a exposé la dernière doctrine de la sécurité des centrales nucléaires. En les dotant de vannes et de filtres, il devient beaucoup plus facile d’éviter les catastrophes majeures, la fissuration ou l’explosion de l’enceinte, qui toucheraient l’ensemble d’une « région ». C’est ce que l’on obtient à trop vouloir confiner. Il vaut mieux, chaque fois que la machine fait mine de s’emballer, décompresser doucement, en arrosant un étroit voisinage de quelques kilomètres, voisinage qui sera chaque fois très différemment et aléatoirement prolongé par le caprice des vents. Il révèle que, dans les deux années précédentes, les discrets essais menés à Cadarache, dans la Drôme, « ont concrètement montré que les rejets — essentiellement des gaz — ne dépassent pas quelques pour mille, au pire un pour cent de la radioactivité régnant dans l’enceinte ». Ce pire reste donc très modéré : un pour cent. Auparavant on était sûrs qu’il n’y avait aucun risque, sauf dans le cas d’accident, logiquement impossible. Les premières années d’expérience ont changé ce raisonnement ainsi : puisque l’accident est toujours possible, ce qu’il faut éviter, c’est qu’il atteigne un seuil catastrophique, et c’est aisé. Il suffit de contaminer coup par coup avec modération. Qui ne sent qu’il est infiniment plus sain de se borner pendant quelques années à boire 140 centilitres de vodka par jour, au lieu de commencer tout de suite à s’enivrer comme des Polonais ?

Il est assurément dommage que la société humaine rencontre de si brûlants problèmes au moment où il est devenu matériellement impossible de faire entendre la moindre objection au discours marchand ; au moment où la domination, justement parce qu’elle est abritée par le spectacle de toute réponse à ses décisions et justifications fragmentaires ou délirantes, croit qu’elle n’a plus besoin de penser ; et véritablement ne sait plus penser. Aussi ferme que soit le démocrate, ne préférerait-il pas qu’on lui ait choisi des maîtres plus intelligents ?

À la conférence internationale d’experts tenue à Genève en décembre 1986, il était tout simplement question d’une interdiction mondiale de la production de chlorofluorocarbone, le gaz qui fait disparaître depuis peu, mais à très vive allure, la mince couche d’ozone qui protégeait cette planète — on s’en souviendra — contre les effets nocifs du rayonnement cosmique. Daniel Verilhe, représentant de la filiale de produits chimiques d’Elf-Aquitaine, et siégeant à ce titre dans une délégation française fermement opposée à cette interdiction, faisait une remarque pleine de sens : « Il faut bien trois ans pour mettre au point d’éventuels substituts et les coûts peuvent être multipliés par quatre. » On sait que cette fugitive couche d’ozone, à une telle altitude, n’appartient à personne, et n’a aucune valeur marchande. Le stratège industriel a donc pu faire mesurer à ses contradicteurs toute leur inexplicable insouciance économique, par ce rappel à la réalité : « Il est très hasardeux de baser une stratégie industrielle sur des impératifs en matière d’environnement. »

Ceux qui avaient, il y a déjà bien longtemps, commencé à critiquer l’économie politique en la définissant comme « le reniement achevé de l’homme », ne s’étaient pas trompés. On la reconnaîtra à ce trait.

XIV

On entend dire que la science est maintenant soumise à des impératifs de rentabilité économique ; cela a toujours été vrai. Ce qui est nouveau, c’est que l’économie en soit venue à faire ouvertement la guerre aux humains ; non plus seulement aux possibilités de leur vie, mais à celles de leur survie. C’est alors que la pensée scientifique a choisi, contre une grande part de son propre passé anti-esclavagiste, de servir la domination spectaculaire. La science possédait, avant d’en venir là, une autonomie relative. Elle savait donc penser sa parcelle de réalité ; et ainsi elle avait pu immensément contribuer à augmenter les moyens de l’économie. Quand l’économie toute-puissante est devenue folle, et les temps spectaculaires ne sont rien d’autre, elle a supprimé les dernières traces de l’autonomie scientifique, inséparablement sur le plan méthodologique et sur le plan des conditions pratiques de l’activité des « chercheurs ». On ne demande plus à la science de comprendre le monde, ou d’y améliorer quelque chose. On lui demande de justifier instantanément tout ce qui se fait. Aussi stupide sur ce terrain que sur tous les autres, qu’elle exploite avec la plus ruineuse irréflexion, la domination spectaculaire a fait abattre l’arbre gigantesque de la connaissance scientifique à seule fin de s’y faire tailler une matraque. Pour obéir à cette ultime demande sociale d’une justification manifestement impossible, il vaut mieux ne plus trop savoir penser, mais être au contraire assez bien exercé aux commodités du discours spectaculaire. Et c’est en effet dans cette carrière qu’a lestement trouvé sa plus récente spécialisation, avec beaucoup de bonne volonté, la science prostituée de ces jours méprisables.

La science de la justification mensongère était naturellement apparue dès les premiers symptômes de la décadence de la société bourgeoise, avec la prolifération cancéreuse des pseudo-sciences dites « de l’homme » ; mais par exemple la médecine moderne avait pu, un temps, se faire passer pour utile, et ceux qui avaient vaincu la variole ou la lèpre étaient autres que ceux qui ont bassement capitulé devant les radiations nucléaires ou la chimie agro-alimentaire. On remarque vite que la médecine aujourd’hui n’a, bien sûr, plus le droit de défendre la santé de la population contre l’environnement pathogène, car ce serait s’opposer à l’État, ou seulement à l’industrie pharmaceutique.

Mais ce n’est pas seulement par cela qu’elle est obligée de taire, que l’activité scientifique présente avoue ce qu’elle est devenue. C’est aussi par ce que, très souvent, elle a la simplicité de dire. Annonçant en novembre 1985, après une expérimentation de huit jours sur quatre malades, qu’ils avaient peut-être découvert un remède efficace contre le S.I.D.A., les professeurs Even et Andrieu, de l’hôpital Laënnec, soulevèrent deux jours après, les malades étant morts, quelques réserves de la part de plusieurs médecins, moins avancés ou peut-être jaloux, pour leur façon assez précipitée de courir faire enregistrer ce qui n’était qu’une trompeuse apparence de victoire ; quelques heures avant l’écroulement. Et ceux-là s’en défendirent sans se troubler, en affirmant qu’« après tout, mieux vaut de faux espoirs que pas d’espoir du tout ». Ils étaient même trop ignorants pour reconnaître que cet argument, à lui seul, était un complet reniement de l’esprit scientifique ; et qu’il avait historiquement toujours servi à couvrir les profitables rêveries des charlatans et des sorciers, dans les temps où on ne leur confiait pas la direction des hôpitaux.

Quand la science officielle en vient à être conduite de la sorte, comme tout le reste du spectacle social qui, sous une présentation matériellement modernisée et enrichie, n’a fait que reprendre les très anciennes techniques des tréteaux forains illusionnistes, aboyeurs et barons —, on ne peut être surpris de voir quelle grande autorité reprennent parallèlement, un peu partout, les mages et les sectes, le zen emballé sous vide ou la théologie des Mormons. L’ignorance, qui a bien servi les puissances établies, a été en surplus toujours exploitée par d’ingénieuses entreprises qui se tenaient en marge des lois. Quel moment plus favorable que celui où l’analphabétisme a tant progressé ? Mais cette réalité est niée à son tour par une autre démonstration de sorcellerie. L’U.N.E.S.C.O., lors de sa fondation, avait adopté une définition scientifique, très précise, de l’analphabétisme qu’elle se donnait pour tâche de combattre dans les pays arriérés. Quand on a vu revenir inopinément le même fait, mais cette fois du côté des pays dits avancés, comme un autre, attendant Grouchy, vit surgir Blücher dans sa bataille, il a suffi de faire donner la Garde des experts ; et ils ont vite enlevé la formule d’un seul assaut irrésistible, en remplaçant le terme analphabétisme par celui d’illettrisme : comme un « faux patriotique » peut paraître opportunément pour soutenir une bonne cause nationale. Et pour fonder sur le roc, entre pédagogues, la pertinence du néologisme, on fait vite passer une nouvelle définition, comme si elle était admise depuis toujours, et selon laquelle, tandis que l’analphabète était, on sait, celui qui n’avait jamais appris à lire, l’illettré au sens moderne est, tout au contraire, celui qui a appris la lecture (et l’a même mieux apprise qu’avant, peuvent du coup témoigner froidement les plus doués des théoriciens et historiens officiels de la pédagogie), mais qui l’a par hasard aussitôt oubliée. Cette surprenante explication risquerait d’être moins apaisante qu’inquiétante, si elle n’avait l’art d’éviter, en parlant à côté et comme si elle ne la voyait pas, la première conséquence qui serait venue à l’esprit de tous dans des époques plus scientifiques : à savoir que ce dernier phénomène mériterait lui-même d’être expliqué, et combattu, puisqu’il n’avait jamais pu être observé, ni même imaginé, où que ce soit, avant les récents progrès de la pensée avariée ; quand la décadence de l’explication accompagne d’un pas égal la décadence de la pratique.

XV

Il y a plus de cent ans, le Nouveau Dictionnaire des Synonymes français d’A.-L. Sardou définissait les nuances qu’il faut saisir entre : fallacieux, trompeur, imposteur, séducteur, insidieux, captieux ; et qui ensemble constituent aujourd’hui une sorte de palette des couleurs qui conviennent à un portrait de la société du spectacle. Il n’appartenait pas à son temps, ni à son expérience de spécialiste, d’exposer aussi clairement les sens voisins, mais très différents, des périls que doit normalement s’attendre à affronter tout groupe qui s’adonne à la subversion, et suivant par exemple cette gradation : égaré, provoqué, infiltré, manipulé, usurpé, retourné. Ces nuances considérables ne sont jamais apparues, en tout cas, aux doctrinaires de la « lutte armée ».

« Fallacieux, du latin fallaciosus, habile ou habitué à tromper, plein de fourberie : la terminaison de cet adjectif équivaut au superlatif de trompeur. Ce qui trompe ou induit à erreur de quelque manière que ce soit, est trompeur : ce qui est fait pour tromper, abuser, jeter dans l’erreur par un dessein formé de tromper avec l’artifice et l’appareil imposant le plus propre pour abuser, est fallacieux. Trompeur est un mot générique et vague ; tous les genres de signes et d’apparences incertaines sont trompeurs : fallacieux désigne la fausseté, la fourberie, l’imposture étudiée ; des discours, des protestations, des raisonnements sophistiques, sont fallacieux. Ce mot a des rapports avec ceux d’imposteur, de séducteur, d’insidieux,de captieux, mais sans équivalent. Imposteur désigne tous les genres de fausses apparences, ou de trames concertées pour abuser ou pour nuire ; l’hypocrisie, par exemple, la calomnie, etc. Séducteur exprime l’action propre de s’emparer de quelqu’un, de l’égarer par des moyens adroits et insinuants. Insidieux ne marque que l’action de tendre adroitement des pièges et d’y faire tomber. Captieux se borne à l’action subtile de surprendre quelqu’un et de le faire tomber dans l’erreur.Fallacieux rassemble la plupart de ces caractères. »

XVI

Le concept, encore jeune, de désinformation a été récemment importé de Russie, avec beaucoup d’autres inventions utiles à la gestion des États modernes. Il est toujours hautement employé par un pouvoir, ou corollairement par des gens qui détiennent un fragment d’autorité économique ou politique, pour maintenir ce qui est établi ; et toujours en attribuant à cet emploi une fonction contre-offensive. Ce qui peut s’opposer à une seule vérité officielle doit être forcément une désinformation émanant de puissances hostiles, ou au moins de rivaux, et elle aurait été intentionnellement faussée par la malveillance. La désinformation ne serait pas la simple négation d’un fait qui convient aux autorités, ou la simple affirmation d’un fait qui ne leur convient pas : on appelle cela psychose. Contrairement au pur mensonge, la désinformation, et voilà en quoi le concept est intéressant pour les défenseurs de la société dominante, doit fatalement contenir une certaine part de vérité, mais délibérément manipulée par un habile ennemi. Le pouvoir qui parle de désinformation ne croit pas être lui-même absolument sans défauts, mais il sait qu’il pourra attribuer à toute critique précise cette excessive insignifiance qui est dans la nature de la désinformation ; et que de la sorte il n’aura jamais à convenir d’un défaut particulier.

En somme, la désinformation serait le mauvais usage de la vérité. Qui la lance est coupable, et qui la croit, imbécile. Mais qui serait donc l’habile ennemi ? Ici, ce ne peut pas être le terrorisme, qui ne risque de « désinformer » personne, puisqu’il est chargé de représenter ontologiquement l’erreur la plus balourde et la moins admissible. Grâce à son étymologie, et aux souvenirs contemporains des affrontements limités qui, vers le milieu du siècle, opposèrent brièvement l’Est et l’Ouest, spectaculaire concentré et spectaculaire diffus, aujourd’hui encore le capitalisme du spectaculaire intégré fait semblant de croire que le capitalisme de bureaucratie totalitaire — présenté même parfois comme la base arrière ou l’inspiration des terroristes — reste son ennemi essentiel, comme aussi bien l’autre dira la même chose du premier ; malgré les preuves innombrables de leur alliance et solidarité profondes. En fait tous les pouvoirs qui sont installés, en dépit de quelques réelles rivalités locales, et sans vouloir le dire jamais, pensent continuellement ce qu’avait su rappeler un jour, du côté de la subversion et sans grand succès sur l’instant, un des rares internationalistes allemands après qu’eut commencé la guerre de 1914 : « L’ennemi principal est dans notre pays. » La désinformation est finalement l’équivalent de ce que représentaient, dans le discours de la guerre sociale du XIXe siècle, « les mauvaises passions ». C’est tout ce qui est obscur et risquerait de vouloir s’opposer à l’extraordinaire bonheur dont cette société, on le sait bien, fait bénéficier ceux qui lui ont fait confiance ; bonheur qui ne saurait être trop payé par différents risques ou déboires insignifiants. Et tous ceux qui voient ce bonheur dans le spectacle admettent qu’il n’y a pas à lésiner sur son coût ; tandis que les autres désinforment.

L’autre avantage que l’on trouve à dénoncer, en l’expliquant ainsi, une désinformation bien particulière, c’est qu’en conséquence le discours global du spectacle ne saurait être soupçonné d’en contenir, puisqu’il peut désigner, avec la plus scientifique assurance, le terrain où se reconnaît la seule désinformation : c’est tout ce qu’on peut dire et qui ne lui plaira pas.

C’est sans doute par erreur — à moins plutôt que ce ne soit un leurre délibéré — qu’a été agité récemment en France le projet d’attribuer officiellement une sorte de label à du médiatique « garanti sans désinformation » : ceci blessait quelques professionnels des media, qui voudraient encore croire, ou plus modestement faire croire, qu’ils ne sont pas effectivement censurés dès à présent. Mais surtout le concept de désinformation n’a évidemment pas à être employé défensivement, et encore moins dans une défensive statique, en garnissant une Muraille de Chine, une ligne Maginot, qui devrait couvrir absolument un espace censé être interdit à la désinformation. Il faut qu’il y ait de la désinformation, et qu’elle reste fluide, pouvant passer partout. Là où le discours spectaculaire n’est pas attaqué, il serait stupide de le défendre ; et ce concept s’userait extrêmement vite à le défendre, contre l’évidence, sur des points qui doivent au contraire éviter de mobiliser l’attention. De plus, les autorités n’ont aucun besoin réel de garantir qu’une information précise ne contiendrait pas de désinformation. Et elles n’en ont pas les moyens : elles ne sont pas si respectées, et ne feraient qu’attirer la suspicion sur l’information en cause. Le concept de désinformation n’est bon que dans la contre-attaque. Il faut le maintenir en deuxième ligne, puis le jeter instantanément en avant pour repousser toute vérité qui viendrait à surgir.

Si parfois une sorte de désinformation désordonnée risque d’apparaître, au service de quelques intérêts particuliers passagèrement en conflit, et d’être crue elle aussi, devenant incontrôlable et s’opposant par là au travail d’ensemble d’une désinformation moins irresponsable, ce n’est pas qu’il y ait lieu de craindre que dans celle-là ne se trouvent engagés d’autres manipulateurs plus experts ou plus subtils : c’est simplement parce que la désinformation se déploie maintenant dans un monde où il n’y a plus de place pour aucune vérification.

Le concept confusionniste de désinformation est mis en vedette pour réfuter instantanément, par le seul bruit de son nom, toute critique que n’auraient pas suffi à faire disparaître les diverses agences de l’organisation du silence. Par exemple, on pourrait dire un jour, si cela paraissait souhaitable, que cet écrit est une entreprise de désinformation sur le spectacle ; ou bien, c’est la même chose, de désinformation au détriment de la démocratie.

Contrairement à ce qu’affirme son concept spectaculaire inversé, la pratique de la désinformation ne peut que servir l’État ici et maintenant, sous sa conduite directe, ou à l’initiative de ceux qui défendent les mêmes valeurs. En fait, la désinformation réside dans toute l’information existante ; et comme son caractère principal. On ne la nomme que là où il faut maintenir, par l’intimidation, la passivité. Là où la désinformation est nommée, elle n’existe pas. Là où elle existe, on ne la nomme pas.

Quand il y avait encore des idéologies qui s’affrontaient, qui se proclamaient pour ou contre tel aspect connu de la réalité, il y avait des fanatiques, et des menteurs, mais pas de « désinformateurs ».

Quand il n’est plus permis, par le respect du consensus spectaculaire, ou au moins par une volonté de gloriole spectaculaire, de dire vraiment ce à quoi l’on s’oppose, ou aussi bien ce que l’on approuve dans toutes ses conséquences ; mais où l’on rencontre souvent l’obligation de dissimuler un côté que l’on considère, pour quelque raison, comme dangereux dans ce que l’on est censé admettre, alors on pratique la désinformation ; comme par étourderie, ou comme par oubli, ou parprétendu faux raisonnement. Et par exemple, sur le terrain de la contestation après 1968, les récupérateurs incapables qui furent appelés « pro-situs » ont été les premiers désinformateurs, parce qu’ils dissimulaient autant que possible les manifestations pratiques à travers lesquelles s’était affirmée la critique qu’ils se flattaient d’adopter ; et, point gênés d’en affaiblir l’expression, ils ne citaient jamais rien ni personne, pour avoir l’air d’avoir eux-mêmes trouvé quelque chose.

XVII

Renversant une formule fameuse de Hegel, je notais déjà en 1967 que « dans le monde réellement renversé, le vrai est un moment du faux ». Les années passées depuis lors ont montré les progrès de ce principe dans chaque domaine particulier, sans exception.
Ainsi, dans une époque où ne peut plus exister d’art contemporain, il devient difficile de juger des arts classiques. Ici comme ailleurs, l’ignorance n’est produite que pour être exploitée. En même temps que se perdent ensemble le sens de l’histoire et le goût, on organise des réseaux de falsification. Il suffit de tenir les experts et les commissaires-priseurs, et c’est assez facile, pour tout faire passer puisque dans les affaires de cette nature, comme finalement dans les autres, c’est la vente qui authentifie toute valeur. Après, ce sont les collectionneurs ou les musées, notamment américains, qui, gorgés de faux, auront intérêt à en maintenir la bonne réputation, tout comme le Fonds Monétaire International maintient la fiction de la valeur positive des immenses dettes de cent nations.

Le faux forme le goût, et soutient le faux, en faisant sciemment disparaître la possibilité de référence à l’authentique. On refait même le vrai, dès que c’est possible, pour le faire ressembler au faux. Les Américains, étant les plus riches et les plus modernes, ont été les principales dupes de ce commerce du faux en art. Et ce sont justement les mêmes qui financent les travaux de restauration de Versailles ou de la Chapelle Sixtine. C’est pourquoi les fresques de Michel-Ange devront prendre des couleurs ravivées de bande dessinée, et les meubles authentiques de Versailles acquérir ce vif éclat de la dorure qui les fera ressembler beaucoup au faux mobilier d’époque Louis XIV importé à grands frais au Texas.

