BEYOND THE ADVANCED PSYCHIATRIC SOCIETY- A COLLECTIVE RESEARCH/ OLTRE LA SOCIETA' PSICHIATRICA AVANZATA- UNA RICERCA COLLETTIVA


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domenica 21 ottobre 2018

Giacomo Conserva I SOGNI DI MHARO



Quando l'ho scritto avevo 23 anni, just kid. Già attraversato gli USA, e abbandonato la politica (allora), e testa piena di Beckett Burroughs Lautreamont etc etc. Erano i tempi della OPERA APERTA, e io conoscevo a memoria la Waste Land di Eliot. Frammenti, dunque, che parevano adeguarsi perfettamente a una realtà (esterna e interna) frammentata, caotica. Tales of the soul's conquest of evil? Individuation? Ricerca di una collettiva via d'uscita?

Io che qualche anno prima avevo buttato via quasi tutti i miei libri di fantascienza scavai dal buco nero di vecchie riviste (e poesie di Tennyson, e  storie dell'Africa, e quant'altro), un romanzo di Van Vogt, una serie di vignettes, quasi-allucinazioni, frammenti  di storie, passate alla lente di una visione trascendente (in senso letterale).

Di base:  Il tema originario era il processo di educazione di un ragazzo, Mharo, che George, il maestro, esponeva a un di più di esperienza reale e non reale.
Di qui, tentativamente, con andirivieni, labirinticamente, nasce forse una storia, con non pochi colpi di scena, come nelle storie che si rispettano (avevo già letto la NAUSEA di Sartre?- non so), e forse una speranza- che emergesse  un gruppo non in fusione ma di persone che si amano e, sì, anche lottano. E poteva essere tutto un sogno, certo. ("Il vecchio sognava leoni...").
Apparve sul primo numero della nuova serie di A/traverso, nel 1987. E poi in un libro, labirintico pure lui, DERIVE METROPOLITANE, del 1990.

Mi sento così nudo (e giovane) rileggendolo. Just kid.
Però alcune cose ancora tanto mi commuovono.
Spero che un po' di questa commozione e iper-reale luce giunga, anni-luce dopo, in un altro mondo (un'altra mente).







I Cite/ suzy mckee charnas THE FURIES




Sheel rode down into the ruins of 'Troi with two others whom she trusted in a fight; three Riding Women of the Grasslands, strangers in the Holdfast. From afar 'Troi looked like a blighted pasture from which the soil had all been blown by some monstrous wind, so that only blackened shards of masonry grew there now. Up close, it was a terrible place. Sheel was afraid the broken walls might collapse on her. The footing was a rough, hummocky quilt of ash, bone, and rubble that made her worry about laming her horse. She was deeply relieved to leave the place behind. 
They rode on uneasily, listening to the creak of saddle leather and the thud of the horses' hooves on alien ground. Before them lay a long, smooth slope of grass, islanded with young trees and dappled with the shadows of passing clouds. Sheel, a rider of the plains, had never been nervous of being in the open before, but this was different. She thought, "This place is empty in a way no place is empty at home. This is a hungry emptiness. It has swallowed Alldera and her little army of Free Fems, and now it swallows us." 
Perhaps she and her companions would ride and ride but never find anyone living at all. One day they would simply ride into the sea — which she imagined as a rushing river with only one bank — and none of them would ever be heard of again. Haunted by these thoughts, she reproached herself: she should have come here alone and stopped the Free Fems' mad adventure herself, somehow, without endangering anyone else. 
Down-river on the north side, they followed a broad trail paved with worn, flat stones. This would be a "road", she supposed, a silly thing; as if the Holdfast people had been so afraid of getting lost in their little patch of country that they had to mark its trails permanently so they could always find them again. 
The riders were making camp where the land dipped and good watch could be kept from a ridge above, when Ayana Maclaster came galloping back from scouting up ahead. She looked green around the mouth. 
"Come look," she croaked, and wheeled to return the way she'd come. 
With a heart full of foreboding, Sheel rode after her.

Dunja M. Mohr, Worlds apart? 
Dualism and Transgression in Contemporary Female Dystopias,
McFarland 2005

sabato 13 ottobre 2018

Antonio Chiari, FUTURABILITA’ E SECONDO AVVENTO/ video della sera con Bifo al Chourmo


BIFO AL CHOURMO, 9-10-18, you tube

FUTURABILITA’ E SECONDO AVVENTO: ANTONIO CHIARI
Sguardo retrospettivo. Ho avuto cattivi maestri, è stata una buona scuola.
È una bella poesia del poeta tedesco Arnfrid Astel a cui sono da sempre molto affezionato.
Bifo è un mio personale cattivo maestro oltre che un visionario. Uno dei tanti. Quello che caratterizza il suo lavoro è sempre stato la ricerca di una via autonoma: l’autonomia dalla codificazione e dalle norme capitalistiche, per essere poi meno costretti, forse meno sottomessi e un poco felici. Quello della sottomissione è in effetti uno dei “miei” problemi.
Ho cominciato a frequentare i testi di Franco credo nel 1975. Un piccolo gruppo di noi distribuiva A/Traverso già allora, proprio qui a Parma. Poi venne il 1977 che fu il mio 68. Da allora ho cercato di rimanere fedele alle intuizioni di quegli anni, a quel modo di procedere e nello stesso tempo ho cercato di cambiare, di non restare fermo, come inchiodato a quel periodo.
Credo che anche Bifo in qualche modo sia rimasto fedele e sia cambiato tantissimo… muovendosi per cercare innanzitutto di capire, osservando le cose da diversi punti di vista.. da luoghi diversi, da cui poter comparare i tanti pensieri. E trarne qualche indicazione sul come procedere proprio nel vivere quotidiano. Negli ultimi tempi Bifo pare disincantato e forse pessimista o a volte depresso.
Ma una iniziale depressione - dice James Hillman - è sempre un vedere al fondo delle cose, ha in sè una sorta di profondità e di intelligenza intelligente. La depressione va fatta amica e con essa si convive. Da essa poi si arriva anche all’ironia e addirittura all’ ottimismo delle soluzioni possibili.
E’ in questo iniziale disincanto nascono quelle che io chiamo le sue metafore e le sue immagini.
La metafora della zattera dove situarsi collettivamente per reggere il mare in tempesta, con la cura reciproca e l’affettività tra i soggetti scampati. Io ad esempio penso che anche Chourmo sia una zattera. Dovremmo costruire altre zattere.
Poi c’è la metafora del nostro agire politico che pratica la resistenza ad un certo livello, difendendo una barricata ma poi questa viene sfondata e noi ci ritiriamo dieci metri più indietro e poi facciamo un’altra barricata, la facciamo spontaneamente ma veniamo di nuovo sopraffatti, anche dall’inconsistenza della risposta propriamente politica di fronte agli automatismi del potere o - per dirla con Romano Madera - di fronte al Comandante Nessuno che è costituito da questi automatismi complessi, che comunque governano le nostre vite. La politica spesso non riesce a incidere, a cambiare lo stato delle cose. Automatismi tecnofinanziari o tecnolinguistici e politica sono quasi su piani diversi.
Che fare dunque quando non c’è più niente da fare?… questo ci chiedevamo la prima volta che Franco è venuto a Parma, due o tre anni fa.
Bene! Ho finito Futurabilità e Secondo Avvento che sono libri proprio belli, che consiglio a ciascuno di voi, perché guardare in faccia la realtà delle cose può essere una delle poche vie rimaste per trovare uno spazio ove situarsi.. La rivoluzione tecnologica degli ultimi anni e la conseguente mutazione antropologica e sociale non permettono l’elusione del problema. Futurabilità è un libro disilluso alle favolette ed alle interpretazioni semplici. È un libro ricchissimo, pieno di spunti e analisi e intuizioni frutto di anni di lavorio del pensiero. Un pensiero visibile, quasi palpabile nel suo darsi. Un pensiero approfondito.
È in questo libro che ritrovo la possibilità autonoma dell’ottimismo in quest’ oggi così difficile, la possibilità di arrivare a fare ciò di cui la società contemporanea ha più bisogno: cura, educazione, affetto, decontaminazione dell’ ambiente (come dice testualmente Bifo).
Ascoltatelo!