Le jugement de Feuerbach, sur le fait que son temps préférait « l’image à la chose, la copie à l’original, la représentation à la réalité », a été entièrement confirmé par le siècle du spectacle, et cela dans plusieurs domaines où le XIXe siècle avait voulu rester à l’écart de ce qui était déjà sa nature profonde : la production industrielle capitaliste. C’est ainsi que la bourgeoisie avait beaucoup répandu l’esprit rigoureux du musée, de l’objet original, de la critique historique exacte, du document authentique. Mais aujourd’hui, c’est partout que le factice a tendance à remplacer le vrai. À ce point, c’est très opportunément que la pollution due à la circulation des automobiles oblige à remplacer par des répliques en plastique les chevaux de Marly ou les statues romanes du portail de Saint-Trophime. Tout sera en somme plus beau qu’avant, pour être photographié par des touristes.

Le point culminant est sans doute atteint par le risible faux bureaucratique chinois des grandes statues de la vaste armée industrielle du Premier Empereur, que tant d’hommes d’État en voyage ont été conviés à admirer in situ. Cela prouve donc, puisque l’on a pu se moquer d’eux si cruellement, qu’aucun ne disposait, dans la masse de tous leurs conseillers, d’un seul individu qui connaisse l’histoire de l’art, en Chine ou hors de Chine. On sait que leur instruction a été tout autre : « L’ordinateur de Votre Excellence n’en a pas été informé. » Cette constatation que, pour la première fois, on peut gouverner sans avoir aucune connaissance artistique ni aucun sens de l’authentique ou de l’impossible, pourrait à elle seule suffire à conjecturer que tous ces naïfs jobards de l’économie et de l’administration vont probablement conduire le monde à quelque grande catastrophe ; si leur pratique effective ne l’avait pas déjà montré.

XVIII

Notre société est bâtie sur le secret, depuis les « sociétés-écrans » qui mettent à l’abri de toute lumière les biens concentrés des possédants jusqu’au « secret-défense » qui couvre aujourd’hui un immense domaine de pleine liberté extrajudiciaire de l’État ; depuis les secrets, souvent effrayants, de la fabrication pauvre, qui sont cachés derrière la publicité, jusqu’aux projections des variantes de l’avenir extrapolé, sur lesquelles la domination lit seule le cheminement le plus probable de ce qu’elle affirme n’avoir aucune sorte d’existence, tout en calculant les réponses qu’elle y apportera mystérieusement. On peut faire à ce propos quelques observations.

Il y a toujours un plus grand nombre de lieux, dans les grandes villes comme dans quelques espaces réservés de la campagne, qui sont inaccessibles, c’est-à-dire gardés et protégés de tout regard ; qui sont mis hors de portée de la curiosité innocente, et fortement abrités de l’espionnage. Sans être tous proprement militaires, ils sont sur ce modèle placés au-delà de tout risque de contrôle par des passants ou des habitants ; ou même par la police, qui a vu depuis longtemps ses fonctions ramenées aux seules surveillance et répression de la délinquance la plus commune. Et c’est ainsi qu’en Italie, lorsque Aldo Moro était prisonnier de Potere Due, il n’a pas été détenu dans un bâtiment plus ou moins introuvable, mais simplement dans un bâtiment impénétrable.

Il y a toujours un plus grand nombre d’hommes formés pour agir dans le secret ; instruits et exercés à ne faire que cela. Ce sont des détachements spéciaux d’hommes armés d’archives réservées, c’est-à-dire d’observations et d’analyses secrètes. Et d’autres sont armés de diverses techniques pour l’exploitation et la manipulation de ces affaires secrètes. Enfin, quand il s’agit de leurs branches « Action », ils peuvent également être équipés d’autres capacités de simplification des problèmes étudiés.

Tandis que les moyens attribués à ces hommes spécialisés dans la surveillance et l’influence deviennent plus grands, ils rencontrent aussi des circonstances générales qui leur sont chaque année plus favorables. Quand par exemple les nouvelles conditions de la société du spectaculaire intégré ont forcé sa critique à rester réellement clandestine, non parce qu’elle se cache mais puisqu’elle est cachée par la pesante mise en scène de la pensée du divertissement, ceux qui sont pourtant chargés de surveiller cette critique, et au besoin de la démentir, peuvent finalement employer contre elle les recours traditionnels dans le milieu de la clandestinité : provocation, infiltrations, et diverses formes d’élimination de la critique authentique au profit d’une fausse qui aura pu être mise en place à cet effet. L’incertitude grandit, à tout propos, quand l’imposture générale du spectacle s’enrichit d’une possibilité de recours à mille impostures particulières. Un crime inexpliqué peut aussi être dit suicide, en prison comme ailleurs ; et la dissolution de la logique permet des enquêtes et des procès qui décollent verticalement dans le déraisonnable, et qui sont fréquemment faussés dès l’origine par d’extravagantes autopsies, que pratiquent de singuliers experts.

Depuis longtemps, on s’est habitué partout à voir exécuter sommairement toutes sortes de gens. Les terroristes connus, ou considérés comme tels, sont combattus ouvertement d’une manière terroriste. Le Mossad va tuer au loin Abou Jihad, ou les S.A.S. anglais des Irlandais, ou la police parallèle du « G.A.L. » des Basques. Ceux que l’on fait tuer par de supposés terroristes ne sont pas eux-mêmes choisis sans raison ; mais il est généralement impossible d’être assuré de connaître ces raisons. On peut savoir que la gare de Bologne a sauté pour que l’Italie continue d’être bien gouvernée ; et ce que sont les « Escadrons de la mort » au Brésil ; et que la Mafia peut incendier un hôtel aux États-Unis pour appuyer un racket. Mais comment savoir à quoi ont pu servir, au fond, les « tueurs fous du Brabant » ? Il est difficile d’appliquer le principe Cui prodest ? dans un monde où tant d’intérêts agissants sont si bien cachés. De sorte que, sous le spectaculaire intégré, on vit et on meurt au point de confluence d’un très grand nombre de mystères.

Des rumeurs médiatiques-policières prennent à l’instant, ou au pire après avoir été répétées trois ou quatre fois, le poids indiscuté de preuves historiques séculaires. Selon l’autorité légendaire du spectacle du jour, d’étranges personnages éliminés dans le silence reparaissent comme survivants fictifs, dont le retour pourra toujours être évoqué ou supputé, et prouvé par le plus simple on-dit des spécialistes. Ils sont quelque part entre l’Achéron et le Léthé, ces morts qui n’ont pas été régulièrement enterrés par le spectacle, ils sont censés dormir en attendant qu’on veuille les réveiller, tous, le terroriste redescendu des collines et le pirate revenu de la mer ; et le voleur qui n’a plus besoin de voler.

L’incertitude est ainsi organisée partout. La protection de la domination procède très souvent par fausses attaques, dont le traitement médiatique fera perdre de vue la véritable opération : tel le bizarre coup de force de Tejero et de ses gardes civils aux Cortès en 1981, dont l’échec devait cacher un autre pronunciamiento plus moderne, c’est-à-dire masqué, qui a réussi. Également voyant, l’échec d’un sabotage par les services spéciaux français, en 1985, en Nouvelle-Zélande, a été parfois considéré comme un stratagème, peut-être destiné à détourner l’attention des nombreux nouveaux emplois de ces services, en faisant croire à leur caricaturale maladresse dans le choix des objectifs comme dans les modalités de l’exécution. Et plus assurément il a été presque partout estimé que les recherches géologiques d’un gisement pétrolier dans le sous-sol de la ville de Paris, qui ont été bruyamment menées à l’automne de 1986, n’avaient pas d’autre intention sérieuse que celle de mesurer le point qu’avait pu atteindre la capacité d’hébétude et de soumission des habitants ; en leur montrant une prétendue recherche si parfaitement démentielle sur le plan économique.

Le pouvoir est devenu si mystérieux qu’après l’affaire des ventes illégales d’armes à l’Iran par la présidence des États-Unis, on a pu se demander qui commandait vraiment aux États-Unis, la plus forte puissance du monde dit démocratique ? Et donc qui diable peut commander le monde démocratique ?

Plus profondément, dans ce monde officiellement si plein de respect pour toutes les nécessités économiques, personne ne sait jamais ce que coûte véritablement n’importe quelle chose produite : en effet, la part la plus importante du coût réel n’est jamais calculée ; et le reste est tenu secret.

XIX

Le général Noriega s’est fait un instant connaître mondialement au début de l’année 1988. Il était dictateur sans titre du Panama, pays sans armée, où il commandait la Garde Nationale. Car le Panama n’est pas vraiment un État souverain : il a été creusé pour son canal, et non l’inverse. Le dollar est sa monnaie, et la véritable armée qui y stationne est pareillement étrangère. Noriega avait donc fait toute sa carrière, ici parfaitement identique à celle de Jaruzelski en Pologne, comme général-policier, au service de l’occupant. Il était importateur de drogue aux États-Unis, car le Panama ne rapporte pas assez, et il exportait en Suisse ses capitaux « panaméens ». Il avait travaillé avec la C.I.A. contre Cuba et, pour avoir la couverture adéquate à ses activités économiques, il avait aussi dénoncé aux autorités américaines, si obsédées par ce problème, un certain nombre de ses rivaux dans l’importation. Son principal conseiller en matière de sécurité, qui donnait de la jalousie à Washington, était le meilleur sur le marché, Michael Harari, ancien officier du Mossad, le service secret d’Israël. Quand les Américains ont voulu se défaire du personnage, parce que certains de leurs tribunaux l’avaient imprudemment condamné, Noriega s’est déclaré prêt à se défendre pendant mille ans, par patriotisme panaméen, à la fois contre son peuple en révolte et contre l’étranger ; il a reçu aussitôt l’approbation publique des dictateurs bureaucratiques plus austères de Cuba et du Nicaragua, au nom de l’anti-impérialisme.

Loin d’être une étrangeté étroitement panaméenne, ce général Noriega, qui vend tout et simule tout dans un monde qui partout fait de même, était, de part en part, comme sorte d’homme d’une sorte d’État, comme sorte de général, comme capitaliste, parfaitement représentatif du spectaculaire intégré ; et des réussites qu’il autorise dans les directions les plus variées de sa politique intérieure et internationale. C’est un modèle du prince de notre temps ; et parmi ceux qui se destinent à venir et à rester au pouvoir où que ce puisse être, les plus capables lui ressemblent beaucoup. Ce n’est pas le Panama qui produit de telles merveilles, c’est cette époque.

XX

Pour tout service de renseignements, sur ce point en accord avec la juste théorie clausewitzienne de la guerre, un savoir doit devenir un pouvoir. De là ce service tire à présent son prestige, son espèce de poésie spéciale. Tandis que l’intelligence a été si absolument chassée du spectacle, qui ne permet pas d’agir et ne dit pas grand-chose de vrai sur l’action des autres, elle semble presque s’être réfugiée parmi ceux qui analysent des réalités, et agissent secrètement sur des réalités. Récemment, des révélations que Margaret Thatcher a tout fait pour étouffer, mais en vain, les authentifiant de la sorte, ont montré qu’en Angleterre ces services avaient déjà été capables d’amener la chute d’un ministère dont ils jugeaient la politique dangereuse. Le mépris général que suscite le spectacle redonne ainsi, pour de nouvelles raisons, une attirance à ce qui a pu être appelé, au temps de Kipling, « le grand jeu ».

La « conception policière de l’histoire » était au XIXe siècle une explication réactionnaire, et ridicule, alors que tant de puissants mouvements sociaux agitaient les masses. Les pseudo-contestataires d’aujourd’hui savent bien cela, par ouï-dire ou par quelques livres, et croient que cette conclusion est restée vraie pour l’éternité ; ils ne veulent jamais voir la pratique réelle de leur temps ; parce qu’elle est trop triste pour leurs froides espérances. L’État ne l’ignore pas, et en joue.

Au moment où presque tous les aspects de la vie politique internationale, et un nombre grandissant de ceux qui comptent dans la politique intérieure, sont conduits et montrés dans le style des services secrets, avec leurres, désinformation, double explication — celle qui peut en cacher une autre, ou seulement en avoir l’air — le spectacle se borne à faire connaître le monde fatigant de l’incompréhensible obligatoire, une ennuyeuse série de romans policiers privés de vie et où toujours manque la conclusion. C’est là que la mise en scène réaliste d’un combat de nègres, la nuit, dans un tunnel, doit passer pour un ressort dramatique suffisant.

L’imbécillité croit que tout est clair, quand la télévision a montré une belle image, et l’a commentée d’un hardi mensonge. La demi-élite se contente de savoir que presque tout est obscur, ambivalent, « monté » en fonction de codes inconnus. Une élite plus fermée voudrait savoir le vrai, très malaisé à distinguer clairement dans chaque cas singulier, malgré toutes les données réservées et les confidences dont elle peut disposer. C’est pourquoi elle aimerait connaître la méthode de la vérité, quoique chez elle cet amour reste généralement malheureux.

XXI

Le secret domine ce monde, et d’abord comme secret de la domination. Selon le spectacle, le secret ne serait qu’une nécessaire exception à la règle de l’information abondamment offerte sur toute la surface de la société, de même que la domination, dans ce « monde libre » du spectaculaire intégré, se serait réduite à n’être qu’un Département exécutif au service de la démocratie. Mais personne ne croit vraiment le spectacle. Comment les spectateurs acceptent-ils l’existence du secret qui, à lui seul, garantit qu’ils ne pourraient gérer un monde dont ils ignorent les principales réalités, si par extraordinaire on leur demandait vraiment leur avis sur la manière de s’y prendre ? C’est un fait que le secret n’apparaît à presque personne dans sa pureté inaccessible, et dans sa généralité fonctionnelle. Tous admettent qu’il y ait inévitablement une petite zone de secret réservée à des spécialistes ; et pour la généralité des choses, beaucoup croient être dans le secret.

La Boétie a montré, dans le Discours sur la servitude volontaire, comment le pouvoir d’un tyran doit rencontrer de nombreux appuis parmi les cercles concentriques des individus qui y trouvent, ou croient y trouver, leur avantage. Et de même beaucoup de gens, parmi les politiques ou médiatiques qui sont flattés qu’on ne puisse les soupçonner d’être des irresponsables connaissent beaucoup de choses par relations et par confidences. Celui qui est content d’être dans la confidence n’est guère porté à la critiquer ; ni donc à remarquer que, dans toutes les confidences, la part principale de réalité lui sera toujours cachée. Il connaît, par la bienveillante protection des tricheurs, un peu plus de cartes, mais qui peuvent être fausses ; et jamais la méthode qui dirige et explique le jeu. Il s’identifie donc tout de suite aux manipulateurs, et méprise l’ignorance qu’au fond il partage. Car les bribes d’information que l’on offre à ces familiers de la tyrannie mensongère sont normalement infectées de mensonge, incontrôlables, manipulées. Elles font plaisir pourtant à ceux qui y accèdent, car ils se sentent supérieurs à tous ceux qui ne savent rien. Elles ne valent du reste que pour faire mieux approuver la domination, et jamais pour la comprendre effectivement. Elles constituent le privilège des spectateurs de première classe : ceux qui ont la sottise de croire qu’ils peuvent comprendre quelque chose, non en se servant de ce qu’on leur cache, mais en croyant ce qu’on leur révèle !

La domination est lucide au moins en ceci qu’elle attend de sa propre gestion, libre et sans entraves, un assez grand nombre de catastrophes de première grandeur pour très bientôt ; et cela tant sur les terrains écologiques, chimique par exemple, que sur les terrains économiques, bancaire par exemple. Elle s’est mise, depuis quelque temps déjà, en situation de traiter ces malheurs exceptionnels autrement que par le maniement habituel de la douce désinformation.


XXII

Quant aux assassinats, en nombre croissant depuis plus de deux décennies, qui sont restés entièrement inexpliqués — car si l’on a parfois sacrifié quelque comparse jamais il n’a été question de remonter aux commanditaires — leur caractère de production en série a sa marque : les mensonges patents, et changeants, des déclarations officielles ; Kennedy, Aldo Moro, Olaf Palme, des ministres ou financiers, un ou deux papes, d’autres qui valaient mieux qu’eux. Ce syndrome d’une maladie sociale récemment acquise s’est vite répandu un peu partout, comme si, à partir des premiers cas observés, il descendait des sommets des États, sphère traditionnelle de ce genre d’attentats, et comme si, en même temps, il remontait des bas-fonds, autre lieu traditionnel des trafics illégaux et protections, où s’est toujours déroulé ce genre de guerre, entre professionnels. Ces pratiques tendent à se rencontrer au milieu de toutes les affaires de la société, comme si en effet l’État ne dédaignait pas de s’y mêler, et la Mafia parvenait à s’y élever ; une sorte de jonction s’opérant par là.

On a tout entendu dire pour tenter d’expliquer accidentellement ce nouveau genre de mystères : incompétence des polices, sottise des juges d’instruction, inopportunes révélations de la presse, crise de croissance des services secrets, malveillance des témoins, grève catégorielle des délateurs. Edgar Poe pourtant avait déjà trouvé la direction certaine de la vérité, par son célèbre raisonnement du Double assassinat dans la rue Morgue :

« Il me semble que le mystère est considéré comme insoluble, par la raison même qui devrait le faire regarder comme facile à résoudre —je veux parler du caractère excessif sous lequel il apparaît… Dans des investigations du genre de celle qui nous occupe, il ne faut pas tant se demander comment les choses se sont passées, qu’étudier en quoi elles se distinguent de tout ce qui est arrivé jusqu’à présent. »

XXIII

En janvier 1988, la Mafia colombienne de la drogue publiait un communiqué destiné à rectifier l’opinion du public sur sa prétendue existence. La plus grande exigence d’une Mafia, où qu’elle puisse être constituée, est naturellement d’établir qu’elle n’existe pas, ou qu’elle a été victime de calomnies peu scientifiques ; et c’est son premier point de ressemblance avec le capitalisme. Mais en la circonstance, cette Mafia irritée d’être seule mise en vedette, est allée jusqu’à évoquer les autres groupements qui voudraient se faire oublier en la prenant abusivement comme bouc émissaire. Elle déclare : « Nous n’appartenons pas, nous, à la mafia bureaucratique et politicienne, ni à celle des banquiers et des financiers, ni à celle des millionnaires, ni à la mafia des grands contrats frauduleux, à celle des monopoles ou à celle du pétrole, ni à celle des grands moyens de communication. »

On peut sans doute estimer que les auteurs de cette déclaration ont intérêt à déverser, tout comme les autres, leurs propres pratiques dans le vaste fleuve des eaux troubles de la criminalité, et des illégalités plus banales, qui arrose dans toute son étendue la société actuelle ; mais aussi il est juste de convenir que voilà des gens qui savent mieux que d’autres, par profession, de quoi ils parlent. La Mafia vient partout au mieux sur le sol de la société moderne. Elle est en croissance aussi rapide que les autres produits du travail par lequel la société du spectaculaire intégré façonne son monde. La Mafia grandit avec les immenses progrès des ordinateurs et de l’alimentation industrielle, de la complète reconstruction urbaine et du bidonville, des services spéciaux et de l’analphabétisme.

XXIV

La Mafia n’était qu’un archaïsme transplanté, quand elle commençait à se manifester au début du siècle aux États-Unis, avec l’immigration de travailleurs siciliens ; comme au même instant apparaissaient sur la côte ouest des guerres de gangs entre les sociétés secrètes chinoises. Fondée sur l’obscurantisme et la misère, la Mafia ne pouvait alors même pas s’implanter dans l’Italie du Nord. Elle semblait condamnée à s’effacer partout devant l’État moderne. C’était une forme de crime organisé qui ne pouvait prospérer que sur la « protection » de minorités attardées, en dehors du monde des villes, là où ne pouvait pas pénétrer le contrôle d’une police rationnelle et des lois de la bourgeoisie. La tactique défensive de la Mafia ne pouvait jamais être que la suppression des témoignages, pour neutraliser la police et la justice, et faire régner dans sa sphère d’activité le secret qui lui est nécessaire. Elle a par la suite trouvé un champ nouveau dans le nouvel obscurantisme de la société du spectaculaire diffus, puis intégré : avec la victoire totale du secret, la démission générale des citoyens, la perte complète de la logique, et les progrès de la vénalité et de la lâcheté universelles, toutes les conditions favorables furent réunies pour qu’elle devînt une puissance moderne, et offensive.