giovedì 4 ottobre 2018

Is cruelty innate in human beings? (no self-evident answer, I think)


p.e. "I cut off their hands, I burned them with fire, a pile of the living men and of heads over against the city gate I set up, men I impaled on stakes, the city I destroyed and devastated, I turned it into mounds and ruin heaps, the young men and the maidens in the fire I burned" [Ashurnasirpal II (r. 883–859 BC), King of Assyria]

But is cruelty innate in human beings?

domenica 30 settembre 2018

A la memoria de Jean Baudrillard, Franco Berardi, Bifo (2007?)




"Si seguimos el ruinoso recorrido de los acontecimientos y la catástrofe de la modernidad, habremos de reconocer que la mirada más lúcida es la de Jean Baudrillard. Una mirada que en los años setenta a muchos de nosotros nos pareció casi cínica por su exceso de lucidez. Disuasivo, decíamos, ante tentativas generosas de subvertir lo real. Pero hay veces en que la generosidad llega a ser voluntarismo e inventa conceptos-estafa con que sostener la histeria subjetiva. La depresión es entonces la forma más aguda de inteligencia y nos ayuda a evitar simplificaciones engañosas". Artículo aparecido en el número 75 de la revista Archipiélago, dedicado a Jacques Derrida. 
Aunque no lo frecuenté mucho, lo cierto es que siempre tuve por Jean Baudrillard un sentimiento de simpatía y amistad, sentimiento que en varias ocasiones se vio correspondido. En los años lejanos en que viví en París a ambos nos separaba la pertenencia a ambientes culturales distintos. Entre las personas que yo frecuentaba por entonces, como por ejemplo en el ámbito del Centre initiatives nouveaux espaces de liberté, creado y animado por Felix Guattari y Giselle Donnard, Baudrillard era objeto de una especie de prohibición que tenía una naturaleza política y filosófica. Basta hojear un poco aquel libro suyo publicado a mediados de los setenta, Olvidar Foucault, para entender el sentido de aquella separación. La búsqueda foucaultiana había hecho emerger el carácter íntimamente disciplinar de las instituciones sociales 
modernas. Por otra parte, el gesto filosófico propuesto por Deleuze y Guattari en El antiedipo afirmaba que el deseo es la fuerza motriz del movimiento real que atraviesa la sociedad en igual medida que el recorrido de la singularidad. 
Con un gesto igualmente radical, pero de signo opuesto, Baudrillard había mantenido, en sus obras de aquellos años (El sistema de los objetos, La sociedad de consumo, Réquiem por los media y por último Olvidar Foucault), la tesis de que el deseo es la fuerza motriz del desarrollo del capital y había abierto un discurso sobre la consistencia imaginaria de lo real, sobre la relación entre lo real y su imaginación. A pesar del abandono del campo freudiano que El antiedipo sancionaba abiertamente, Deleuze, Guattari y el mismo Foucault no terminan de abandonar la visión que Freud elabora en 1929 en El malestar de la cultura: "Es imposible ignorar hasta qué punto la civilización se asienta sobre la renuncia pulsional, hasta qué punto su presupuesto consiste en la no satisfacción (represión, etc.) de potentes pulsiones". La represión en todas sus formas es la causa de la política de revuelta deseante que desde las páginas de El antiedipo se filtra en los movimientos. 
Pero volviendo al día de hoy, la cuestión que se plantea es la de saber si podemos todavía hablar de malestar de la cultura en sentido freudiano o si, por el contrario, debemos transformar aquella visión. 
Patologías de la expresividad 
En la introducción a un libro que trata de las formas contemporáneas de la psicopatología (Civiltà e disagio, por D. Cosenza M. Recalcati y A. Villa), escriben los autores: "Al escribir este libro hemos querido repensar el binomio civilización y malestar a la luz de las transformaciones sociales profundas de que han sido objeto nuestras condiciones de vida. Entre ellas una de las más significativas es el cambio de signo del imperativo sostenido por el Super-yo social 