La Prohibition américaine — grand exemple des prétentions des États du siècle au contrôle autoritaire de tout, et des résultats qui en découlent — a laissé au crime organisé, pendant plus d’une décennie, la gestion du commerce de l’alcool. La Mafia, à partir de là enrichie et exercée, s’est liée à la politique électorale, aux affaires, au développement du marché des tueurs professionnels, à certains détails de la politique internationale. Ainsi, elle fut favorisée par le gouvernement de Washington pendant la Deuxième Guerre mondiale, pour aider à l’invasion de la Sicile. L’alcool redevenu légal a été remplacé par les stupéfiants, qui ont alors constitué la marchandise-vedette des consommations illégales. Puis elle a pris une importance considérable dans l’immobilier, les banques, la grande politique et les grandes affaires de l’État, puis les industries du spectacle : télévision, cinéma, édition. C’est aussi vrai déjà, aux États-Unis en tout cas, pour l’industrie même du disque, comme partout où la publicité d’un produit dépend d’un nombre assez concentré de gens. On peut donc facilement faire pression sur eux, en les achetant ou en les intimidant, puisque l’on dispose évidemment de bien assez de capitaux, ou d’hommes de main qui ne peuvent être reconnus ni punis. En corrompant les disc jockeys, on décide donc de ce qui devra être le succès, parmi des marchandises si également misérables.

C’est sans doute en Italie que la Mafia, au retour de ses expériences et conquêtes américaines, a acquis la plus grande force : depuis l’époque de son compromis historique avec le gouvernement parallèle, elle s’est trouvée en situation de faire tuer des juges d’instruction ou des chefs de police : pratique qu’elle avait pu inaugurer dans sa participation aux montages du « terrorisme » politique. Dans des conditions relativement indépendantes, l’évolution similaire de l’équivalent japonais de la Mafia prouve bien l’unité de l’époque.

On se trompe chaque fois que l’on veut expliquer quelque chose en opposant la Mafia à l’État : ils ne sont jamais en rivalité. La théorie vérifie avec facilité ce que toutes les rumeurs de la vie pratique avaient trop facilement montré. La Mafia n’est pas étrangère dans ce monde ; elle y est parfaitement chez elle. Au moment du spectaculaire intégré, elle règne en fait comme le modèle de toutes les entreprises commerciales avancées.



XXV

Avec les nouvelles conditions qui prédominent actuellement dans la société écrasée sous le talon de fer du spectacle, on sait que, par exemple, un assassinat politique se trouve placé dans une autre lumière ; en quelque sorte tamisée. Il y a partout beaucoup plus de fous qu’autrefois, mais ce qui est infiniment plus commode, c’est que l’on peut en parler follement. Et ce n’est pas une quelconque terreur régnante qui imposerait de telles explications médiatiques. Au contraire, c’est l’existence paisible de telles explications qui doit causer de la terreur.

Quand en 1914, la guerre étant imminente, Villain assassina Jaurès, personne n’a douté que Villain, individu sans doute assez peu équilibré, avait cru devoir tuer Jaurès parce que celui-ci paraissait, aux yeux d’extrémistes de la droite patriotique qui avaient profondément influencé Villain, quelqu’un qui serait certainement nuisible pour la défense du pays. Ces extrémistes avaient seulement sous-estimé l’immense force du consentement patriotique dans le parti socialiste, qui devait le pousser instantanément à « l’union sacrée » ; que Jaurès fût assassiné ou qu’au contraire on lui laissât l’occasion de tenir ferme sur sa position internationaliste en refusant la guerre. Aujourd’hui, en présence d’un tel événement, des journalistes-policiers, experts notoires en « faits de société » et en « terrorisme », diraient tout de suite que Villain était bien connu pour avoir à plusieurs reprises esquissé des tentatives de meurtre, la pulsion visant chaque fois des hommes, qui pouvaient professer des opinions politiques très diverses, mais qui tous avaient par hasard une ressemblance physique ou vestimentaire avec Jaurès. Des psychiatres l’attesteraient, et les media, rien qu’en attestant qu’ils l’ont dit, attesteraient par le fait même leur compétence et leur impartialité d’experts incomparablement autorisés. Puis l’enquête policière officielle pourrait établir dès le lendemain que l’on vient de découvrir plusieurs personnes honorables qui sont prêtes à témoigner du fait que ce même Villain, s’estimant un jour mal servi à la « Chope du Croissant », avait, en leur présence, abondamment menacé de se venger prochainement du cafetier, en abattant devant tout le monde, et sur place, un de ses meilleurs clients.

Ce n’est pas dire que, dans le passé, la vérité s’imposait souvent et tout de suite ; puisque Villain a été finalement acquitté par la Justice française. Il n’a été fusillé qu’en 1936, quand éclata la révolution espagnole, car il avait commis l’imprudence de résider aux îles Baléares.

XXVI

C’est parce que les nouvelles conditions d’un maniement profitable des affaires économiques, au moment où l’État détient une part hégémonique dans l’orientation de la production et où la demande pour toutes les marchandises dépend étroitement de la centralisation réalisée dans l’information-incitation spectaculaire, à laquelle devront aussi s’adapter les formes de la distribution, l’exigent impérativement que l’on voit se constituer partout des réseaux d’influence ou des sociétés secrètes. Ce n’est donc qu’un produit naturel du mouvement de concentration des capitaux, de la production, de la distribution. Ce qui, en cette matière, ne s’étend pas, doit disparaître ; et aucune entreprise ne peut s’étendre qu’avec les valeurs, les techniques, les moyens, de ce que sont aujourd’hui l’industrie, le spectacle, l’État. C’est, en dernière analyse, le développement particulier qui a été choisi par l’économie de notre époque, qui en vient à imposer partout la formation de nouveaux liens personnels de dépendance et de protection.

C’est justement en ce point que réside la profonde vérité de cette formule, si bien comprise dans l’Italie entière, qu’emploie la Mafia sicilienne : « Quand on a de l’argent et des amis, on se rit de la Justice. » Dans le spectaculaire intégré, les lois dorment ; parce qu’elles n’avaient pas été faites pour les nouvelles techniques de production, et parce qu’elles sont tournées dans la distribution par des ententes d’un type nouveau. Ce que pense, ou ce que préfère, le public, n’a plus d’importance. Voilà ce qui est caché par le spectacle de tant de sondages d’opinions, d’élections, de restructurations modernisantes. Quels que soient les gagnants, le moins bon sera enlevé par l’aimable clientèle : puisque ce sera exactement ce qui aura été produit pour elle.

On ne parle à tout instant d’« État de droit » que depuis le moment où l’État moderne dit démocratique a généralement cessé d’en être un : ce n’est point par hasard que l’expression n’a été popularisée que peu après 1970, et d’abord justement en Italie. En plusieurs domaines, on fait même des lois précisément afin qu’elles soient tournées, par ceux-là qui justement en auront tous les moyens. L’illégalité en certaines circonstances, par exemple autour du commerce mondial de toutes sortes d’armements, et plus souvent concernant des produits de la plus haute technologie, n’est qu’une sorte de force d’appoint de l’opération économique ; qui s’en trouvera d’autant plus rentable. Aujourd’hui, beaucoup d’affaires sont nécessairementmalhonnêtes comme le siècle, et non comme l’étaient autrefois celles que pratiquaient, par séries clairement délimitées, des gens qui avaient choisi les voies de la malhonnêteté.

À mesure que croissent les réseaux de promotion-contrôle pour jalonner et tenir des secteurs exploitables du marché, s’accroît aussi le nombre de services personnels qui ne peuvent être refusés à ceux qui sont au courant, et qui n’ont pas davantage refusé leur aide ; et ce ne sont pas toujours des policiers ou des gardiens des intérêts ou de la sécurité de l’État. Les complicités fonctionnelles communiquent au loin, et très longtemps, car leurs réseaux disposent de tous les moyens d’imposer ces sentiments de reconnaissance ou de fidélité qui, malheureusement, ont toujours été si rares dans l’activité libre des temps bourgeois.

On apprend toujours quelque chose de son adversaire. Il faut croire que les gens de l’État ont été amenés, eux aussi, à lire les remarques du jeune Lukács sur les concepts de légalité et d’illégalité ; au moment où ils ont eu à traiter le passage éphémère d’une nouvelle génération du négatif — Homère a dit qu’« une génération d’hommes passe aussi vite qu’une génération de feuilles ». Les gens de l’État, dès lors, ont pu cesser comme nous de s’embarrasser de n’importe quelle sorte d’idéologie sur cette question ; et il est vrai que les pratiques de la société spectaculaire ne favorisaient plus du tout des illusions idéologiques de ce genre. À propos de nous tous finalement, on pourra conclure que ce qui nous a empêché souvent de nous enfermer dans une seule activité illégale, c’est que nous en avons eu plusieurs.

XXVII

Thucydide, au livre VIII, chapitre 66, de La Guerre du Péloponnèse dit, à propos des opérations d’une autre conspiration oligarchique, quelque chose qui a beaucoup de parenté avec la situation où nous nous trouvons :

« Qui plus est, ceux qui y prenaient la parole étaient du complot et les discours qu’ils prononçaient avaient été soumis au préalable à l’examen de leurs amis. Aucune opposition ne se manifestait parmi le reste des citoyens, qu’effrayait le nombre des conjurés. Lorsque quelqu’un essayait malgré tout de les contredire, on trouvait aussitôt un moyen commode de le faire mourir. Les meurtriers n’étaient pas recherchés et aucune poursuite n’était engagée contre ceux qu’on soupçonnait. Le peuple ne réagissait pas et les gens étaient tellement terrorisés qu’ils s’estimaient heureux, même en restant muets, d’échapper aux violences. Croyant les conjurés bien plus nombreux qu’ils n’étaient, ils avaient le sentiment d’une impuissance complète. La ville était trop grande et ils ne se connaissaient pas assez les uns les autres, pour qu’il leur fût possible de découvrir ce qu’il en était vraiment. Dans ces conditions, si indigné qu’on fût, on ne pouvait confier ses griefs à personne. On devait donc renoncer à engager une action contre les coupables, car il eût fallu pour cela s’adresser soit à un inconnu, soit à une personne de connaissance en qui on n’avait pas confiance. Dans le parti démocratique, les relations personnelles étaient partout empreintes de méfiance et l’on se demandait toujours si celui auquel on avait affaire n’était pas de connivence avec les conjurés. Il y avait en effet parmi ces derniers des hommes dont on n’aurait jamais cru qu’ils se rallieraient à l’oligarchie. »

Si l’histoire doit nous revenir après cette éclipse, ce qui dépend de facteurs encore en lutte et donc d’un aboutissement que nul ne saurait exclure avec certitude, ces Commentaires pourront servir à écrire un jour l’histoire du spectacle ; sans doute le plus important événement qui se soit produit dans ce siècle ; et aussi celui que l’on s’est le moins aventuré à expliquer. En des circonstances différentes, je crois que j’aurais pu me considérer comme grandement satisfait de mon premier travail sur ce sujet, et laisser à d’autres le soin de regarder la suite. Mais, dans le moment où nous sommes, il m’a semblé que personne d’autre ne le ferait.

XXVIII

Des réseaux de promotion-contrôle, on glisse insensiblement aux réseaux de surveillance-désinformation. Autrefois, on ne conspirait jamais que contre un ordre établi. Aujourd’hui, conspirer en sa faveur est un nouveau métier en grand développement. Sous la domination spectaculaire, on conspire pour la maintenir, et pour assurer ce qu’elle seule pourra appeler sa bonne marche. Cette conspiration fait partie de son fonctionnement même.

On a déjà commencé à mettre en place quelques moyens d’une sorte de guerre civile préventive, adaptés à différentes projections de l’avenir calculé. Ce sont des « organisations spécifiques », chargées d’intervenir sur quelques points selon les besoins du spectaculaire intégré. On a ainsi prévu, pour la pire des éventualités, une tactique dite par plaisanterie « des Trois Cultures », en évocation d’une place de Mexico à l’été de 1968, mais cette fois sans prendre de gants, et qui du reste devrait être appliquée avant le jour de la révolte. Et en dehors de cas si extrêmes, il n’est pas nécessaire, pour être un bon moyen de gouvernement, que l’assassinat inexpliqué touche beaucoup de monde ou revienne assez fréquemment : le seul fait que l’on sache que sa possibilité existe, complique tout de suite les calculs en un très grand nombre de domaines. Il n’a pas non plus besoin d’être intelligemment sélectif, ad hominem. L’emploi du procédé d’une manière purement aléatoire serait peut-être plus productif.

On s’est mis aussi en situation de faire composer des fragments d’une critique sociale d’élevage, qui ne sera plus confiée à des universitaires ou des médiatiques, qu’il vaut mieux désormais tenir éloignés des menteries trop traditionnelles en ce débat ; mais critique meilleure, lancée et exploitée d’une façon nouvelle, maniée par une autre espèce de professionnels, mieux formés. Il commence à paraître, d’une manière assez confidentielle, des textes lucides, anonymes ou signés par des inconnus — tactique d’ailleurs facilitée par la concentration des connaissances de tous sur les bouffons du spectacle ; laquelle a fait que les gens inconnus paraissent justement les plus estimables —, non seulement sur des sujets qui ne sont jamais abordés dans le spectacle, mais encore avec des arguments dont la justesse est rendue plus frappante par l’espèce d’originalité, calculable, qui leur vient du fait de n’être en somme jamais employés, quoiqu’ils soient assez évidents. Cette pratique peut servir au moins de premier degré d’initiation pour recruter des esprits un peu éveillés, à qui l’on dira plus tard, s’ils semblent convenables, une plus grande dose de la suite possible. Et ce qui sera, pour certains, le premier pas d’une carrière, sera pour d’autres — moins bien classés — le premier degré du piège dans lequel on les prendra.

Dans certains cas, il s’agit de créer, sur des questions qui risqueraient de devenir brûlantes, une autre pseudo-opinion critique ; et entre les deux opinions qui surgiraient ainsi, l’une et l’autre étrangères aux miséreuses conventions spectaculaires, le jugement ingénu pourra indéfiniment osciller, et la discussion pour les peser sera relancée chaque fois qu’il conviendra. Plus souvent, il s’agit d’un discours général sur ce qui est médiatiquement caché, et ce discours pourra être fort critique, et sur quelques points manifestement intelligent, mais en restant curieusement décentré. Les thèmes et les mots ont été sélectionnés facticement, à l’aide d’ordinateurs informés en pensée critique. Il y a dans ces textes quelques absences, assez peu visibles, mais tout de même remarquables : le point de fuite de la perspective y est toujours anormalement absent. Ils ressemblent au fac simile d’une arme célèbre, où manque seulement le percuteur. C’est nécessairement une critique latérale, qui voit plusieurs choses avec beaucoup de franchise et de justesse, mais en se plaçant de côté. Ceci non parce qu’elle affecterait une quelconque impartialité, car il lui faut au contraire avoir l’air de blâmer beaucoup, mais sans jamais sembler ressentir le besoin de laisser paraître quelle est sa cause ; donc de dire, même implicitement, d’où elle vient et vers quoi elle voudrait aller.

À cette sorte de fausse critique contre-journalistique, peut se joindre la pratique organisée de la rumeur, dont on sait qu’elle est originairement une sorte de rançon sauvage de l’information spectaculaire, puisque tout le monde ressent au moins vaguement un caractère trompeur dans celle-ci, et donc le peu de confiance qu’elle mérite. La rumeur a été à l’origine superstitieuse, naïve, auto-intoxiquée. Mais, plus récemment, la surveillance a commencé à mettre en place dans la population des gens susceptibles de lancer, au premier signal, les rumeurs qui pourront lui convenir. Ici, on s’est décidé à appliquer dans la pratique les observations d’une théorie formulée il y a près de trente ans, et dont l’origine se trouvait dans la sociologie américaine de la publicité : la théorie des individus qu’on a pu appeler des « locomotives », c’est-à-dire que d’autres dans leur entourage vont être portés à suivre et imiter ; mais en passant cette fois du spontané à l’exercé. On a aussi dégagé à présent les moyens budgétaires, ou extrabudgétaires, d’entretenir beaucoup de supplétifs ; à côté des précédents spécialistes, universitaires et médiatiques, sociologues ou policiers, du passé récent. Croire que s’appliquent encore mécaniquement quelques modèles connus dans le passé, est aussi égarant que l’ignorance générale du passé. « Rome n’est plus dans Rome », et la Mafia n’est plus la pègre. Et les services de surveillance et désinformation ressemblent aussi peu au travail des policiers et indicateurs d’autrefois — par exemple aux roussins et mouchards du second Empire — que les services spéciaux actuels, dans tous les pays, ressemblent peu aux activités des officiers du Deuxième Bureau de l’état-major de l’Armée en 1914.

Depuis que l’art est mort, on sait qu’il est devenu extrêmement facile de déguiser des policiers en artistes. Quand les dernières imitations d’un néo-dadaïsme retourné sont autorisées à pontifier glorieusement dans le médiatique, et donc aussi bien à modifier un peu le décor des palais officiels, comme les fous des rois de la pacotille, on voit que d’un même mouvement une couverture culturelle se trouve garantie à tous les agents ou supplétifs des réseaux d’influence de l’État. On ouvre des pseudo-musées vides, ou des pseudo-centres de recherche sur l’œuvre complète d’un personnage inexistant, aussi vite que l’on fait la réputation de journalistes-policiers, ou d’historiens-policiers, ou de romanciers-policiers. Arthur Cravan voyait sans doute venir ce monde quand il écrivait dans Maintenant : « Dans la rue on ne verra bientôt plus que des artistes, et on aura toutes les peines du monde à y découvrir un homme. » Tel est bien le sens de cette forme rajeunie d’une ancienne boutade des voyous de Paris : « Salut, les artistes ! Tant pis si je me trompe. »

Les choses en étant arrivées à être ce qu’elles sont, on peut voir quelques auteurs collectifs employés par l’édition la plus moderne, c’est-à-dire celle qui s’est donné la meilleure diffusion commerciale. L’authenticité de leurs pseudonymes n’étant assurée que par les journaux, ils se les repassent, collaborent, se remplacent, engagent de nouveaux cerveaux artificiels. Ils se sont chargés d’exprimer le style de vie et de pensée de l’époque, non en vertu de leur personnalité, mais sur ordres. Ceux qui croient qu’ils sont véritablement des entrepreneurs littéraires individuels, indépendants, peuvent donc en arriver à assurer savamment que, maintenant, Ducasse s’est fâché avec le comte de Lautréamont ; que Dumas n’est pas Maquet, et qu’il ne faut surtout pas confondre Erckmann avec Chatrian ; que Censier et Daubenton ne se parlent plus. Il serait mieux de dire que ce genre d’auteurs modernes a voulu suivre Rimbaud, au moins en ceci que « Je est un autre ».

Les services secrets étaient appelés par toute l’histoire de la société spectaculaire à y jouer le rôle de plaque tournante centrale ; car en eux se concentrent au plus fort degré les caractéristiques et les moyens d’exécution d’une semblable société. Ils sont aussi toujours davantage chargés d’arbitrer les intérêts généraux de cette société, quoique sous leur modeste titre de « services ». Il ne s’agit pas d’abus, puisqu’ils expriment fidèlement les mœurs ordinaires du siècle du spectacle. Et c’est ainsi que surveillants et surveillés fuient sur un océan sans bords. Le spectacle a fait triompher le secret, et il devra être toujours plus dans les mains des spécialistes du secret qui, bien entendu, ne sont pas tous des fonctionnaires en venant à s’autonomiser, à différents degrés, du contrôle de l’État ; qui ne sont pas tous des fonctionnaires.

XXIX

Une loi générale du fonctionnement du spectaculaire intégré, tout au moins pour ceux qui en gèrent la conduite, c’est que, dans ce cadre, tout ce que l’on peut faire doit être fait. C’est dire que tout nouvel instrument doit être employé, quoi qu’il en coûte. L’outillage nouveau devient partout le but et le moteur du système ; et sera seul à pouvoir modifier notablement sa marche, chaque fois que son emploi s’est imposé sans autre réflexion. Les propriétaires de la société, en effet, veulent avant tout maintenir un certain « rapport social entre des personnes », mais il leur faut aussi y poursuivre le renouvellement technologique incessant ; car telle a été une des obligations qu’ils ont acceptées avec leur héritage. Cette loi s’applique donc également aux services qui protègent la domination. L’instrument que l’on a mis au point doit être employé, et son emploi renforcera les conditions mêmes qui favorisaient cet emploi. C’est ainsi que les procédés d’urgence deviennent procédures de toujours.