contemporáneo respecto al freudiano. Mientras este último exige la renuncia pulsional, el contemporáneo parece poner el acento en el goce, convertido en un nuevo imperativo social. En efecto, hoy en día las formas sintomáticas del malestar de la cultura guardan una estrecha relación con el goce, hasta el punto de que son verdaderas y estrictas prácticas del goce (perversiones, toxicomanías, bulimias, obesidad, alcoholismo), o bien manifestaciones de una clausura narcisista del sujeto que produce un estancamiento del goce en el cuerpo (anorexias, depresiones, pánico)". 
La psicopatología social más difundida, que Freud identificaba con la neurosis y analizaba como la consecuencia de la represión, hoy se identifica más bien con la psicosis y se asocia de manera creciente con la dimensión de la acción más que con la de la represión. 
En su trabajo esquizoanalítico, Guattari se concentró en la posibilidad de redefinir la esfera del psicoanálisis en su totalidad partiendo de una redefinición de la relación entre neurosis y psicosis, y partiendo de la centralidad metodológica y cognoscitiva de la esquizofrenia. Esta redefinición ha tenido un efecto político potentísimo y ha coincidido con la explosión de los límites neuróticos que el capitalismo ponía a la expresión, constriñendo la actividad dentro de los límites represivos del trabajo y oponiendo el deseo a la represión disciplinaria. Pero la presión misma de los movimientos y la explosión expresiva de lo social ha llevado a una metamorfosis (esquizo-metamorfosis) de los lenguajes sociales, de las formas productivas y, en último análisis, de la explotación capitalista. 
Las psicopatías que se difunden en la vida cotidiana de las primeras generaciones de la era de la hiperconexión no son en ningún modo comprensibles desde el punto de vista del paradigma represivo y disciplinario. Pues no se trata aquí de patologías de la represión, sino de patologías del just do it. "De ahí la centralidad de la psicosis que, a diferencia de la clínica de la neurosis (que es una clínica simbólica porque se instituye sobre el carácter lingüístico-retórico de la represión y sobre el fundamento normativo del Edipo), es siempre una clínica de lo real no gobernado por la castración simbólica, que por lo tanto está más próxima a la 
verdad de la estructura (de hecho lo real en el goce es imposible de simbolizar íntegramente)", Recalcati: “La personalità borderline e la nuova clinica?, en Civiltà e disagio, pág. 4. 
Creacionismo y simulación 
El pensamiento de Deleuze y Guattari, así como el concepto –central para ellos- de deseo, no puede ser simplificado bajo una lectura en clave “represiva?. Es más, en El antiedipo el concepto de deseo se contrapone al de falta o carencia. La esfera de la carencia, sobre la cual ha florecido la filosofía dialéctica y sobre la que ha construido su suerte la política del siglo veinte, es la esfera de la dependencia y no de la autonomía. La carencia es un producto determinado por el régimen de la economía, de la religión, de la dominación psiquiátrica. 
Los procesos de subjetivación erótica y política no pueden basarse en la carencia, sino en el deseo entendido como creación. A pesar de ello, no podemos negar tampoco que en el dispositivo analítico que se forja a través de la genealogía foucaultiana y del creacionismo deleuze-guattariano prevalece una visión de la subjetividad como fuerza de re-emergencia del deseo inhibido contra la sublimación social represiva. Una visión anti-represiva o expresiva, por decirlo de forma expeditiva. 