La cohérence de la société du spectacle a, d’une certaine manière, donné raison aux révolutionnaires, puisqu’il est devenu clair que l’on ne peut y réformer le plus pauvre détail sans défaire l’ensemble. Mais, en même temps, cette cohérence a supprimé toute tendance révolutionnaire organisée en supprimant les terrains sociaux où elle avait pu plus ou moins bien s’exprimer : du syndicalisme aux journaux, de la ville aux livres. D’un même mouvement, on a pu mettre en lumière l’incompétence et l’irréflexion dont cette tendance était tout naturellement porteuse. Et sur le plan individuel, la cohérence qui règne est fort capable d’éliminer, ou d’acheter, certaines exceptions éventuelles.

XXX

La surveillance pourrait être beaucoup plus dangereuse si elle n’avait été poussée, sur le chemin du contrôle absolu de tous, jusqu’à un point où elle rencontre des difficultés venues de ses propres progrès. Il y a contradiction entre la masse des informations relevées sur un nombre croissant d’individus, et le temps et l’intelligence disponibles pour les analyser ; ou tout simplement leur intérêt possible. L’abondance de la matière oblige à la résumer à chaque étage : beaucoup en disparaît, et le restant est encore trop long pour être lu. La conduite de la surveillance et de la manipulation n’est pas unifiée. Partout en effet, on lutte pour le partage des profits ; et donc aussi pour le développement prioritaire de telle ou telle virtualité de la société existante, au détriment de toutes ses autres virtualités qui cependant, et pourvu qu’elles soient de la même farine, sont tenues pour également respectables.

On lutte aussi par jeu. Chaque officier traitant est porté à survaloriser ses agents, et aussi les adversaires dont il s’occupe. Chaque pays, sans faire mention des nombreuses alliances supranationales, possède à présent un nombre indéterminé de services de police ou contre-espionnage, et de services secrets, étatiques ou para-étatiques. Il existe aussi beaucoup de compagnies privées qui s’occupent de surveillance, protection, renseignement. Les grandes firmes multinationales ont naturellement leurs propres services ; mais également des entreprises nationalisées, même de dimension modeste, qui n’en mènent pas moins leur politique indépendante, sur le plan national et quelquefois international. On peut voir un groupement industriel nucléaire s’opposer à un groupement pétrolier, bien qu’ils soient l’un et l’autre la propriété du même État et, ce qui est plus, qu’ils soient dialectiquement unis l’un à l’autre par leur attachement à maintenir élevé le cours du pétrole sur le marché mondial. Chaque service de sécurité d’une industrie particulière combat le sabotage chez lui, et au besoin l’organise chez le rival : qui place de grands intérêts dans un tunnel sous-marin est favorable à l’insécurité des ferry-boats et peut soudoyer des journaux en difficulté pour la leur faire sentir à la première occasion, et sans trop longue réflexion ; et qui concurrence Sandoz est indifférent aux nappes phréatiques de la vallée du Rhin. On surveille secrètement ce qui est secret. De sorte que chacun de ces organismes, confédérés avec beaucoup de souplesse autour de ceux qui sont en charge de la raison d’État, aspire pour son propre compte à une espèce d’hégémonie privée de sens. Car le sens s’est perdu avec le centre connaissable.

La société moderne qui, jusqu’en 1968, allait de succès en succès, et s’était persuadée qu’elle était aimée, a dû renoncer depuis lors à ces rêves ; elle préfère être redoutée. Elle sait bien que « son air d’innocence ne reviendra plus ».

Ainsi, mille complots en faveur de l’ordre établi s’enchevêtrent et se combattent un peu partout, avec l’imbrication toujours plus poussée des réseaux et des questions ou actions secrètes ; et leur processus d’intégration rapide à chaque branche de l’économie, la politique, la culture. La teneur du mélange en observateurs, en désinformateurs, en affaires spéciales, augmente continuellement dans toutes les zones de la vie sociale. Le complot général étant devenu si dense qu’il s’étale presque au grand jour, chacune de ses branches peut commencer à gêner ou inquiéter l’autre, car tous ces conspirateurs professionnels en arrivent à s’observer sans savoir exactement pourquoi, ou se rencontrent par hasard, sans pouvoir se reconnaître avec assurance. Qui veut observer qui ? Pour le compte de qui, apparemment ? Mais en réalité ? Les véritables influences restent cachées, et les intentions ultimes ne peuvent qu’être assez difficilement soupçonnées, presque jamais comprises. De sorte que personne ne peut dire qu’il n’est pas leurré ou manipulé, mais ce n’est qu’à de rares instants que le manipulateur lui-même peut savoir s’il a été gagnant. Et d’ailleurs, se trouver du côté gagnant de la manipulation ne veut pas dire que l’on avait choisi avec justesse la perspective stratégique. C’est ainsi que des succès tactiques peuvent enliser de grandes forces sur de mauvaises voies.

Dans un même réseau, poursuivant apparemment une même fin, ceux qui ne constituent qu’une partie du réseau sont obligés d’ignorer toutes les hypothèses et conclusions des autres parties, et surtout de leur noyau dirigeant. Le fait assez notoire que tous les renseignements sur n’importe quel sujet observé peuvent aussi bien être complètement imaginaires, ou gravement faussés, ou interprétés très inadéquatement, complique et rend peu sûrs, dans une vaste mesure, les calculs des inquisiteurs ; car ce qui est suffisant pour faire condamner quelqu’un n’est pas aussi sûr quand il s’agit de le connaître ou de l’utiliser. Puisque les sources d’information sont rivales, les falsifications le sont aussi.

C’est à partir de telles conditions de son exercice que l’on peut parler d’une tendance à la rentabilité décroissante du contrôle, à mesure qu’il s’approche de la totalité de l’espace social, et qu’il augmente conséquemment son personnel et ses moyens. Car ici chaque moyen aspire, et travaille, à devenir une fin. La surveillance se surveille elle-même et complote contre elle-même.

Enfin sa principale contradiction actuelle, c’est qu’elle surveille, infiltre, influence, un parti absent : celui qui est censé vouloir la subversion de l’ordre social. Mais où le voit-on à l’œuvre ? Car, certes, jamais les conditions n’ont été partout si gravement révolutionnaires, mais il n’y a que les gouvernements qui le pensent. La négation a été si parfaitement privée de sa pensée, qu’elle est depuis longtemps dispersée. De ce fait, elle n’est plus que menace vague, mais pourtant très inquiétante, et la surveillance a été à son tour privée du meilleur champ de son activité. Cette force de surveillance et d’intervention est justement conduite par les nécessités présentes qui commandent les conditions de son engagement, à se porter sur le terrain même de la menace pour la combattre par avance. C’est pourquoi la surveillance aura intérêt à organiser elle-même des pôles de négation qu’elle informera en dehors des moyens discrédités du spectacle, afin d’influencer, non plus cette fois des terroristes, mais des théories.



XXXI

Baltasar Gracián, grand connaisseur du temps historique, dit avec beaucoup de pertinence, dans L’Homme de cour : « Soit l’action, soit le discours, tout doit être mesuré au temps. Il faut vouloir quand on le peut ; car ni la saison, ni le temps n’attendent personne. »

Mais Omar Kháyyám moins optimiste : « Pour parler clairement et sans paraboles, — Nous sommes les pièces du jeu que joue le Ciel ; — On s’amuse avec nous sur l’échiquier de l’Être, — Et puis nous retournons, un par un, dans la boîte du Néant. »

XXXII

La Révolution française entraîna de grands changements dans l’art de la guerre. C’est après cette expérience que Clausewitz put établir la distinction selon laquelle la tactique était l’emploi des forces dans le combat, pour y obtenir la victoire, tandis que la stratégie était l’emploi des victoires afin d’atteindre les buts de la guerre. L’Europe fut subjuguée, tout de suite et pour une longue période, par les résultats. Mais la théorie n’en a été établie que plus tard, et inégalement développée. On comprit d’abord les caractères positifs amenés directement par une profonde transformation sociale : l’enthousiasme, la mobilité qui vivait sur le pays en se rendant relativement indépendante des magasins et convois, la multiplication des effectifs. Ces éléments pratiques se trouvèrent un jour équilibrés par l’entrée en action, du côté adverse, d’éléments similaires : les armées françaises se heurtèrent en Espagne à un autre enthousiasme populaire ; dans l’espace russe à un pays sur lequel elles ne purent vivre ; après le soulèvement de l’Allemagne à des effectifs très supérieurs. Cependant l’effet de rupture, dans la nouvelle tactique française, qui fut la base simple sur laquelle Bonaparte fonda sa stratégie — celle-ci consistait à employer les victoires par avance, comme acquises à crédit : à concevoir dès le départ la manœuvre et ses diverses variantes en tant que conséquences d’une victoire qui n’était pas encore obtenue mais le serait assurément au premier choc —, découlait aussi de l’abandon forcé d’idées fausses. Cette tactique avait été brusquement obligée de s’affranchir de ces idées fausses, en même temps qu’elle trouvait, par le jeu concomitant des autres innovations citées, les moyens d’un tel affranchissement. Les soldats français, de récente levée, étaient incapables de combattre en ligne, c’est-à-dire de rester dans leur rang et d’exécuter les feux à commandements. Ils vont alors se déployer en tirailleurs et pratiquer le feu à volonté en marchant sur l’ennemi. Or, le feu à volonté se trouvait justement être le seul efficace, celui qui opérait réellement la destruction par le fusil, la plus décisive à cette époque dans l’affrontement des armées. Cependant la pensée militaire s’était universellement refusée à une telle conclusion dans le siècle qui finissait, et la discussion de cette question a pu encore se prolonger pendant près d’un autre siècle, malgré les exemples constants de la pratique des combats, et les progrès incessants dans la portée et la vitesse de tir du fusil.

Semblablement, la mise en place de la domination spectaculaire est une transformation sociale si profonde qu’elle a radicalement changé l’art de gouverner. Cette simplification, qui a si vite porté de tels fruits dans la pratique, n’a pas encore été pleinement comprise théoriquement. De vieux préjugés partout démentis, des précautions devenues inutiles, et jusqu’à des traces de scrupules d’autres temps, entravent encore un peu dans la pensée d’assez nombreux gouvernants cette compréhension, que toute la pratique établit et confirme chaque jour. Non seulement on fait croire aux assujettis qu’ils sont encore, pour l’essentiel, dans un monde que l’on a fait disparaître, mais les gouvernants eux-mêmes souffrent parfois de l’inconséquence de s’y croire encore par quelques côtés. Il leur arrive de penser à une part de ce qu’ils ont supprimé, comme si c’était demeuré une réalité, et qui devrait rester présente dans leurs calculs. Ce retard ne se prolongera pas beaucoup. Qui a pu en faire tant sans peine ira forcément plus loin. On ne doit pas croire que puissent se maintenir durablement, comme un archaïsme, dans les environs du pouvoir réel, ceux qui n’auraient pas assez vite compris toute la plasticité des nouvelles règles de leur jeu, et son espèce de grandeur barbare. Le destin du spectacle n’est certainement pas de finir en despotisme éclairé.

Il faut conclure qu’une relève est imminente et inéluctable dans la caste cooptée qui gère la domination, et notamment dirige la protection de cette domination. En une telle matière, la nouveauté, bien sûr, ne sera jamais exposée sur la scène du spectacle. Elle apparaît seulement comme la foudre, qu’on ne reconnaît qu’à ses coups. Cette relève, qui va décisivement parachever l’œuvre des temps spectaculaires, s’opère discrètement, et quoique concernant des gens déjà installés tous dans la sphère même du pouvoir, conspirativement. Elle sélectionnera ceux qui y prendront part sur cette exigence principale : qu’ils sachent clairement de quels obstacles ils sont délivrés, et de quoi ils sont capables.

XXXIII

Le même Sardou dit aussi : « Vainement est relatif au sujet ; en vain est relatif à l’objet ; inutilement, c’est sans utilité pour personne. On a travaillé vainement lorsqu’on l’a fait sans succès, de sorte que l’on a perdu son temps et sa peine : on a travaillé en vain lorsqu’on l’a fait sans atteindre le but qu’on se proposait, à cause de la défectuosité de l’ouvrage. Si je ne puis venir à bout de faire ma besogne, je travaille vainement ; je perds inutilement mon temps et ma peine. Si ma besogne faite n’a pas l’effet que j’en attendais, si je n’ai pas atteint mon but, j’ai travaillé en vain ; c’est-à-dire que j’ai fait une chose inutile…

On dit aussi que quelqu’un a travaillé vainement, lorsqu’il n’est pas récompensé de son travail, ou que ce travail n’est pas agréé ; car dans ce cas le travailleur a perdu son temps et sa peine, sans préjuger aucunement la valeur de son travail, qui peut d’ailleurs être fort bon. »

(Paris, février-avril 1988.)








Comments on the Society of the Spectacle

Guy Debord, 1988



In memory of Gerard Lebovici, assassinated in Paris on 5 March 1984, in a trap that remains mysterious.
"However critical the situation and circumstances in which you find yourself, despair of nothing; it is on the occasions in which everything is to be feared that it is necessary to fear nothing; it is when one is surrounded by all the dangers that it is not necessary to dread any; it is when one is without resources that it is necessary to count on all of them; it is when one is surprised that it is necessary to surprise the enemy himself." Sun Tzu, The Art of War.

I

These comments are sure to be promptly known by fifty or sixty people; a large number given the times in which we live and the gravity of the matters under discussion. But then, of course, in some circles I am considered to be an authority. It must also be borne in mind that a good half of this elite that will be interested will consist of people who devote themselves to maintaining the spectacular system of domination, and the other half of people who persist in doing quite the opposite. Having, then, to take account of readers who are both attentive and diversely influential, I obviously cannot speak with complete freedom. Above all, I must take care not to instruct just anybody.
The unhappiness of the times thus compels me, once again, to write in a new way. Some elements will be intentionally omitted; and the plan will have to remain rather unclear. Readers will encounter certain lures, like the very hallmark of the era. As long as other pages are interpolated here and there, the overall meaning may appear just as secret clauses have very often been added to whatever treaties may openly stipulate ; just as some chemical agents only reveal their hidden properties when they are combined with others. However, in this brief work there will be only too many things which are, alas, easy to understand.

II.

In 1967, in a book entitled The Society of the Spectacle, I showed what the modern spectacle was already in essence: the autocratic reign of the market economy, which had acceded to an irresponsible sovereignty, and the totality of new techniques of government that accompanied this reign. The disturbances of 1968, which in several countries lasted into the following years, having nowhere overthrown the existing organization of the society from which it springs apparently spontaneously, the spectacle has thus continued to reinforce itself, that is, to spread to the furthest limits on all sides, while increasing its density in the center. It has even learned new defensive techniques, as powers under attack always do. When I began the critique of spectacular society, what was particularly noticed -- given the period -- was the revolutionary content that could be discovered in that critique; and it was naturally felt to be its most troublesome element. As to the spectacle itself, I was sometimes accused of having invented it out of thin air, and was always accused of indulging myself to excess in my evaluation of its depth and unity, and its real workings. I must admit that others who later published new books on the same subject demonstrated that it was quite possible to say less. All they had to do was to replace the totality and its movement by a single static detail on the surface of the phenomenon, with each author demonstrating his originality by choosing a different and all the less disturbing one. No one wanted to taint the scientific modesty of his personal interpretation by interposing reckless historical judgments.
Nonetheless, the society of the spectacle has continued to advance. It moves quickly for in 1967 it had barely forty years behind it, though it had used them to the full. And by its own development, which no one took the trouble to investigate, it has since shown with some astonishing achievements that it is effectively just what I said it was. Proving this point has more than academic value, because it is undoubtedly indispensable to have understood the spectacle's unity and articulation as an active force in order to examine the directions in which this force has since been able to travel. These questions are of great interest, for it is under such conditions that the next stage of the conflict in society will necessarily be played out. Since the spectacle today is certainly more powerful than it was before, what is it doing with this additional power? What point has it reached, that it had not reached previously? What, in short, are its present lines of advance? The vague feeling that there has been a rapid invasion which has forced people to lead their lives in an entirely different way is now widespread; but this is experienced rather like some inexplicable change in the climate, or in some other natural equilibrium, a change about which ignorance knows only that it has nothing to say. What is more, many see it as a civilizing invasion, as something inevitable, and even want to collaborate. Such people would rather not know the precise purpose of this conquest, and how it is advancing.
I am going to outline certain practical consequences, still little known, that result from the spectacle's rapid deployment over the last twenty years. I have no intention of entering into polemics on any aspect of this question; these are now too easy, and too useless. Nor will I try to convince. The present comments are not concerned with moralizing. They do not propose what is desirable, or merely preferable. They simply record what is.

III.

No one today can reasonably doubt the existence or the power of the spectacle; on the contrary, one might doubt whether it is reasonable to add anything on a question which experience has already settled in such draconian fashion. Le Monde of 19 September 1987 offered a felicitous illustration of the saying, 'If it exists, there's no need to talk about it,' a fundamental law of these spectacular times which, at least in this respect, ensure there is no such thing as a backward country.
That modern society is a society of spectacle now goes without saying. It will soon be necessary to remark those who do nothing remarkable. One loses count of all the books describing a phenomenon which now characterizes all the industrialized nations yet equally spares none of the countries which have still to catch up. What is so droll, however, is that all the books which do analyze this phenomenon, usually to deplore it, must sacrifice themselves to the spectacle if they're to become known.
It is true that this spectacular critique of the spectacle, which is not only late but, even worse, seeks 'to make itself known' on the same level, inevitably sticks to vain generalities or hypocritical regrets; just as vain as the clowns who parade their disabused sagacity in newspapers.
The empty debate on the spectacle -- that is, on the activities of the world's owners -- is thus organized by the spectacle itself: everything is said about the extensive means at its disposal, to ensure that nothing is said about their extensive deployment. Rather than talk of the spectacle, people often prefer to use the term 'media.' And by this they mean to describe a mere instrument, a kind of public service which with impartial 'professionalism' would facilitate the new wealth of mass communication through mass media [English in original] -- a form of communication which has at last attained a unilateral purity, whereby decisions already taken are presented for peaceful admiration. For what is communicated are orders; and with great harmony, those who give them are also those who tell us what they think of them.
The power of the spectacle, which is so fundamentally unitary, a centralizer by the very weight of things, and entirely despotic in spirit, frequently rails at seeing the constitution under its rule of a politics-spectacle, a justice-spectacle, a medicine-spectacle and all the other similarly surprising examples of "mediatic excess." Thus the spectacle would be nothing other than the excesses of the mediatic, whose nature, unquestionably good since it facilitates communication, is sometimes driven to extremes. Often enough society's bosses declare themselves ill-served by their media employees: more often they blame the plebian spectators for the common, almost bestial manner in which they indulge in mediatic pleasures. A virtually infinite number of supposed mediatic differences thus serve to dissimulate what is, on the contrary, the result of a spectacular convergence, pursued with remarkable tenacity. Just as the logic of the commodity reigns over capitalists' competing ambitions, or the logic of war always dominates the frequent modifications in weaponry, so the harsh logic of the spectacle controls the abundant diversity of mediatic extravagances.
In all that has happened in the last twenty years, the most important change lies in the very continuity of the spectacle. This has nothing to do with the perfecting of its mediatic instrumentation, which had already reached a highly advanced stage of development; it means quite simply that the spectacle's domination has succeeded in raising a whole generation molded to its laws. The extraordinary new conditions in which this entire generation has effectively lived constitute a precise and sufficient summary of all that, henceforth, the spectacle will forbid; and also all that it will permit.

IV.