No podemos negar que en la posición de Jean Baudrillard -que en aquel periodo se nos antojaba como un pensamiento disuasivo- estuviera la anticipación de una tendencia que en el curso de las décadas ha llegado a prevalecer: la tendencia de la simulación que modifica la relación entre sujeto y objeto, constriñendo al sujeto en la posición subalterna de aquel que se somete a una seducción. 
No olvidemos que, en un escrito de sus últimos años (aquel tan citado sobre sociedades disciplinarias y sociedades de control), Deleuze parece volver a cuestionar la arquitectura que proviene de la noción foucaultiana de disciplinamiento y parece caminar en la misma 
dirección que Baudrillard ha seguido desde principios de los años setenta. 
Baudrillard ha localizado en el exceso expresivo el núcleo esencial de la sobredosis de realidad: "Lo real crece como el desierto. La ilusión, el sueño, la pasión, la locura, la droga, pero también el artificio y el simulacro eran los depredadores naturales de la realidad. Todos ellos han perdido gran parte de su energía, como si hubieran sido golpeados por una enfermedad incurable y solapada". 
Retorno de la represión 
Después de muchos años, Jean regresa a Palermo para dar una conferencia organizada por la Academia de Bellas Artes en el 2000. Habíamos discutido animadamente con alguna nota polémica (una polémica que seguía viva, si bien los veinticinco años a nuestras espaldas habían terminado por darle a él casi toda la razón). Al final me abrazó con un gesto imprevisiblemente tierno y me dijo que aquel encuentro lo había conmovido porque le había recordado sus animadas discusiones lejanas con Félix Guattari. Algún tiempo después leí su ensayo sobre el espíritu del terrorismo publicado tras el 11 de septiembre. Junto con algunos otros espíritus libres (Stockhausen por ejemplo), Baudrillard tuvo el coraje de decir aquello que todas las personas honestas de la tierra pensaron en aquella ocasión, es decir, que el primer movimiento de reacción a la noticia del derrumbamiento de las torres de Manhattan había sido de júbilo. Júbilo por el regreso del acontecimiento, por la disolución de aquella especie de hechizo que se había creado con el dominio de la simulación. 
Veinticinco años antes del 11 de septiembre, en su libro más bello, El intercambio simbólico y la muerte, había escrito algunas líneas sobre las torres gemelas, que por entonces acababan de construirse. Las había definido como el símbolo de la réplica, de la perfecta réplica simulatoria que posibilitaba lo digital. Ahora aquel símbolo se había derrumbado por efecto del retorno de una mortífera vitalidad. El 
retorno de la represión, el retorno de la corporeidad reprimida por la simulación digital, no podía ser más que un retorno monstruoso. 
Publicamos aquel breve ensayo suyo en un libro Deriveapprodi (La guerra dei Mondi) y dejamos de recibir noticias suyas durante años. El verano pasado lo llamé por teléfono. Tenía la intención de pasar unos días en París y me habría gustado encontrarme con él. Creía tener algo que decirle a propósito de la antigua incomprensión mía (nuestra) de quien era verdaderamente el más original, de aquél cuyo pensamiento tenía mayor amplitud de miras. Me dijo que me habría visto encantado, pero que en aquel momento estaba ocupado en curarse y que tenía para algunos meses. 
Él sabía que estaba gravemente enfermo. "Pero no es algo tan terrible", me había dicho, maestro como era en la fusión del understatement con la hipérbole nostálgica. No lo busqué cuando estuve en París. Nunca tuve con él una confianza suficiente como para sentirme con derecho a importunarlo en un momento quizá de debilidad. Estuve titubeando hasta el día en que me llegó la noticia de su muerte. 
Histeria voluntarista y depresión disuasiva 
Si hoy tuviera que decir qué libro de los años setenta (la década de transición, la década cremallera que cierra el siglo de las insurrecciones obreras y abre otra que aún no somos capaces de denominar propiamente), qué libro de filosofía de aquella década considero como el más importante, creo que después de dudarlo mucho respondería: son dos. 