On the theoretical level, I only need add a single detail to my earlier formulations, albeit one which has far-reaching consequences. In 1967 I distinguished two rival and successive forms of spectacular power, the concentrated and the diffuse. Both of them floated above real society, as its goal and its lie. The former, placing in the fore the ideology grouped around a dictatorial personality, had accompanied the totalitarian counter-revolution, Nazi as well as Stalinist. The latter, driving salaried workers to freely operate their choice upon the great variety of new commodities that confront them, had represented the Americanization of the world, a process which in some respects frightened but also successfully seduced those countries where it had been possible to maintain traditional forms of bourgeois democracy. Since then a third form has been established, through the rational combination of these two, and on the basis of a victory of the form which had showed itself stronger: the diffuse. This is the integrated spectacular, which has since tended to impose itself globally.
Whereas Russia and Germany were largely responsible for the formation of the concentrated spectacular, and the United States for the diffuse form, the integrated spectacular seems to have been pioneered in France and Italy by the play of a series of shared historical features, namely, the important role of the Stalinist party and unions in political and intellectual life, a weak democratic tradition, the long monopoly of power enjoyed by a single party of government, and the necessity to eliminate an unexpected upsurge in revolutionary activity [since 1968].
The integrated spectacular shows itself to be simultaneously concentrated and diffuse, and ever since the fruitful union of the two has learned to employ both these qualities on a grander scale. Their former mode of application has changed considerably. As regards the concentrated side, the controlling center has now become occult, never to be occupied by a known leader, or clear ideology. And on the diffuse side, the spectacular influence has never before put its mark to such a degree on almost the totality of socially produced behavior and objects. For the final sense of the integrated spectacular is that it integrates itself into reality to the same extent that it speaks of it, and that it reconstructs it as it speaks. As a result, this reality no longer confronts the integrated spectacular as something alien. When the spectacular was concentrated, the greater part of peripheral society escaped it; when it was diffuse, a small part; today, no part. The spectacle is mixed into all reality and irradiates it. As one could easily foresee in theory, practical experience of the unbridled accomplishment of commodity rationality has quickly and without exception shown that the becoming-world of the falsification was also the falsification of the world. Beyond a still important heritage of old books and old buildings, but destined to continual reduction and, moreover, increasingly selected and put into perspective according to the spectacle's requirements, there remains nothing, in culture or in nature, which has not been transformed, and polluted, according to the means and interests of modern industry. Even genetics has become readily accessible to the dominant social forces.
The government of the spectacle, which now possesses all the means to falsify the whole of production and perception, is the absolute master of memories just as it is the unfettered master of projects that will shape the most distant future. It reigns unchecked; it executes its summary judgments.
It is in these conditions that a parodic end of the division of labor suddenly appears, with carnivalesque gaiety, all the more welcome because it coincides with the generalized disappearance of all true competence. A financier can be a singer, a lawyer a police spy, a baker can parade his literary tastes, an actor can be president, a chef can philosophize on the movements of baking as if they were landmarks in universal history. Each can join the spectacle, in order publicly to adopt, or sometimes secretly practice, an entirely different activity from whatever specialty first made their name. Where the possession of "mediatic status" has acquired infinitely more importance than the value of anything one might actually be capable of doing, it is normal for this status to be easily transferable and to confer the right to shine in the same fashion to anyone anywhere. Most often these accelerated media particles pursue their simple orbit of statutorily guaranteed admiration. But it happens that the mediatic transition provides the cover for many enterprises, officially independent but in fact secretly linked by various ad hoc networks. With the result that occasionally the social division of labor, along with the easily foreseeable solidarity of its use, reappears in quite new forms: for example, one can now publish a novel in order to arrange an assassination. Such picturesque examples also go to show that one should never trust someone because of their job.
But the greatest ambition of the integrated spectacular is still that secret agents become revolutionaries, and that revolutionaries become secret agents.

V.

The society modernized to the stage of the integrated spectacular is characterized by the combined effect of five principal features: incessant technological renewal; fusion of State and economy; generalized secrecy, forgeries without reply; a perpetual present.
The movement of technological innovation has a long history, and is a constituent of capitalist society, sometimes described as industrial or post-industrial. But since its most recent acceleration (in the aftermath of the Second World War) it has greatly reinforced spectacular authority, by completely surrendering everybody to the ensemble of specialists, to their calculations and their judgments, which always depend on their calculations. The fusion of State and economy is the most evident trend of the century; it has at the very least become the motor of the most recent economic development. The defensive and offensive pact concluded between these two powers, the economy and the State, has assured them of the greatest common advantages in every field: each may be said to own the other; it is absurd to oppose them, or to distinguish between their rationalities and irrationalities. This union has also proved to be extremely favorable to the development of spectacular domination, which, precisely, from its formation, hasn't been anything else. The other three features are direct effects of this domination, in its integrated stage.
Generalised secrecy stands behind the spectacle, as the decisive complement of all it displays and, in the last analysis, as its most important operation.
The simple fact of being without reply has given to the false an entirely new quality. At a stroke it is truth which has almost everywhere ceased to exist or, at best, has been reduced to the status of pure hypothesis that can never be demonstrated. The false without reply has succeeded in making public opinion disappear: first it found itself incapable of making itself heard and then very quickly dissolved altogether. This evidently has significant consequences for politics, the applied sciences, the justice system and artistic knowledge.
The construction of a present where fashion itself, from clothes to music, has come to a halt, which wants to forget the past and no longer seems to believe in a future, is achieved by the ceaseless circular passage of information, always returning to the same short list of trivialities, passionately proclaimed as major discoveries. Meanwhile news of what is genuinely important, of what is actually changing, comes rarely, and then in fits and starts. It always concerns this world's apparent condemnation of its own existence, the stages in its programmed self-destruction.

VI.

Spectacular domination's first priority was to make historical knowledge in general disappear; beginning with just about all rational information and commentary on the most recent past. The evidence for this is so glaring it hardly needs further explanation. With mastery the spectacle organizes ignorance of what is about to happen and, immediately afterwards, the forgetting of whatever has nonetheless been understood. The most important is the most hidden. Nothing in the last twenty years has been so thoroughly coated in obedient lies as the history of May 1968. Some useful lessons have been learned from certain demystifying studies of those days and their origins; these, however, are State secrets.
In France, it is a dozen years now since a president of the republic, long since forgotten but at the time still floating on the spectacle's surface, naively expressed his delight at "knowing that henceforth we will live in a world without memory, where images chase each other, like reflections on the water." Convenient indeed for those in business, and who know how to stay there. The end of history gives current-day power a pleasant break. Success is absolutely guaranteed in all of power's undertakings, or at least the rumor of success.
How drastically any absolute power will suppress history depends on the extent of its imperious interests or obligations, and especially on its practical capacity to execute its aims. Ts'in Che Hoang Ti had books burned, but he never managed to get rid of all of them. In our own century Stalin went further, yet despite the various accomplices he managed to find outside his empire's borders, there remained a vast area of the world beyond the reach of his police, where his impostures could be laughed at. The integrated spectacular has done much better with very new procedures and this time operates globally. Ineptitude compels universal respect; it is no longer permitted to laugh at it; in any case, it has become impossible to show that one is laughing.
History's domain was the memorable, the totality of events whose consequences would be lastingly apparent. Inseparably, history was knowledge that must endure and aid in understanding, at least in part, what was to come: "a possession for all time," according to Thucydides. In this way history was the measure of genuine novelty; and those who sell novelty at any price have made the means of measuring it disappear. When the important makes itself socially recognized as what is instantaneous, and will still be the other and the same the instant afterwards, and will always replace another instantaneous importance, one can say that the means employed guarantee a sort of eternity of non-importance that speaks loudly.
The precious advantage that the spectacle has drawn from the outlawing of history, from having condemned the recent past to clandestinity, and from having made everyone forget the spirit of history within society, is above all the ability to cover its own history of the movement of its recent world conquest. Its power already seems familiar, as if it had always been there. All usurpers have wanted to make us forget that they have only just arrived.

VII.

With the destruction of history, contemporary events themselves retreat into a fabulous distance, among its unverifiable stories, uncheckable statistics, unlikely explanations and untenable reasoning. For every imbecile who has advanced spectacularly, there are only the mediatics who can respond with a few respectful rectifications or remonstrations, and they are miserly, for besides their extreme ignorance, their personal and professional solidarity with the spectacle's general authority and the society it expresses, makes it their duty, and their pleasure, never to diverge from that authority whose majesty must not be damaged. It must not be forgotten that all mediatics, through wages and other rewards and recompenses, has a master, and sometimes to several; and that every one of them knows he is dispensable.
All experts are mediatics-Statists and only in that way are they recognized as experts. Every expert follows his master, because all former possibilities for independence have been almost been reduced to nil by present society's conditions of organization. The most useful expert, of course, is the one who lies. Those who need experts are, for different reasons, falsifiers and ignoramuses. Whenever individuals lose the capacity to see things for themselves, the expert is there to offer a formal reassurance. Once there were experts in Etruscan art, and competent ones, for Etruscan art was not for sale. But a period which, for example, finds it profitable to fake by chemical means various famous wines, can only sell them if it has created wine experts able to con connoisseurs into admiring their new, more recognizable flavors. Cervantes remarks that "under a poor cloak you often find a good drinker." Someone who knows his wine may often understand nothing about the rules of the nuclear industry, but spectacular domination calculates that if one expert can make a fool of him with nuclear industry, another can easily do the same with wine. And it is well known, for example, that experts in mediatic meteorology, forecasting temperature or rainfall for the next forty-eight hours, are severely limited in what they say by the obligation to maintain certain economic, touristic and regional balances, when so many people make so many journeys on so many roads, between so many equally desolate places; thus they can only try to make their names as entertainers.
One aspect of the disappearance of all objective historical knowledge manifests itself concerning any personal reputation, which has become malleable and correctable at will by those who control all information, those who collect it and also those -- an entirely different matter -- who diffuse it. Their license to falsify is thus unlimited. Historical evidence, of which, in the spectacle, one does not want to know, is no longer evidence. When the only fame is that bestowed as a favor by the grace of a spectacular Court, disgrace may instantaneously follow. An anti-spectacular notoriety is becoming something extremely rare. I myself am one of the last people to possess one, having never had any other. But it has also become extraordinarily suspect. Society has officially declared itself to be spectacular. To be known outside spectacular relations is already to be known as an enemy of society.
It is permitted to change a person's whole past, radically modify it, recreate it in the manner of the Moscow trials -- and without even having recourse to the clumsiness of a trial. One can kill at less cost. Those who govern the integrated spectacular, or their friends, surely have no lack of false witnesses, though they may be unskilled -- but what capacity to detect this clumsiness can remain among the spectators who will be witnesses to the exploits of the false witnesses? -- or false documents, which are always highly effective. Thus it is no longer possible to believe anything about anyone that you have not learned for yourself, directly. But in fact false accusations are rarely necessary. Once one controls the mechanism that operates the only form of social verification to be fully and universally recognized, one can say what one likes. The movement of the spectacular demonstration proves itself simply by going round in circles: by coming back to the start, by repetition, by constant reaffirmation on the unique terrain where anything can be publicly affirmed, and be made believed, precisely because that is the only thing to which everyone is witness. Spectacular authority can similarly deny whatever it likes, once, or three times over, and say that it will no longer speak of it and speak of something else instead, knowing full well there is no danger of any other riposte, on its own terrain or any other.
For the agora, the general community, no longer exists, nor even communities restricted to intermediary bodies or to autonomous institutions, to salons or cafes, or to workers in a single company; no place where people can discuss the realities which concern them, because they can never lastingly free themselves from the crushing presence of mediatic discourse and of the various forces organized to relay it. Nothing remains of the guaranteed relatively independent judgment of those who once made up the world of learning; of those, for example, who used to base their pride on their ability to verify, to come close to what one called an impartial history of facts, or at least to believe that such a history deserved to be known. There is no longer even any incontestable bibliographical truth, and the computerized catalogues of national libraries are well-equipped to better suppress the traces. It is disorienting to consider what it meant to be a judge, a doctor or a historian not so long ago, and to recall the imperative obligations they often recognized, within the limits of their competence: men resemble their times more than their fathers.
When the spectacle stops talking about something for three days, it is as if it did not exist. For it has then gone on to talk about something else, and it is that which henceforth, in short, exists. The practical consequences, as we see, are enormous.
We believe we know that in Greece, history and democracy appeared at the same time. We can prove that their disappearances have also been simultaneous.
To this list of the triumphs of power we should, however, add one result which has proved negative for it: a State, in which one has durably installed a great deficit of historical knowledge so as to manage it, can no longer be governed strategically.

VIII.

Once it attains the stage of the integrated spectacular, self-proclaimed democratic society seems to be generally accepted as the realization of a fragile perfection. So that it must no longer be exposed to attacks, being fragile; and indeed is no longer attackable, being perfect, which no other society has been. It is a fragile society because it has great difficulty managing its dangerous technological expansion. But it is a perfect society to be governed; and the proof is that all those who aspire to govern want to govern this one, in the same way, maintaining it almost exactly as it is. For the first time in contemporary Europe, no party or fraction of a party even tries to pretend that they wish to change something important. The commodity can no longer be criticized by anyone: as a general system or even as the particular forms of junk which heads of industry choose to put on the market at any given time.
Wherever the spectacle rules, the only organized forces are those that want the spectacle. No one can any longer be the enemy of what exists, nor transgress the omerta that concerns everything. We have finished with that disturbing conception, which was dominant for over two hundred years, according to which society was criticizable or transformable, reformed or revolutionized. And this has not been obtained by the appearance of new arguments, but quite simply because all argument has become useless. From this result we can measure not universal happiness, but the redoubtable strength of the networks of tyranny.
Never has censorship been more perfect. Never has the opinion of those who are still led to believe, in several countries, that they remain free citizens, been less authorized to make themselves known, whenever it is a matter of choices affecting their real lives. Never has it been possible to lie to them with a perfect absence of consequences. The spectator is simply supposed to know nothing, and deserve nothing. Those who are always watching to see what happens next will never act: such must be the spectator's condition. People often cite the United States as an exception because there Nixon came to an end due to a series of denials whose clumsiness was too cynical: but this entirely local exception, for which there were some old historical causes, clearly no longer holds true, since Reagan has recently been able to do the same thing with impunity. All that is never sanctioned is veritably permitted. Talk of scandal is thus archaic. The most profound summing up of the period that the whole world entered shortly after Italy and the United States can be found in the words of a senior Italian statesman, a member, simultaneously, of both the official government and the parallel government called P2, Potere Due: "Once there were scandals, but not any more."
In The Eighteenth Brumaire of Louis Bonaparte, Marx described the State's encroachment upon Second Empire France, then rich with half a million bureaucrats: "Everything became a subject for governmental activity, whether it was a bridge, a schoolhouse, the communal property of a village community, or the railways, the national property and the provincial universities." The famous question of the funding of political parties was already being posed, for Marx noted that, "The parties that struggled in turn for supremacy regarded the taking of possession of this immense State edifice as the main booty for the victor." Yet this may nonetheless sound somewhat bucolic and, as one says, surpassed, at a time when the State's speculations today concern new towns and highways, underground traffic and the production of electro-nuclear energy, oil drilling and computers, the administration of banks and socio-cultural centers, the modification of the 'audiovisual landscape' and secret arms exports, property speculation and the pharmaceutical industry, agribusiness and the management of hospitals, military credits and the secret funds of the ever-expanding departments charged with running society's numerous defense services. But Marx unfortunately remains all too up to date when in the same book he evokes this government, which "rather than deciding by night, and striking by day, decides by day and strikes by night."

IX.

This perfect democracy fabricates its own inconceivable enemy, terrorism. It wants, actually, to be judged by its enemies rather than by its results. The history of terrorism is written by the State and it is thus instructive. The spectating populations must certainly never know everything about terrorism, but they must always know enough to convince them that, compared with terrorism, everything else seems rather acceptable, in any case more rational and democratic.
The modernization of repression has succeeded in perfecting -- first in the Italian pilot-project under the name of pentiti -- sworn professional accusers; a phenomenon first seen in the seventeenth century after the Fronde, when such people were called 'certified witnesses.' This spectacular progress of Justice has filled Italy's prisons with thousands of people condemned to do penance for a civil war which did not take place, a kind of mass armed insurrection which, by chance, never actually happened, a putsch woven of such stuff as dreams are made of.
One can remark that interpretations of the mysteries of terrorism appear to have introduced a symmetry between contradictory views, as if there were two schools of philosophy professing absolutely incompatible metaphysical systems. Some would see terrorism as only several blatant manipulations by the secret services; others, on the contrary, estimate that it is only necessary to reproach the terrorists for their total lack of historical understanding. The use of a little historical logic permits us to quite quickly conclude that there is nothing contradictory in recognizing that people who lack all historical sense can easily be manipulated; even more easily than others. It is much easier to lead someone to 'repent' when it can be shown that everything he thought he did freely was actually known in advance. It is an inevitable effect of clandestine forms of organization of the military type that it suffices to infiltrate a few people at certain points of the network to make many march and fall. Critique, when evaluating armed struggles, must sometimes analyze one of these particular operations without being led astray by the general resemblance that all will possibly share. We should expect, as a logical possibility, that the State's security services intend to use all the advantages they find on the terrain of the spectacle, which has exactly been organized with that in mind for some time: on the contrary, it is the difficulty of glimpsing this which is astonishing, and does not ring true.
Judicial repression's current objective here, of course, is to generalize matters as fast as possible. What is important in this sort of commodity is the packaging, or the labeling: the price codes. One enemy of spectacular democracy is the same as another, just like spectacular democracies themselves. Thus there must be no more right of asylum for terrorists, and even those who have not yet been accused of being terrorists can certainly become so, with extradition being imposed. In November 1978, in the case of a young print worker, Gabor Winter, wanted by the West German government mainly for having drafted certain revolutionary leaflets, Mlle Nicole Pradain, representing the Department of Public Prosecution in the Appeal Court of Paris, quickly showed that the 'political motives' that could be the only grounds for refusing extradition under the Franco-German agreement of 29 November 1951, could not be invoked: "Gabor Winter is a social criminal, not a political one. He refuses social constraints. A true political criminal doesn't reject society. He attacks political structures and not, like Gabor Winter, social structures." The notion of acceptable political crime only became recognized in Europe once the bourgeoisie had successfully attacked previously established social structures. The nature of political crime could not be separated from the diverse intentions of social critique. This was true for Blanqui, Varlin, Durruti. Nowadays there is a pretense of wishing to preserve a purely political crime, like some inexpensive luxury, a crime which doubtless no one will ever have the occasion to commit, since no one is interested in the subject any more; except for the professional politicians themselves, whose crimes are rarely pursued, nor for that matter no longer called political. All crimes and offenses are effectively social. But of all social crimes, none must be seen as worse than the impertinent pretension to still want to change something in this society, which thinks that it has only been only too kind and patient, but which no longer wants to be blamed.

X.

According to the basic interests of the new system of domination, the dissolution of logic has been pursued by different, but mutually supportive, means. Some of these means involve the technical instrumentation that has experienced and popularized the spectacle; but others are more linked to the mass psychology of submission.
At the technological level, when the image constructed and chosen by someone has become the individual's principal connection to the world he formerly observed for himself at each place that he could go, one certainly knows that the image supports everything; because within the same image anything can be juxtaposed without contradiction. The flow of images carries everything and it is similarly someone else who governs at will this simplified summary of the perceptible world; he who chooses where the flow will lead, and the rhythm of what should be shown, as a perpetual, arbitrary surprise, doesn't want to leave any time for reflection, and entirely independent of what the spectator might understand or think of it. In this concrete experience of permanent submission, one finds the psychological origin of the general adhesion to what is; an adhesion that the spectator recognizes ipso facto as a sufficient value. Beyond what is properly secret, spectacular discourse obviously silences anything it finds inconvenient. It isolates what it shows from its context, its past, the intentions and the consequences. It is thus completely illogical. Since no one can contradict it, the spectacle has the right to contradict itself, to correct its own past. The arrogant attitude of its servants, when they have to make known some new, and perhaps still more dishonest version of certain facts, is to harshly correct the ignorance and bad interpretations they attribute to their public, while the day before they themselves were busily disseminating the error, with their customary assurance. Thus the spectacle's instruction and the spectators' ignorance are wrongly seen as antagonistic factors when in fact they give birth to each other. In the same way, the computer's binary language is an irresistible inducement to the continual and unreserved acceptance of what has been programmed according to the wishes of someone else and passes for the timeless source of a superior, impartial and total logic. Such increased speed and a vocabulary to judge everything! Political? Social? You must choose. You cannot have both. My choice is inescapable. They are jeering at us, and we know whom these structures are for. Thus it is not surprising that children should glibly start their education at an early age with the Absolute Knowledge of computer science; while they still do not know how to read, for reading demands making veritable judgments at every line; and is the only access to the vast areas of pre-spectacular human experience. Because conversation is almost dead, and soon so too will be many of those who knew how to speak.
On the level of the means of thought of contemporary populations, the primary cause of decadence clearly derives from the fact that all discourse shown in the spectacle leaves no place for response; and logic is only socially formed in dialogue. Furthermore, when respect for those who speak in the spectacle is so widespread, when they are supposed to be rich, important, prestigious, to be authority itself, the spectators tend to want to be just as illogical as the spectacle, so as to display an individual reflection of this authority. And finally, logic is not easy, and no one has desired to teach it to them. Drug addicts do not study logic, because they no longer need it, because they no longer have the possibility. The spectator's laziness also that of any intellectual cadre or overnight specialist, who do their best to conceal the narrow limits of their knowledge by the dogmatic repetition of arguments with illogical authority.