Uno es naturalmente El antiedipo, que libera la subjetivación de la interpretación para abrirla a la creación de significados. El otro es El intercambio simbólico y la muerte. 
"El principio de realidad ha coincidido con un estadio determinado por la ley del valor. Hoy todo el sistema se precipita en la indeterminación, toda la realidad es absorbida por la hiperrealidad del código de la simulación". 
Lo que anula y absorbe la ficción no es la verdad, y lo que abole el espectáculo no es la vida; aquello que fagocita la realidad no es otra cosa que la simulación, la cual secreta el mundo real como producto suyo. En los libros precedentes, El sistema de los objetos (1968) y Por una crítica de la economía política del signo (1974), había estudiado la relación entre la evolución tecnológica y la comunicación social. En El intercambio simbólico y la muerte, Baudrillard intuye las líneas generales de la evolución de fin de milenio con una anticipación desesperada y nostálgica de los efectos de desrealización producidos por las tecnologías de comunicación. En aquel libro el pensamiento anticipa el despliegue progresivo del escenario de un mundo en el que toda posibilidad de imaginar ha sido abolida. El feroz dominio integral del imaginario sofoca, absorbe, anula la fuerza de imaginación singular. 
El pensamiento de Jean Baudrillard está construido sobre fórmula lingüística del "basta ya". Basta ya con la modernidad, con la dialéctica, con la dinámica de la superación. Una vez extinguida la esperanza de la revolución, una vez exhaustos de la potencia práctica de la dialéctica, hace falta que abandonemos también la esperanza del fin. El mundo ha incorporado su propia inconcludibilidad. Eternidad del infierno inextinguible del código generativo, insuperabilidad del dispositivo de la réplica automática. La extinción de la lógica histórica ha dejado el sitio a la logística del simulacro y ésta es interminable. Sólo la muerte libera, pues gracias a dios no hay dios que nos siga dando la lata en el más allá. "La única estrategia es catastrófica, en absoluto dialéctica. Es preciso llevar las cosas al extremo donde de forma completamente natural se invierten y se destruyan… Contra un sistema hiperrealista la única estrategia posible es de carácter parafísico: una ciencia de las soluciones imaginarias, esto es, una ciencia-ficción de la revuelta del sistema contra sí mismo, al límite extremo de la simulación, una simulación reversible en una lógica de la destrucción y de la muerte". 
Por todo ello, quizás, si seguimos el ruinoso recorrido de los acontecimientos y la catástrofe de la modernidad, habremos de 
reconocer que la mirada más lúcida es la de Jean Baudrillard. Una mirada que en los años setenta a muchos de nosotros nos pareció casi cínica por su exceso de lucidez. Disuasivo, decíamos, ante tentativas generosas de subvertir lo real. Pero hay veces en que la generosidad llega a ser voluntarismo e inventa conceptos-estafa con que sostener la histeria subjetiva. La depresión es entonces la forma más aguda de inteligencia y nos ayuda a evitar simplificaciones engañosas. 
Si Lenin hubiese hecho caso de sus recurrentes depresiones en vez de acallarlas a base de voluntarismo, acaso el siglo veinte habría tenido tintes menos trágicos y la luchas del trabajo no habrían sido dirigidas hacia la sangrienta derrota que el leninismo les aseguró. 
Pero más allá de sus efectos inmediatos, en aquellos años setenta en que se combatió (y se perdió) la última gran batalla entre las clases en que se divide la sociedad moderna, el pensamiento de Baudrillard, que a alguno le podía parecer un lamento nostálgico, sin embargo fue la premonición más lúcida del colapso, hoy ante nuestros ojos, de occidente. Quizás también de la humanidad. 

Traducción del italiano: Álvaro García-Ormaechea 

venerdì 28 settembre 2018

Baudrillard: Matrix (Interview nouvel observateur 19 juin 2003)







Baudrillard:  Matrix
(Interview nouvel observateur 19 juin 2003)
Pour le théoricien de la postmodernité, le film des frères Wachowski est un symptôme instructif, le fétiche même de l’univers technologique qu’il semble dénoncer. Un produit de la culture de masse, suffisamment ambigu pour susciter les réactions de nombreux penseurs
"Nous sommes en 2003, il fait sombre. Sanglés dans des fauteuils fluos de multiplexes et contraints d’avaler des kilos de pop-corn, les disciples modernes de Platon et Schopenhauer sont utilisés comme logiciels pensants pour craquer le code de «Ma-trix». Neo-Keanu Reeves les arrachera-t-il à l’odieux esclavage où les ont plongés les frères Wachowski? En attendant la délivrance, sur les forums internet du monde entier, philosophes de premier plan et cybersophistes se battent à grands coups de lasers dialectiques pour savoir si Descartes et Berkeley sont les précurseurs du pire des mondes de «Matrix» ou si Adorno et Horkheimer auraient cautionné les cabrioles aériennes de la belle Trinity. Une table ronde philosophique intitulée «Le désert du réel» sera consacrée à «Matrix» le 22 juin au Centre Pompidou. Etrange monstre décidément, cette saga «Matrix», qui charrie autant de détritus conceptuels new age que d’interprétations métaphysiques stimulantes. Tandis que le grand Slavoj Zizek livre un subtilissime décryptage lacanien du film dans «Matrix ou la Double Perversion», le site de TF1 se met à citer «la Critique de la raison pure», le philosophe Jean-Pierre Zarader y certifiant que «ce l’on redécouvre avec "Matrix", c’est la profondeur du kantisme». Pour ceux qui, absents de la planète Terre depuis environ trois ans, ne seraient pas encore entrés dans la Matrix, rappelons l’intrigue de ce véritable film d’horreur ontologique, qui emprunte autant à la gnose qu’à Philip K. Dick et à l’école de Francfort. Nous sommes au XXIIe siècle, le réel est détruit, et c’est peu de dire que l’Intelligence artificielle nous mène la vie dure. Enfermés dans des sortes d’alvéoles, les humains sont utilisés comme piles énergétiques par la Matrice, à la fois mère et machine, qui les maintient hallucinogènement dans l’illusion d’un réel disneylandisé. Une poignée d’irréductibles, emmenés par Neo, l’Elu, entreprend de réveiller l’humanité de cet «im-Monde», où la technique, à moins que ça ne soit le capitalisme avancé, la materne abusivement. Seul un dieu à lunettes noires pourrait encore nous sauver? Que les disciples d’Heidegger ne dansent pas trop tôt la carmagnole. «Matrix 2» nous assomme en effet d’un terrible soupçon: et si la Matrice, cette mégacaverne de Platon, cette ordure numérique, avait déjà intégré et anéanti toute possible contestation? Insensés, qui imaginions que la résistance pouvait être autre chose que l’ultime fiction. Repasse-moi le pop-corn, Baudrillard vient de virtualiser Neo! Référence pour les frères Wachowski, le grand sociologue de la postmodernité commente aujourd’hui pour nous cette déroutante paternité. Le Nouvel Observateur. – Vos réflexions sur le réel et le virtuel sont l’une des références avancées par les réalisateurs de «Matrix». Le premier épisode vous citait explicitement et l’on y apercevait même la couverture de «Simulacres et simulation», paru en 1981. Cela vous surprend? Jean Baudrillard. – Il y a un malentendu bien sûr, c’est la raison pour laquelle j’hésitais jusque-là à parler de «Matrix». Le staff des Wachowski m’avait d’ailleurs contacté après le premier épisode pour m’impliquer dans les suivants, mais ce n’était vraiment pas concevable! (Rires.) Au fond, c’est un peu la même méprise qu’avec les artistes simulationnistes à New York dans les années 1980. Ces gens prennent l’hypothèse du virtuel pour un état de fait et la transforment en fantasme visible. Mais le propre de cet univers, c’est justement qu’on ne peut plus utiliser les catégories du réel pour en parler. N. O. – Le lien entre ce film et la vision que vous développiez par exemple dans «le Crime parfait» est cependant assez frappant. Cette évocation d’un «désert du réel», ces hommes-spectres totalement virtualisés, qui ne sont plus que la réserve énergétique d’objets pensants... J. Baudrillard. –Oui, mais il y a déjà eu d’autres films qui traitaient de cette indistinction croissante entre le réel et le virtuel: «The Truman Show», «Minority Report» ou même «Mulholland Drive», le chef-d’oeu-vre