XI.

It is generally believed that those who have displayed the greatest incapacity in matters of logic are precisely those who proclaim themselves revolutionaries. This unjustified reproach dates from an age when almost everyone thought with a minimum of logic, with the striking exception of cretins and militants; and in the case of the latter bad faith played its part, intentionally, because it was held to be effective. But today there is no escaping the fact that intense use of the spectacle has, as we should have expected, turned most of our contemporaries into ideologues, if only in fits and starts, bits and pieces. Absence of logic, that is to say, loss of the ability to perceive immediately what is important and what is insignificant or irrelevant, what is incompatible or, inversely, what could well be complementary; all that a particular consequence implies and at the same time all that it excludes -- high doses of this disease have been intentionally injected into the population by the spectacle's anaesthetists/resuscitators. Protesters have not been any more irrational than submissive people. It is simply that in the former one sees a more intense manifestation of the general irrationality, because while displaying their project, they have actually tried to carry out a practical operation -- even if it is only to read certain texts and show that they know what they mean. They have given themselves diverse obligations to dominate logic, even strategy, which is precisely the entire field of the deployment of the dialectical logic of conflicts; but, like everyone else, they are greatly deprived of the basic ability to orient themselves by the old, imperfect tools of formal logic. No one worries about them; and hardly anyone thinks about the others.
The individual who has been marked by impoverished spectacular thought more deeply than by any other aspect of his experience puts himself at the service of the established order right from the start, even though subjectively he may have had quite the opposite intention. He will essentially follow the language of the spectacle, for it is the only one he is familiar with; the one in which he learned to speak. No doubt he would like to show himself as an enemy of its rhetoric; but he will use its syntax. This is one of the most important aspects of the success obtained by spectacular domination.
The swift disappearance of our former vocabulary is merely one moment in this operation. It serves it.

XII.

The erasure of the personality is the fatal accompaniment to the conditions of existence that is concretely submissive to spectacular norms, and thus more separated from the possibilities of knowing experiences that are authentic and thus from the discovery of individual preferences. Paradoxically, the individual must permanently repudiate them if he wants to be respected a little in such a society. This existence postulates a fluid fidelity, a succession of continually disappointing commitments to false products. It is a matter of running quickly behind the inflation of devalued signs of life. Drugs help one to conform to this organization of things; madness allows one to flee it.
In all sorts of affairs in this society, where the distribution of goods is centralized in such a way that it becomes master -- both notoriously and secretly -- of the very definition of what could be the good, it happens that certain people are attributed with qualities, knowledge or even vices, all perfectly imaginary, in order to explain in such cases the satisfactory development of particular enterprises; and this with the only aim of hiding, or at least dissimulating as much as possible, the function of various agreements that decide everything.
Nevertheless, despite its frequent intentions and its clumsy means to highlight the full stature of supposedly remarkable personalities, current society more often shows quite the opposite, and not merely in what has today replaced the arts, or discussion of the arts: one total incompetent will collide with another; panic ensues and it is then simply a matter of who will fall apart first. A lawyer, for example, forgetting that he is supposed to represent one side in a trial, will be sincerely influenced by the arguments of his opposite number, even when these arguments are as lacking in rigor as his own. It can also happen that an innocent suspect temporarily confesses to a crime he did not commit, simply because he is impressed by the logic of the hypothesis of an informer who wanted him to believe he was guilty (see the case of Dr. Archambeau in Poitiers, in 1984).
McLuhan himself, the spectacle's first apologist, who had seemed to be the most convinced imbecile of the century, changed his mind when he finally discovered in 1976 that "the pressure of the mass media leads to irrationality," and that it was becoming urgent to modify their usage. The thinker of Toronto had formerly spent several decades marveling at the numerous freedoms created by a 'global village' instantly and effortlessly accessible to all. Villages, unlike towns, have always been dominated by conformism, isolation, petty surveillance, boredom and repetitive malicious gossip about the same families. And this also presents the vulgarity of this spectacular planet, where it is no longer possible to distinguish the Grimaldi-Monaco or Bourbon-Franco dynasties from those who succeeded the Stuarts. However, McLuhan's ungrateful disciples are now trying to make people forget him, so as to rejuvenate his early works and, in their turn, develop a career in mediatic eulogy for all these new freedoms to 'choose' at random from ephemera. And probably they will retract their claims even faster than the man who inspired them.

XIII.

The spectacle doesn't hide the fact that certain dangers surround the marvelous order it has established. Ocean pollution and the destruction of equatorial forests threaten the Earth's oxygen renewal; its ozone layer is menaced by industrial growth; radiation of nuclear origin accumulates irreversibly. The spectacle merely concludes that none of these things matter. It only wants to talk about dates and doses. And on these alone, it succedes at reassuring -- something which a pre-spectacular mind would have thought impossible.
The methods of spectacular democracy are of great subtlety, contrary to the brutality of the totalitarian diktat. It can keep the original name when the thing has been secretly changed (beer, beef or philosophers). And it can just as easily change the name when the thing itself has been secretly continued. In England, for example, the nuclear waste reprocessing plant at Windscale was renamed Sellafield in order to better allay suspicions, after a disastrous fire in 1957, but this toponymic reprocessing did nothing to prevent the rise in local mortality rates from cancer and leukemia. The British government, as the population democratically learned thirty years later, had decided to suppress a report on the catastrophe which it judged, no without reason, would probably shake public confidence in nuclear power.
Nuclear practices, both military and civil, necessitate a far higher dose of secrecy than in other fields -- which already have plenty, as we already know. To make life -- that is to say, lying -- easier for the sages chosen by the system's masters, it has discovered the utility of changing measurements, to vary them according to a large number of points of view, and refine them, finally juggle them, according to the case, with several figures that are hard to convert. Hence, to measure radioactivity levels, one can choose from a range of units of measurement: curies, becquerels, roentgens, rads alias centigrays, and rems, not forgetting the humble millirads, and sieverts which are worth 100 rems. This evokes the memory of the subdivisions of British currency, the complexity of which foreigners could not quickly master, back in the days when Sellafield was still called Windscale.
One can imagine the rigor and precision which would have been achieved in the nineteenth century by military history, and consequently by theorists of strategy, if, so as not to give too much confidential information to neutral commentators or enemy historians, one habitually reported a campaign in these terms:
"The preliminary phase involved a series of engagements in which, from our side, a strong advance force made up of four generals and the units under their command, met an enemy force of 13,000 bayonets. In the subsequent phase, a fiercely disputed pitched battle developed, in which our entire army advanced, with 290 canons and a heavy cavalry of 18,000 sabers; the confronting enemy alignment comprised no less than 3,600 infantry lieutenants, 40 captains of hussars and 24 of cuirassiers. Following alternate failures and successes on both sides, the battle can finally be considered inconclusive. Our losses, somewhat lower than the average figure one habitually cerified in combats of comparable duration and intensity, were perceptibly superior to those of the Greeks at Marathon, but remained inferior to those of the Prussians at Jena."
After this example, it is not impossible for a specialist to gather some vague idea of the forces engaged. But the conduct of operations is assured of remaining below all judgment.
In June 1987, Pierre Bacher, deputy director of installations at Electricite de France, revealed the latest safety doctrine for nuclear power stations. By installing valves and filters, it becomes much easier to avoid major catastrophes, like cracks or explosions in the reactors, which would affect the entirety of a 'region.' Such catastrophes are produced by excessive containment. Whenever the machine looks like its going to blow, it is better to decompress gently, showering only a restricted area of a few kilometers, an area which on each occasion will be differently and haphazardly extended depending on the wind. He discloses that in the past two years, discreet experiments carried out at Cadarache, in the Drome, "have concretely showed that the rejected matter -- waste gas essentially -- doesn't surpass several units period thousand, at worst one per cent of the radioactivity in the power station itself." Thus a very moderate worst case: one per cent. Formerly, we were assured there was no risk at all, except in the case of accidents, which were logically impossible. The experience of the first few years changed this reasoning as follows: since accidents are always possible, what must be avoided is their reaching a catastrophic threshold, and that is easy. All that is necessary is to contaminate little by little, in moderation. Who would not agree that it is infinitely healthier to limit yourself to an intake of 140 centilitres of vodka per day for several years, rather than getting drunk right away like the Poles?
It is indeed a shame that human society should encounter such burning problems just when it has become materially impossible to make heard the least objection to commodity discourse, just when domination -- quite rightly because it is shielded by the spectacle from any response to its fragmentary and delirious decisions and justifications -- believes that it no longer needs to think; and truly no longer knows how to think. Would not even the staunchest democrat have preferred to have chosen more intelligent masters?
At the international conference of experts held in Geneva in December 1986, the question was quite simply whether to introduce a worldwide ban on the production of chlorofluorocarbons (CFCs), the gases which have recently and rapidly made disappear the thin layer of ozone that protects this planet -- one will remember -- from the harmful effects of solar rays. Daniel Verilhe, representing Elf-Aquitaine's chemicals subsidiary, and in this capacity part of a French delegation firmly opposed to this ban, made a sensible point: 'it will take at least three years to develop substitutes and the costs will be quadrupled.' As we know, this fugitive ozone layer, so high up, belongs to no one and has no market value. This industrial strategist could thus show his opponents the extent of their inexplicable disregard for economics by an appeal to reality: "It is highly dangerous to base an industrial strategy on environmental imperatives."
Those who long ago began the critique of political economy by defining it as "the final denial of humanity" were not deceived. One still recognizes this trait in it.

XIV.

It is sometimes said that science today is subservient to the imperatives of economic profitability, but that has always been true. What is new is that the economy has now come to openly make war on human beings, not only on our possibilities for life, but also those of survival. Against a great part of its own anti-slavery past, scientific thought has chosen to serve spectacular domination. Until it got to this point, science possessed a relative autonomy. It thus knew how to understand its own portion of reality and thus it made an immense contribution to increasing the means of the economy. When the all-powerful economy became mad -- and these spectacular times are nothing other than that -- it suppressed the last traces of scientific autonomy, both in methodology and, by the same token, in the practical conditions of activity of its 'researchers.' No longer is science asked to understand the world, or to improve any part of it. It is asked to instantaneously justify everything that happens. As stupid in this field, which it exploits with the most ruinous thoughtlessness, as it is everywhere else, spectacular domination has cut down the gigantic tree of scientific knowledge in order to make itself a truncheon. So as to obey this ultimate social demand for a manifestly impossible justification, it is better not to be able to think too much, but rather, on the contrary, to be well trained in the comforts of spectacular discourse. And it is actually in this career that the prostituted science of these despicable times has, with much good will, deftly found its most recent specialization.
The science of lying justifications naturally appeared with the first symptoms of bourgeois society's decadence, with the cancerous proliferation of the pseudo-sciences called 'human'; yet modern medicine, for example, had once been able to pass for useful, and those who eradicated smallpox or leprosy were other than those who basely capitulated in the face of nuclear radiation or chemical farming. One quickly remarks that medicine today, of course, no longer has the right to defend the health of the population against a pathogenic environment, for that would be to oppose the State, or at least the pharmaceuticals industry.
But it is not only by what it is obliged to keep quiet that current-day scientific activity avows what it has become. It is also by what it has the simplicity to say very often. In November 1985, professors Even and Andrieu at Laennec hospital announced that they had perhaps found an effective cure for AIDS, following an experiment on four patients which had lasted a week. Two days later, the patients having died, several other doctors, less advanced or perhaps jealous, expressed several reservations as to the professors' precipitate haste in registering what was only the misleading appearance of victory -- a few hours before the collapse. Even and Andrieu defended themselves nonchalantly, affirming that "after all, false hopes are better than no hope at all." Their ignorance was too great for them to recognize this argument was a complete denial of the spirit of science and had historically always served to cover up the profitable daydreams of charlatans and sorcerers, long before such people were put in charge of hospitals.
When official science has come to such a pass, like all the rest of the social spectacle that, beneath its materially modernized and enhanced presentation, has only revived the ancient techniques of fairground mountebanks --illusionists, barkers and stool-pigeons -- it is not surprising to see which great authority takes up Magi and sects, vacuum-packed Zen or Mormon theology. Ignorance, which has served the established authorities well, has also always been exploited by ingenious ventures on the fringes of the law. And what better moment than one where illiteracy has become so widespread? But this reality in its turn is denied by another display of sorcery. From its inception, UNESCO had adopted a very precise scientific definition of the illiteracy that it strove to combat in backward countries. When the same phenomenon was unexpectedly seen to be returning, but this time in the so-called advanced nations, rather in the way that the one who was waiting for Grouchy instead saw Blucher join the battle, it sufficed to bring on the Guard of experts; they carried the day with a single, irresistable assault, replacing the term illiteracy [analphabetisme] by illettrisme [unlettered-ism]: just as a 'false patriot' can opportunely appear to support a good national cause. And to ensure that the pertinence of this neologism was, among pedagogues, carved in stone, a new definition was quickly passed -- as if it had always been accepted -- according to which, while the illiterate was, one knew, someone who had never learned to read, the unlettered in the modern sense is, on the contrary, someone who had learned to read (and had even learned better than before, the more gifted official theorists and historians of pedagogy coolly testified), but who had by chance immediately forgotten. This surprising explanation might have risked being more disturbing than reassuring, if, by ignoring the fact that it was deliberately missing the point, it didn't have the cleverness to avoid the first consequence that would have come to anyone's mind in more scientific eras: the recognition that this new phenomenon merited being explained and combated, since it had never been observed, nor even imagined, anywhere, before the recent progress of damaged thought, where explanatory and practical decadence go hand in hand.

XV.

More than a century ago, A.-L. Sardou's New Dictionary of French Synonyms defined the nuances which must be grasped between fallacious, deceptive, impostrous, seductive, insidious, captious; and which taken together constitute today a kind of palette of colors with which to paint a portrait of the society of the spectacle. It was beyond the scope of his time, and his experience as a specialist, for Sardou to distinguish with equal clarity the related, but very different, perils normally expected to be faced by any group devoted to subversion, following, for example, this progression: misled, provoked, infiltrated, manipulated, usurped, inverted. These important nuances have never appeared to the doctrinaires of 'armed struggle.'
Fallacious [fallacieux], from the Latin fallaciosus, skillful at or accustomed to deception, full of deceit: the termination of this adjective is equivalent to the superlative of deceptive [trompeur]. That which deceives or leads into error in any way is deceptive: that which is done in order to deceive, abuse, throw into error by a design intended to deceive with artifice and imposed display most fitting to abuse, is fallacious.Deceptive is a generic and vague word; all the genres of signs and uncertain appearances are deceptive: fallacious designates falsity, deceit, studied imposture; sophistic speech, protests or reasoning are fallacious.The word has affinities with impostrous [imposteur], seductive [seducteur], insidious [insidieux] and captious [captieux], but without equivalence. Impostrous designates all forms of false appearances, or conspiracies to abuse or injure; for example, hypocrisy, calumny, etc. Seductive expresses action calculated to take hold of someone, to lead them astray by artful and insinuating means. Insidious only indicates the act of artfully laying traps and making people fall into them. Captious is restricted to the subtle act of surprising someone and making him fall into error. Fallacious encompasses most of these characters.

XVI.

The relatively new concept of disinformation was recently imported from Russia, along with many other inventions useful in the management of modern states. It is always openly employed by a power, or, consequently, by the people who hold a fragment of economic or political authority, in order to maintain what is established; and always in a counter-offensive role. Whatever can oppose a single official truth must necessarily be disinformation emanating from hostile or at least rival powers, and must have been intentionally falsified by malevolence. Disinformation would not be simple negation of a fact which suits the authorities, or the simple affirmation of a fact which does not suit them: that is called psychosis. Unlike the pure lie, disinformation -- and here is why the concept is interesting to the defenders of the dominant society -- must inevitably contain a degree of truth but deliberately manipulated by a skillful enemy. The power that speaks of disinformation does not believe itself to be absolutely faultless, but knows that it can attribute to any precise criticism the excessive insignificance which is in the nature of disinformation, and of the sort that it will never have to admit to a particular fault.
In short, disinformation would be the bad usage of the truth. Whoever issued it is culpable, whoever believes it is stupid. But who precisely would this artful enemy be? In this case, it cannot be terrorism, which is in no danger of 'disinforming' anyone, since it is charged with ontologically representing the grossest and least acceptable error. Thanks to its etymology and to contemporary memories of those limited confrontations which, around mid-century, briefly opposed East and West, concentrated spectacular and diffuse spectacular, today the capitalism of the integrated spectacular still pretends to believe that the capitalism of totalitarian bureaucracy -- sometimes even presented as the terrorists' base camp or inspiration -- remains its fundamental enemy, just as the other would say the something about it, despite the innumerable proofs of their alliance and profound solidarity. In fact, all the established powers, despite several genuine local rivalries, and without ever wanting to spell it out, continually remember what one of the rare German internationalists after the outbreak of the war of 1914 managed to recall from the side of subversion and without great immediate success: "The principal enemy is in our country." In the end, disinformation is the equivalent of what was represented in the discourse of social war in the nineteenth-century as 'dangerous passions.' It is all that is obscure and threatens to oppose the unprecedented happiness that this society offers to those who trust it, a happiness that is worth more than various insignificant risks and disappointments. And all those who see this happiness in the spectacle agree that one should not haggle over the price; everyone else is a disinformer.
The other advantage derived from denouncing a particular instance of disinformation by explaining it in this way is that there is no suspicion that the global discourse of the spectacle might contain the same thing, since it can designate, with the most scientific assurance, the terrain where one recognizes the only disinformation: all that can be said and that will displease it.
It is doubtless by mistake -- if it isn't a deliberate decoy -- that a project was recently set in motion in France to officially place a label on mediatics 'guaranteed free of disinformation': this wounded certain professionals of the media, who still like to believe, or more modestly would like it to be believed, that until now they had not actually been censored. But the concept of disinformation must obviously not be used defensively, still less in a static defense, strengthening a Great Wall or a Maginot Line, that must absolutely cover a space from which disinformation is supposedly prohibited. There must be disinformation, and it must be something fluid and potentially ubiquitous. Where spectacular discourse is not under attack, it would be stupid to defend it; and the concept would wear out extremely fast if one were to try to defend it against all the evidence on points which ought on the contrary to be kept from mobilizing public opinion. Moreover the authorities have no real need to guarantee that any particular information does not contain disinformation. And they do not have the means to do so: they are not respected to that extent, and would only draw suspicion on the information concerned. The concept of disinformation is only good for counter-attack. It must be kept in reserve, then instantaneously thrown into the fray to drive back any truth which has managed to arise.
If sometimes a kind of disorderly disinformation threatens to appear, in the service of particular interests temporarily in conflict, and threatens to be believed, becoming uncontrollable and thus opposing itself to the concerted work of a less irresponsible disinformation, there is no reason to fear that in this one finds other manipulators who are more expert or more skilled: it is simply because disinformation now deploys itself in a world where there is no longer room for any verification.
The confusionist concept of disinformation is pushed into the limelight instantaneously to refute, by the very noise of its name, all critique that has not been sufficiently made to disappear by the diverse agencies of the organization of silence. For example, it could one day be said, should this appear desirable, that this text is a disinformation campaign against the spectacle; or indeed, since it is the same thing, a piece of disinformation harmful to democracy.
Contrary to what is affirmed by its inverted spectacular concept, the practice of disinformation can only serve the State here and now, under its direct command, or at the initiative of those who defend the same values. In fact, disinformation resides in all existing information and as its principal characteristic. It is only named where passivity must be maintained by intimidation. Where disinformation is named it does not exist. Where it exists, it is not named.
When there were still conflicting ideologies, which claimed to be for or against some recognized aspect of reality, there were fanatics, and liars, but there were no 'disinformers.'
When it is no longer permitted, out of respect for spectacular consensus, or at least for a wish for spectacular glory, to say truly what someone is against, or equally what one wholeheartedly approves; and when one often meets the obligation to dissimulate a side of what one is supposed to admit that one nevertheless finds to be dangerous for some reason; then one practices disinformation, as if by thoughtlessness or forgetfulness or byallegedly false reasoning. And, by example, on the terrain of contestation after 1968, the incapable recuperators who were called 'pro-situs' were the first disinformers, because they dissimulated as much as possible the practical manifestations through which the critique that they flattered themselves to have adopted were confirmed: and, not embarassed by weakening the expression of this critique, they never referred to anything or anyone, in order to suggest that they themselves had actually discovered something.

XVII.

Reversing a famous maxim of Hegel, I already noted in 1967 that "in a world really inverted, the truth is a moment of the false." The years since then have shown the progress of this principle in each specific domain, without exception.
Thus, in an era when contemporary art can no longer exist, it becomes difficult to judge the classical arts. Here as elsewhere, ignorance is only produced in order to be exploited. At the same time the meaning of history and taste are lost, one organizes networks of falsification. It suffices to hold onto the experts and appraisers, which is easy enough, to get things to go through, since in affairs of this kind, as in the others, it is the sale which authenticates all value. Afterwards, it is the collectors and museums, particularly in America, which, gorged on falsehood, will have an interest in upholding its good reputation, just as the International Monetary Fund maintains the fiction of a positive value in the huge debts of a hundred nations.
The false form of taste, and support of the false, deliberately make the possibility of reference to the authentic disappear. One even remakes the true as soon as possible to resemble the false. Being the richest and the most modern, the Americans have been the principal dupes of this commerce of the false in art. And they are exactly the same people who pay for restoration work at Versailles or in the Sistine Chapel. This is why Michelangelo's frescoes will acquire the bright colors of a cartoon strip, and the authentic furniture at Versailles acquire the brilliant quickness of gilt that will make them resemble the fake Louis XIV suites imported by Texans at such great expense.
Feuerbach's judgment on the fact that his time preferred "the image to the thing, the copy to the original, represenation to reality," has been entirely confirmed by the century of the spectacle, and in several domains where the nineteenth century preferred to keep its distance from what was already its fundamental nature: industrial capitalist production. Thus it was that the bourgeoisie had widely spread the rigorous spirit of the museum, the original object, precise historical criticism, the authentic document. But today, the artificial tends to replace the true everywhere. At this point, it is fortuitous that pollution due to automobile traffic has necessitated the replacement of the Marly Horses in place de la Concorde, or the Roman statues in the doorway of Saint-Trophime in Arles, by plastic replicas. In short, everything will be more beautiful than before, so as to be photographed by tourists.
The highest point has without doubt been reached by the Chinese bureaucracy's laughable fake of the great statues of the industrial army of the First Emperor, which so many visiting statesmen have been taken to admire in situ. Since one could mock them so cruelly, this thus proves that in all the masses of their advisors, there was not a single individual who knew the history of art, in China or anywhere else. One knows that their instructions were quite different: 'Your Excellency's computers have not been informed.' This confirmation that, for the first time, it is possible to govern without any artistic knowledge, nor any sense of the authentic or the impossible, could alone suffice to make us conjecture that the naive dupes of the economy and the administration will probably lead the world to some great catastrophe; if their actual practice had not already demonstrated that fact.

XVIII.

Our society is built on the secret, from the 'screen companies' that shelter from all light the concentrated wealth of their members, to the 'defense secrets' that today cover an immense domain of full extra-judicial liberty of the State; from the often frightening secrets of shoddy production, which are hidden by advertising, to the projections of variants in an extrapolated future, in which domination alone reads the most probable routes of things that it affirms have no existence, calculating the responses it will mysteriously make. One can make several observations.
There are always more places, in the great cities as in the spaces reserved in countryside, which remain inaccessible, that is to say, guarded and protected from all gazes; which are out of bounds to innocent curiousity, and well-guarded against espionage. Without all being properly military, they are on this model placed beyond all risk of inspection by passers-by and inhabitants; or even by the police, whose functions have long been reduced to surveillance and repression of the most commonplace forms of delinquency. And it was thus in Italy, when Aldo Moro was a prisoner of Potere Due, he was not held in a building more or less unfindable, but simply impenetrable.
There is always a large number of men trained to act in secret; instructed and practiced only for that. There are special detachments armed with confidential archives, that is to say, with secret data and analysis. And others armed with diverse techniques for the exploitation and manipulation of these secret affairs. Finally, when it is a question of their 'action' branches, they can equally be equipped with other means to simplify the problems studied.
While the means attributed to these men specialized in surveillance and influence continue to increase, they also encounter general circumstances that favor them more each year. When, for example, the new conditions of the society of the integrated spectacular have forced its critique to remain really clandestine, not because it hides itself but because it is hidden by the heavy stage-management of the thought of diversion, those who are nonetheless charged with surveilling this critique and, if necessary, for denying it, can now employ traditional methods in the milieu of clandestinity: provocation, infiltrations, and various forms of elimination of authentic critique to the profit of a false one which will have been put in place for this purpose. When the general imposture of the spectacle is enriched with the possibility of recourse to a thousand individual impostures, uncertainty grows at every turn. An unexplained crime can also be called suicide, in prison as elsewhere; the dissolution of logic allows inquiries and trials that soar vertically into irrationality, and which are frequently false, right from the start, through absurd autopsies, performed by singular experts.
One has long been accustomed to seeing summary executions of all kinds of people. Known terrorists, or those considered as such, are openly fought in a terrorist manner. Mossad can kill Abou Jihad from afar, the English SAS can do the same with Irish people, and the parallel police of GAL with Basques.[ Those whose killings are arranged by supposed terrorists are not chosen without reason; but it is generally impossible to be sure of knowing these reasons. One can know that the Bologna railway station was blown up to ensure that Italy continued to be well governed; and what the 'death squads' in Brazil are; and that the Mafia can burn down a hotel in the United States to facilitate a racket [English in original]. But how can we know what purpose was ultimately served by the 'mad killers of Brabant'? It is hard to apply the principle Cui prodest? in a world where so many active interests are so well hidden. The result is that, under the integrated spectacular, we live and die at the confluence of a very great number of mysteries.
Media/police rumors instantly, or at worst after three or four repetitions, acquire the unquestionable weight of secular historical proofs. According to the legendary authority of the spectacle of the day, strange characters eliminated in silence can reappear as fictive survivors, whose return can always be evoked or calculated, and proved by the mere say-so of specialists. They are somewhere between the Acheron and the Lethe, these dead people whom the spectacle has not properly buried, supposedly slumbering while awaiting the summons which will awake them all: the terrorist once again come down from the hills, the pirate from the sea; and the thief who no longer needs to steal.
Thus is uncertainty organized everywhere. The protection of domination very often procedes by false attacks, of which the mediatic treatment will lose from view the true operation: such was the case with the bizarre assault by Tejero and his civil guards on the Cortes in 1981, whose failure hid another more modern, that is to say, more disguised pronunciamiento, which succeeded. Equally showy, the failure of the French secret services' sabotage attempt in New Zealand in 1985 has sometimes been seen as a stratagem, perhaps designed to divert attention from the numerous new uses of these services, by making people believe in their caricatural clumsiness both in their choice of target and in their modalities of operation. And more assuredly, it has been almost universally accepted that the geological explorations for oil-beds in the subsoil of the city of Paris, so noisily conducted in the autumn of 1986, had no other serious purpose than to measure the inhabitants' current level of stupefaction and submission: by showing them supposed research so absolutely contradicted on the economic level.
Power is becoming so mysterious that after the affair of the illegal arms sales to Iran by the US presidency, one might wonder who was really commanding the United States, the strongest power in the so-called democratic world. And which devil could thus command the democratic world?
More profoundly, in this world which is officially so full of respect for economic necessities, no one ever knows the real cost of anything which is produced: actually, the most important part of the real cost is never calculated; and the rest is kept secret.

XIX.

At the beginning of 1988, General Noriega suddenly became known world-wide. He was the unofficial dictator of Panama, a country without an army, where he commanded the National Guard. Panama is not really a sovereign state: it was dug out for its canal, rather than the reverse. Its currency is the dollar, and the true army which is stationed there is similarly foreign. Noriega had thus devoted his entire career -- precisely like that of [General] Jaruzelski in Poland -- to serving the occupying power as its chief of police. He imported drugs into the United States, since Panama was not bringing him sufficient revenue, and exported his 'Panamanian' capital to Switzerland. He had worked with the CIA against Cuba and, to provide adequate cover for his economic activities, had also denounced some of his rivals in the import trade to the US authorities, obsessed as they are with this problem. To the jealousy of Washington, his chief security advisor was the best on the market: Michael Harari, a former officer with Mossad, the Israeli secret service. When the Americans finally decided to get rid of this person [Noriega], some of their courts having imprudently condemned him, Noriega declared that he was ready to defend himself for a thousand years, for Panamanian patriotism and, at the same time, against his own people in revolt and foreigners; in the name of anti-imperialism, he quickly received public approval from the more austere bureaucratic dictators in Cuba and Nicaragua.
Far from being a peculiarly Panamanian strangeness, this General Noriega, who sells and simulates everything, in a world which everywhere does the same thing, was altogether a perfect representative of the integrated spectacular, and of the successes that it allows the most varied managers of its internal and international politics: a sort of man of a sort of state, a sort of general, a capitalist. He is the very model of the prince of our times and, of those destined to come to power and remain there, the most able to resemble him closely. It is not Panama which produces such marvels, it is our era.

XX.

For any intelligence service [service de renseignements], on this point in accord with the exact Clausewitzian theory of war, knowledge must become power. From this these services draw their prestige, their species of special poetry. Whilst intelligence [intelligence] has been absolutely chased from the spectacle, which does not permit action and does not say much of the truth about the actions of others, it almost seems to have taken refuge among those who analyze and secretly act on realities. The recent revelations that Margaret Thatcher had done everything to suppress, but in vain, and authenticated by the attempt, have shown that in Britain these services have already been capable of bringing down a minister whom they judged politically dangerous. The general scorn aroused by the spectacle thus, for new reasons, restored the attraction of what in Kipling's day was called 'the great game.'
'The police conception of history' was, in the nineteenth century, a reactionary and ridiculous explanation, at a time when so many powerful social movements agitated the masses. Today's pseudo-opponents are well aware of this, thanks to hearsay or some books, and believe that this conclusion remains true for eternity; they never want to see the real praxis of their time; because it is too sad for their cold hopes. The State isn't ignorant of this, and plays on it.
At the moment when almost every aspect of international political life and a growing number of those aspects that count in internal politics are conducted and displayed in the style of the secret services, with decoys, disinformation and double explanations (one might conceal another, or may only seem to), the spectacle confines itself to making known a wearisome world of obligatory incomprehensibility, a boring series of lifeless, inconclusive crime novels. It is true that the realistic direction of a fight between negroes, at night, in a tunnel, must pass for a sufficiently dramatic motive.
Imbecility believes that all is clear when television has shown a beautiful image and commented on it with a brazen lie. The demi-elite is content to know that almost everything is obscure, ambivalent, 'mounted' by unknown codes. A more exclusive elite would like to know the true, hard as it is to distinguish in each singular case, despite all the reserved information and confidences of which it can dispose. This is why this elite would love to know the method of truth, though their love usually remains unlucky.

XXI.

The secret dominates this world, and first and foremost as the secret of domination. According to the spectacle, the secret would only be a necessary exception to the rule of abundant information offered on the entire surface of society, just as domination in the 'free world' of the integrated spectacular would be restricted to only an executive department in the service of democracy. But no one really believes the spectacle. How then do the spectators accept the existence of the secret that alone guarantees that they cannot manage a world, the principal realities of which they know nothing about, if one were to truly ask them for their opinions on the manner of managing it? It is a fact that the secret doesn't appear to hardly anyone in its inaccessible purity and its functional universality. Everyone accepts that there is inevitably a small zone of secrecy reserved for specialists; as for the generality of things, many believe that they are in on the secret.
In the Discourse on Voluntary Servitude, La Boetie showed how the power of a tyrant must encounter many supports among the concentric circles of individuals who find, or believe to find, their advantage in it. Likewise, many politicians and mediatics who are flattered that no one can suspect them of being irresponsible, know many things through their connections and confidences. Someone who is happy to be taken into confidence is hardly likely to criticize it; nor to remark that in all the confidences, the principal part of reality will always be hidden from him. Thanks to the benevolent protection of the cheaters, he knows a few more of the cards, but they can be false; and he never knows the method that directs and explains the game. Thus he immediately identifies himself with the manipulators and scorns the ignorance which in fact he shares. Because the scraps of information offered to the familiars of a lying tyranny are normally infected with lies, manipulated and uncheckable. They are, however, pleased to get these scraps, for they feel themselves superior to those who know nothing. They only know better than the rest so as to better approve of domination and never to actually comprehend it. They constitute the privilege of first-class spectators: those who have the stupidity to believe they can understand something, not by making use of what is hidden from them, but by believing what is revealed to them!
Domination is at least lucid in that it expects that its free and unhindered management will very shortly lead to a quite large number of major catastrophes of the highest grandeur; and this as much as on ecological terrains (chemical, for example) as on economic terrains (in banking, for example). It has for some time already been in a position to treat these exceptional misfortunes by other means than its habitual handling of soft disinformation.

XXII.

As to the rising number of assassinations over the last two decades, which have remained entirely unexplained -- because, if one has sometimes sacrificed some nobody, it has never been a question of going back to the sponsors -- their character of production in series has its mark: patent and changing lies in the official declarations; Kennedy, Aldo Moro, Olaf Palme, ministers and bankers, a pope or two, some others who were worth more than all of them. This syndrome of a recently acquired social disease has quickly spread all over, as if, following the first documented cases, it descended from the summits of the State (the traditional sphere for this type of attack) and, at the same time, ascended from the underworld, the traditional place for illegal trafficking and protection rackets, where this kind of war has always gone on, among professionals. These activities tend to meet each other in the middle of the affairs of society, as if the State didn't disdain from mixing itself up in it and the Mafia elevated itself by attaining it; thus a kind of junction operates there.
One has heard the occurrence of accidents used to explain this new genre of mystery: police incompetence, stupid magistrates, untimely press revelations, crisis of growth in the secret services, malevolent witnesses, or categorical strikes by informers. But Edgar Allan Poe had already found the certain path to truth, in his celebrated reasoning in The Murders in the Rue Morgue:
"It appears to me that this mystery is considered insoluble, for the very reason which should cause it to be regarded as easy of solution -- I mean for the outre character of its features. . . . In investigations such as we are now pursuing, it should not be so much asked 'what has occurred,' as 'what has occurred that has never occurred before.'"

XXIII

In January 1988 the Colombian drug Mafia issued a communique aimed at correcting public opinion about its supposed existence. The greatest requirement of any Mafia, wherever it may be constitued, is naturally to establish that it does not exist, or that it has been the victim of unscientific calumnies; and that is its first point of resemblance with capitalism. But in this particular circumstance, this Mafia was so irritated at being the only one placed in the spotlight that it went so far as to evoke the other groupings that wanted to make themselves forgotten by abusively using it as a scapegoat. It declared: 'We ourselves don't belong to the Mafia of politicians and bureaucrats, nor that of bankers and financiers, nor that of millionaires, nor to the Mafia of great fraudulent contracts, to that of monopolies or oil, nor to the great means of communication.'
One can without doubt estimate that the authors of this declaration have, like all the rest, an interest in emptying their own practices into that vast river of troubled water of criminality and more banal illegalities, which irrigates the whole of present society; but it is also just to agree that here we have people who by their very profession know better than the others what they are talking about. The Mafia flourishes in the soil of modern society. Its growth is as rapid as that of all the other products of the labor by which the society of the integrated spectacular society fashions its world. The Mafia grows along with the immense progress of computers and industrial food processing, with complete urban reconstruction and shanty-towns, secret services and illiteracy.

XXIV.

When it began to manifest itself at the beginning of the century in the United States, with the immigration of Sicilian workers, the Mafia was only a transplanted archaism; at the same time, there appeared on the West Coast the gang wars between Chinese secret societies. Founded on obscurantism and poverty, the Mafia at that time was not even able to implant itself in Northern Italy. It seemed condemned to vanish before the modern State. It was a form of organized crime that could only prosper through the 'protection' of backward minorities, outside the world of the towns, where the laws of the bourgeoisie and the control of a rational police force could not penetrate. The defensive tactics of the Mafia could only suppress witnesses, neutralize the police and judiciary, and install as ruler in its sphere of activity the secret that is necessary to it. Subsequently it found a new field in the new obscurantism of the society of the diffuse spectacular, then in its integrated form: with the total victory of the secret, the general resignation of citizens, the complete loss of logic, and universal cowardice, all the favorable conditions were united for it to become a modern and offensive power.
Prohibition in America -- a great example of the pretensions of this century's States to the authoritarian control of everything, and of the results that ensue -- left to organized crime the management of commerce in alcohol. The Mafia, enriched and experienced, moved into electoral politics, commerce, the development of the market in professional killers, and certain details of international politics. Thus, during the Second World War, it was favored by the US government, and helped with the invasion of Sicily. Legalized alcohol was replaced by drugs, which then constituted the star commodity in illegal consumption. Then the Mafia took considerable importance in property dealing, in banking and in high-level politics and the great affairs of state, and then in the industries of the spectacle: television, films and publishing. In the United States at least, it is already in the recording industry, as in every other activity where publicity of a product depends on a quite concentrated number of people. It is easy to apply pressure to them, with bribes and intimidation, since there is obviously quite a great deal of capital and hitmen who can not be recognized nor punished. By corrupting the disc-jockeys, one thus decides what will succeed, from equally wretched commodities.
It is undoubtedly in Italy that the Mafia, in the wake of its experiences and conquests in America, has acquired the greatest strength: since the period of its historic compromise with the parallel government, it has found itself in a position to kill magistrates and police chiefs: a practice it inaugurated through its participation in the setting up of political 'terrorism.' The similar evolution of the Mafia's Japanese equivalent, in relatively independent conditions, proves the unity of the epoch.
One deceives oneself every time one wants to explain something by opposing the Mafia and the State: they are never rivals. Theory easily verifies what all the rumors in practical life have all too easily shown. The Mafia is not an outsider in this world; it is perfectly at home in it. At the moment of the integrated spectacular, it in fact reigns as the model for all advanced commercial enterprises.

XXV.

With the new conditions that now predominate in the society crushed under the iron heel of the spectacle, one knows, for example, that a political assassination finds itself placed in another light; can in a sense be sifted. Everywhere the mad are more numerous than before, but what is infinitely more convenient is that they can be talked about madly. And it is not some kind of reign of terror that imposes such mediatic explanations. On the contrary, it is the peaceful existence of such explanations which should cause terror.
When in 1914, the war being imminent, Villain assassinated Jaures, no one doubted that Villain, though without doubt a somewhat unbalanced man, had believed he had to kill Jaures, because in the eyes of the extremists of the patriotic right who had deeply influenced him, Jaures seemed to be someone who would certainly be harmful to the country's defense. These extremists had only underestimated the tremendous strength of patriotic consent within the Socialist Party, which would immediately push it into "the sacred union," whether or not Jaures was assassinated or allowed the occasion to hold to his internationalist position in rejecting the war. Today, in the presence of such an event, journalists/police officers and well-known experts on the 'facts of society' and 'terrorism' would immediatelt explain that Villain was well known for having several times sketched out attempted murders, the impulse each time seeing men who, despite the variety of their political opinions, all by chance looked and dressed rather like Jaures. Psychiatrists would attest to this, and the media, only attesting to what the psychiatrists had said, would thus attest to, by the same fact, their own competence and impartiality as incomparably authorized experts. The next day, the official police investigation would establish that one discovered several honorable people ready to bear witness to the fact that this same Villain, considering he had been rudely served at the 'Chope du Croissant,' had, in their presence, loudly threatened to take revenge on its proprietor by murdering, in front of everyone and on the premises, one of his best customers.
This is not to say that, in the past, the truth often or quickly imposed itself, for Villain was eventually acquitted by the French courts. He was not shot until 1936, at the start of the Spanish revolution, because he had committed the imprudence of residing at the Balearic Islands.

XXVI.

It is because of the new conditions of a profitable handling of economic affairs, at the moment when the State holds a hegemonic part in the orientation of production and when the demand for all of the commodities depends strictly on the centralization achieved by spectacular information/promotion, to which all forms of distribution must also adapt, that one sees the imperative demand that networks of influence or secret societies constitute themselves everywhere. It is thus only a natural product of the movement of concentration of capital, production and distribution. Whatever does not spread must disappear; and businesses can only spread with the values, techniques and means of today's industry, spectacle and State. It is, in the final analysis, the particular development that has been chosen by the economy of our era that imposes everywhere the formation of new personal links of dependency and protection.
It is precisely here that resides the profound truth of this formula, so well appreciated throughout Italy, used by the Sicilian Mafia: "When you've got money and friends, you can laugh at Justice." In the integrated spectacular, the laws are asleep; because they were not made for the new production techniques, and because they are outflanked in distribution by new types of agreement. What the public thinks, or prefers, is no longer of importance. This is what is hidden by the spectacle of so many opinion polls, elections, modernizing restructurings. No matter who the winners are, the amiable clientele will get what's inferior, because that is exactly what has been produced for it.
One only continually speaks of a "State of rights" since the moment that the modern, so-called democratic State generally ceased to be one: it is not by chance that the expression was only popularized shortly after 1970 and exactly in Italy. In many domains, laws are even made precisely so that they may be outflanked by exactly those who have all the means to do so. Illegality in some circumstances -- for example, around the global trade in all sorts of weaponry, most often concerning the products of the highest technology -- is only a kind of back-up for the economic operation, which will find itself all the more profitable. Today many business deals are necessarily as dishonest as the century, and not like those once made within a strictly limited range by people who had chosen the paths of dishonesty.
To the extent that the networks of promotion/control grow so as to mark and hold on to exploitable sectors of the market, there is also an increase in the number of personal services which can not be refused to those in the know and who have not refused their help; and these are not always the police or guardians of the interests and security of the State. Functional complicities communicate at a distance and for a very long time, because their networks dispose of all the means to impose those sentiments of recognition and fidelity that, unfortunately, have always been so rare in the free activity of bourgeois times.
One always learns something from one's adversary. It is necessary to believe that the people of the State have also read the young Lukacs' remarks on the concepts of legality and illegality; at the moment that they had to deal with the brief passage of a new generation of the negative -- Homer said that "A generation of men passes as quickly as a generation of leaves." Since then, the people of the State have, like us, ceased to trouble themselves with any kind of ideology on the question; and it is true that the practices of spectacular society no longer favor ideological illusions of this kind. Finally, concerning us all, one could conclude that what has often prevented us from enclosing ourselves in a single illegal activity is the fact that we have had several.

XXVII.

In book VIII, chapter 5 of The Peloponnesian War, Thucydides said, concerning the operations of another oligarchic conspiracy, something that has relevance to the situation in which we find ourselves:
Those who took the floor were of the conspiracy and the speeches that they pronounced had been submitted in advance to the examination of their friends. No opposition manifested itself among the remainder of the citizens, who were frightened by the number of conspirators. When someone tried, despite everything, to contradict them, one soon found a convenient way of making him die. The murderers weren't found and no pursuit was made of those one suspected. The people didn't react and were so terrorized that they estimated themselves happy, even in remaining mute, if they escaped the violence. Believing the conspirators much more numerous than they were, the people felt completely impotent. The town was too large and they didn't quite know each other, so that it was not possible for them to discover what it really was. In these conditions, so shameful were the people that they could not confide their grief to anyone. Thus, one had to renounce engaging in an action against the guilty ones, because it would have been necessary to address oneself either to an unknown person or a person of knowledge in whom one didn't have confidence. In the democratic party, personal relations were everywhere stamped with scorn, and one always asked oneself if he with whom one had business wasn't coniving with the conspirators. There were actually among the conspirators men whom one could never believe that they had rallied themselves to the oligarchy.
If history should return to us after this eclipse, which depends on factors still in struggle and thus on an outcome which no one can exclude with certainty, these Comments may one day serve in the writing of a history of the spectacle; without any doubt the most important event to have occurred this century, and also the event that one least ventures to explain. In different circumstances, I believe I could have considered myself greatly satisfied with my first work on this subject, and left it to others to consider subsequent developments. But in the moment at which we are, it seemed to me that no one else would do it.

XXVIII.

From the networks of promotion/control one slides imperceptibly into networks of surveillance/disinformation. Formerly, one only ever conspired against an established order. Today, conspiring in its favor is a new and rapidly developing trade. Under spectacular domination, one conspires to maintain it, and to guarantee what it alone would call its progress. This conspiracy is a part of its very functioning.
One has already begun to put in place several means for a kind of preventive civil war, adapted to different projections of the calculated future. These are the 'specific organizations' charged with intervening at several points, according to the needs of the integrated spectacular. One has thus foreseen, for the worst possibilities, a tactic that, in a pleasantry, has been called 'Three Cultures,' an evocation of a square in Mexico City in the summer of 1968, though this time the gloves will be off and the tactic will be applied before the day of the revolt. And beyond such extreme cases, it is not necessary, so as to to be a good means of government, that the unexplained assassination touches much of the world or returns quite frequently: the sole fact that one knows that its possibility exists immediately complicates calculations in a very large number of domains. It no longer needs to be intelligently selective, ad hominem. The use of the procedure in a purely aleatory fashion would perhaps be more productive.
One is also placed in a position to compose fragments of a social critique of rearing, which would no longer be entrusted to academics or mediatics, whom it is henceforth better to keep apart from the excessively traditional lies in this debate; but a better critique, advanced and exploited in a new way, handled by another, better trained species of professional. In a quite confidential manner, lucid texts are beginning to appear, anonymously, or signed by unknown authors -- a tactic moreover facilliated by the concentration of the attentions of all on the clowns of the spectacle, which makes unknown people appear exactly the most admirable -- not only on subjects never approached in the spectacle but also with arguments of which the justness is rendered more striking by the calculable species of originality, which comes from the fact that they are never used, despite being quite evident. This practice can serve at least as a first stage in initiation to recruit more alert minds, who will later be told a much larger share of the possible consequences, if they seem suitable. And what for certain people will be the first step in a career, will be for others with a lower ranking the first degree of a trap in which one takes them.
In certain cases, on questions that threaten to become controversial, it will be a matter of creating another pseudo-critique; and between the two opinions which will thus arise -- both foreign to impoverished spectacular conventions -- naive judgment can oscillate indefinitely, and the discussion weighing upon them can be renewed each time that it is fitting. Most often this concerns a general discourse on what is mediatically hidden, and this discussion can be strongly critical, and on some points obviously intelligent, yet remaining curiously decentered. The themes and words have been artificially selected, with the aid of computers informed in critical thought. These texts contain certain gaps, quite hard to spot but nonetheless remarkable: the vanishing point of perspective is always abnormally absent. They resemble those facsimiles of a famous weapon, which only lacks the firing-pin. This is necessarily a lateral critique, which perceives several things with much frankness and exactness, but places itself to the side. Not because it affects some sort of impartiality, because on the contrary it must seem to find much fault, but without ever apparently feeling the need to reveal its cause, thus to state, even implicitly, where it is coming from and where it wants to go.
To this kind of counter-journalistic false critique can be joined the organized practice of the rumor, which one knows to be originally a sort of wild ransom of spectacular information, since everyone, however vaguely, perceives a deceptive character in the latter and trusts it as little as it deserves. Rumor was at the origin superstitious, naive, self-poisoning. More recently, however, surveillance has begun introducing into the population people susceptible of immediately starting rumors that suit it. Here one has decided to apply in practice the observations of a theory formulated some thirty years ago, and of which the origins lie in American sociology of advertising: the theory of individuals known as 'trend-setters,' that is, those whom others in their milieu come to follow and imitate; but in passing this time from spontaneity to well-rehearsed. Budgetary, or extrabudgetary, means have also been released to maintain numerous auxiliaries, besides the former academic and mediatic specialists, the sociologists and police of the recent past. To believe that models known in the past are still mechanically applied is as misleading as a general ignorance of the past. "Rome is no longer in Rome," and the Mafia is no longer the underworld. And the surveillance and disinformation services as little resemble the works of the police and informers of former times -- for example, the roussins and mouchards of the Second Empire -- as current-day special services in all countries resemble the activities of the officers of the Second Bureau of the army's headquarters in 1914.
Since art is dead, it has become extremely easy to disguise police as artists. When the latest imitations of an inverted neo-Dadaism are authorized to pontificate gloriously in the media, and thus also to slightly modify the decor of official palaces, like court jesters to the kings of junk, one sees that by the same movement a cultural cover is guaranteed for all the agents or auxiliaries of the State's networks of influence. Empty pseudo-museums, or pseudo-research centers on the complete works of nonexistent personalities, can be opened just as fast as reputations are made for journalist-cops, historian-cops, or novelist-cops. No doubt Arthur Cravan foresaw this world when he wrote in Maintenant: "Soon we will only see artists in the streets, and it will take all the troubles of the world to find a single man." This is indeed the sense of the revived form of an old quip of Parisian hoodlums: "Hi, artists! So much the worse if I deceive myself."
Things having become what they are, one can now see the use of collective authorship by the most modern publishing house, that is to say, the one with the best commercial distribution. Since the authenticity of pseudonyms are only assured by the newspapers, they can swap them around, collaborate, replace each other, enlist new artificial brains. Their task is to express the lifestyles and thought of the era, not by virtue of their personalities, but because they are ordered to. Those who believe that they are veritably individual, literary entrepeneurs can thus vouch for the fact that Ducasse has had a row with the Comte de Lautreamont, that Dumas isn't Maquet and that we must especially not confuse Erckmann with Chatrian; that Censier and Daubenton are no longer on speaking terms. It might be best to say that this type of modern author was a follower of Rimbaud, at least in so far as "I is another."
The whole history of spectacular society called for the secret services to play the pivotal role; because it is in them that the characteristics and means of execution of such a society are concentrated to the highest degree. They are always further tasked with arbitrating the general interests of this society, despite their modest title of 'services.' There is no abuse here, for they faithfully express the ordinary morals of the century of the spectacle. And it is thus that surveillers and those surveilled set forth on a boundless ocean. The spectacle has made the secret triumph, and must always be in the hands of specialists in the secret, who of course are not all of the functionaries who have to different degrees made themselves autonomous with respect to State control; who are not all of the functionaries.

XXIX.

A general law of the functioning of the integrated spectacular, at least for those who manage its administration, is that, in this framework, everything which can be done, must be done. This is to say that every new instrument must be employed, whatever the cost. New equipment becomes the goal and the driving force of the entire system, and will be the only thing which can notably modify its progress, each time its use is imposed without further reflection. Society's owners indeed want above all to maintain a certain 'social relation between people,' but they must also pursue incessant technological innovation; because such was one of the obligations that they accepted with their inheritance. This law thus applies equally to the services that safeguard domination. The instrument that has been completed must be used, and its use will reinforce the very conditions that favor this use. It is thus that emergency procedures become permanent.
The coherence of the society of the spectacle proves revolutionaries right, since it has become clear that one cannot reform the poorest detail without taking the whole thing apart. But, at the same time, this coherence has suppressed every organized revolutionary tendency by suppressing the social terrains where they had more or less expressed themselves: from trade unions to newspapers, towns to books. In the same movement, one has highlighted the incompetence and thoughtlessness of which this tendency was quite naturally the bearer. And on the individual level, the reigning coherence is quite capable of eliminating, or buying off certain possible exceptions.

XXX.

Surveillance would be much more dangerous had it not been pushed along the path of absolute control of everyone, to the point where it encounters difficulties created by its own progress. There is a contradiction between the mass of information collected on a growing number of individuals, and the time and intelligence available to analyze it, or simply its actual interest. The abundance of material demands summarizing at each stage: much of it will disappear and what remains will still be too long to be read. Management of surveillance and manipulation is not unified. Indeed there is a widespread struggle for a share of the profits, and thus also for the priority of the development of this or that potential in the existing society, to the detriment of the other potentials, which nonetheless, so long as they are all part of the same mix, are considered equally respectable.
One also struggles through play. Each officer is led to over-value his agents, as well as the opponents' agents with whom he occupies himself. Each country, not to mention the numerous supranational alliances, currently possesses an undetermined number of police and counter-espionage services, along with secret services, both State and para-State. There are also many private companies dealing in surveillance, security and investigation. The large multinationals naturally have their own services; but so do nationalized companies, even those of modest scale, which no less pursue independent policies at a national and sometimes an international level. One can see that an industrial nuclear group will fight against an oil group, even though both are the property of the same State and, what is more, are dialectically united by their attachment to maintaining high oil prices on the world market. Each particular industry's security service combats sabotage, and needs to organize it against their rivals: a company with important interests in undersea tunnels will be favorably disposed to the insecurity of ferry-boats [English in original] and may bribe newspapers in financial trouble to ensure they mention it on the first possible occasion and without too much reflection; a company competing with Sandoz will be indifferent to ground water in the Rhine valley. One secretly surveills what is secret. Thus each of these organizations, confederated with flexibility around those who are in charge of the reason of the State, aspires, for its own account, to a species of private hegemony of meaning. Because meaning has been lost along with the knowable center.
Modern society, which, up to 1968, went from success to success, and was persuaded that it was loved, has since then had to renounce these dreams; it prefers to be feared. It knows full well that "its innocent air will no longer return."
Thus, a thousand of conspiracies in favor of the established order tangle and clash almost everywhere, with the overlapping of networks and secret questions or actions always pushed harder; and the process of rapid integration is pushed into each branch of the economy, politics and culture. The degree of intermingling in surveillance, disinformation and special activities continually grows in all areas of social life. The general conspiracy has become so dense that it is almost out in the open, each of its branches starts to hinder or trouble the others, because all these professional conspirators are spying on each other without exactly knowing why, or encounter each other by chance, yet without recognizing each other with certainty. Who is observing whom? On whose behalf, apparently? And actually? The real influences remain hidden, and the ultimate intentions can only be suspected with great difficulty and almost never understood. So that while no one can say he is not deluded or manipulated, it is only in rare instances that the manipulator himself can know he has succeeded. And, besides, finding oneself on the winning side of manipulation does not mean that one has justly chosen the strategic perspective. It is thus that tactical successes can get great forces stuck on bad paths.
In the same network, apparently pursuing the same goal, those who only constitute a part of the network are obliged to be ignorant of the hypotheses and conclusions of the other parts, and especially of their ruling nucleus. The quite well known fact that all information on whatever subject under observation may well be entirely imaginary, or in large part false, or very inadequately interpreted, complicates and renders unsure to a great degree the calculations of the inquisitors; because what is sufficient to condemn someone is not sufficient when it comes to recognizing or using him. Since sources of information are in competition, so are falsifications.
It is in these conditions of its existence that we can speak of a tendency to the falling profitability of control, to the extent that it approaches the totality of social space and consequently increases its personnel and its means. Because here each means aspires and labors to become an end. Surveillance spies on and conspires against itself.
Its principal present contradiction, finally, is that it is surveilling, infiltrating and influencing an absent party: that which is supposed to want the subversion of the social order. But where can it be seen at work? Because conditions certainly have never been so seriously revolutionary, but it is only governments that think so. Negation has been so thoroughly deprived of its thought that it was dispersed long ago. Because of this, it is only a vague, yet very worrisome threat, and surveillance in its turn has been deprived of the best field of its activity. These powers of surveillance and intervention are exactly led by current necessities, which command their terms of engagement, to operate on the very terrain of this threat in order to combat it in advance. This is why surveillance has an interest in organizing poles of negation itself, which it will instruct with more than the discredited means of the spectacle, so as to influence, not terrorists this time, but theories.

XXXI.

Baltasar Gracian, that great connoisseur of historical time, tells us with much pertinency in El Oraculo manual y Arte de Prudencia: "Governing, discoursing, everything must be done with purpose. Love when you can, because neither the season nor time wait for anyone."
But Omar Khayyam was less of an optimist. "So as to speak clearly and without parables -- We are the pieces of the game that plays the sky; -- We amuse ourselves with ourselves on the chessboard of Being, -- and then we are returned, one by one, to the box of Nothingness."

XXXII.

The French Revolution involved great changes in the art of war. It was after this experience that Clausewitz could establish the distinction according to which tactics are the use of forces in battle so as to obtain victory, whereas strategy is the use of victories to attain the goals of a war. Europe was subjugated, immediatelt and lastingly, by the results. But the theory was not established until later, and was developed unequally. First to be appreciated were the positive features directly brought about by a profound social transformation: the enthusiasm and mobility that lived off the land in rendering itself relatively independent of stores and supply trains, the multiplication of numerical strength. These practical elements found themselves counterbalanced by the appearance on the enemy side of similar elements: in Spain, the French armies encountered another popular enthusiasm; in the vast spaces of Russia, a land they could not live off; after the rising in Germany, numerically far superior forces. However, the effect of a total break in the new French tactics, which was the simple basis on which Bonaparte founded his strategy -- which consisted of using victories in advance, as if acquired on credit: conceiving manoeuvers and their diverse variants from the start as consequences of a victory that was not yet obtained, but would certainly be at the first onslaught -- derived also from the forced abandonment of false ideas. This tactic brusquely obliged an abrupt break with false ideas and, at the same time, by the concomitant play of the other innovations outlined above, found the means to achieve such a break. The newly levied French soldiers were incapable of fighting in line, that is, of keeping ranks and firing on command. They would thus be deployed as sharpshooters and practiced firing at will as they advanced on the enemy. Therefore, firing at will found itself exactly to be the only effective kind, which really operated a destructive use of musketry, which proved the most decisive factor in military engagements of the period. Yet military thinking had universally rejected this conclusion in the century that was ending, and the discussion on the question continued through most of the new century, despite constant examples from the practice of combat and the ceaseless progress in range and rate of fire.
The establishment of spectacular domination is seemingly a social transformation so profound that it has radically altered the art of government. This simplification, which has quickly borne such fruit in practice, has not been fully comprehended theoretically. Old prejudices everywhere contradicted, precautions become useless, and even the traces of scruples from other times still hinder this comprehension, which practice establishes and confirms every single day, in the thinking of quite a number of rulers. Not only are the subjugated made to believe that, essentially, they are still living in a world which in fact disappeared, but the rulers themselves sometimes suffer from the thoughtlessness of still believing in it. They come to believe in a part of what they have suppressed, as if it remained a reality and had still to be included in their calculations. This delay will not last long. Those who have achieved so much so easily must necessarily go further. One must not believe that those who have not quickly understood the pliability of the new rules of their game and its form of barbaric grandeur will durably maintain themselves like an archaism in the surroundings of real power. The destiny of the spectacle is certainly not to end in enlightened despotism.
We must conclude that a change is imminent and ineluctable in the co-opted cast who manage the domination and, notably, those who direct the protection of that domination. In such an affair, the novelty of course will never be displayed on the stage of the spectacle. It will only appear like lightning, which we know only when it strikes. This change, which will decisively complete the work of these spectacular times, will occur discreetly and, although it concerns those already installed in the sphere of power, conspiratorially. It will select those who will take part part in it on this central requirement: that they clearly know what obstacles they have overcome, and of what they are capable.

XXXIII.

The same Sardou also wrote:
Vainly relates to the subject; in vain to the object; uselessly without use for anyone. One has worked vainly when one has done so without success, so that one has wasted one's time and effort: one has worked in vain when one has done so without attaining the intended goal, because of the defectiveness of the work. If I cannot complete my task, I work vainly; I am uselessly wasting my time and effort. If the task I have done does not have the effect I was expecting, if I have not attained my goal, I have worked in vain; that is to say, I have done something useless. . . .
It is also said that someone has worked vainly when he has not been rewarded for his work, or when this work has not been accepted; because in this case the worker has wasted his time and effort, without this at all prejudicing the value of his work, which can be very good.
-- Paris, February-April 1988.

http://gconse../2011/05/guy-debord-panegyric-panegirico-1
989.html (1)

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