de David Lynch. «Matrix» vaut surtout comme synthèse paroxystique de tout ça. Mais le dispositif y est plus grossier et ne suscite pas vraiment le trouble. Ou les personnages sont dans la Matrice, c’est-à-dire dans la numérisation des choses. Ou ils sont radicalement en dehors, en l’occurrence à Zion, la cité des résistants. Or ce qui serait intéressant, c’est de montrer ce qui se passe à la jointure des deux mondes. Mais ce qui est avant tout gênant dans ce film, c’est que le problème nouveau posé par la simulation y est confondu avec celui, très classique, de l’illusion, qu’on trouvait déjà chez Platon. Là, il y a un vrai malentendu. Le monde vu comme illusion radicale, voilà un problème qui s’est posé à toutes les grandes cultures et qu’elles ont résolu par l’art et la symbolisation. Ce que nous avons inventé, nous, pour supporter cette souffrance, c’est un réel simulé, un univers virtuel d’où est expurgé ce qu’il y a de dangereux, de négatif, et qui supplante désormais le réel, qui en est la solution finale. Or «Matrix» participe complètement de ça! Tout ce qui est de l’ordre du rêve, de l’utopie, du fantasme y est donné à voir, «réalisé». On est dans la transparence intégrale. «Matrix», c’est un peu le film sur la Matrice qu’aurait pu fabriquer la Matrice. N. O. – C’est aussi un film qui entend dénoncer l’aliénation techniciste et qui joue en même temps entièrement sur la fascination exercée par l’univers numérique et les images de synthèse... J. Baudrillard. – Ce qui est très frappant dans «Matrix 2», c’est qu’il n’y a pas une lueur d’ironie qui permette au spectateur de prendre ce gigantesque effet spécial à revers. Pas une séquence qui aurait ce «punctum» dont parle Barthes, ce truc saisissant qui vous mette face à une véritable image. C’est du reste ce qui fait du film un symptôme instructif, et le fétiche même de cet univers des technologies de l’écran, où il n’y a plus de distinction entre le réel et l’imaginaire. «Matrix» est à cet égard un objet extravagant, à la fois candide et pervers, où il n’y a ni en deçà ni au-delà. Le pseudo-Freud qui parle à la fin du film le dit bien: à un moment, on a dû reprogrammer la Matrice pour intégrer les anomalies dans l’équation. Et vous, les opposants, vous en faites partie. On est donc, semble-t-il, dans un circuit virtuel total où il n’y a pas d’extérieur. Là encore, je suis en désaccord théorique! (Rires.) «Matrix» donne l’image d’une toute-puissance monopolistique de la situation actuelle, et col-labore donc à sa réfraction. Au fond, sa dissémination à l’échelle mondiale fait partie du film lui-même. Là, il faut reprendre Mc-Luhan: le message, c’est le médium. Le message de «Matrix», c’est sa diffusion elle-même, par contamination proliférante et incontrôlable.
N. O. – Il est assez frappant aussi de voir que désormais tous les grands succès du mar-keting américain, de «Matrix» au dernier album de Madonna, se présentent explicitement comme des critiques du système qui les promeut massivement... J. Baudrillard. – C’est même ce qui rend l’époque assez irrespirable. Le système produit une négativité en trompe-l’oeil, qui est intégrée aux produits du spectacle comme l’obsolescence est incluse dans les objets industriels. C’est du reste la façon la plus efficace de verrouiller toute alternative véritable. Il n’y a plus de point oméga extérieur sur lequel s’appuyer pour penser ce monde, plus de fonction antagoniste, il n’y a plus qu’une adhésion fascinée. Mais il faut savoir pourtant que plus un système approche de la perfection, plus il approche de l’accident total. C’est une forme d’ironie objective, qui fait que rien n’est jamais joué. Le 11 septembre participait de ça, bien sûr. Le terrorisme n’est pas une puissance alternative, il n’est jamais que la métaphore de ce retournement presque suicidaire de la puissance occidentale sur elle-même. C’est ce que j’ai dit à l’époque, et qui n’a pas été accepté. Mais il n’y a pas à être nihiliste ou pessimiste face à ça. Le système, le virtuel, la Matrice, tout ça retournera peut-être aux poubelles de l’histoire. La réversibilité, le défi, la séduction sont indestructibles."

giovedì 27 settembre 2018

I CITE/ Bifo Franco Berardi: FUTURABILITA'





[dalla presentazione su Amazon, credo]
Futurabilità: «Un lungo periodo di violenza, guerra e demenza ci aspetta», ammonisce Franco «Bifo» Berardi in una delle pagine più dure di Futurabilità, e ogni giorno ne abbiamo la conferma: da una parte, il razzismo istituzionalizzato della politica mainstream; dall’altra, le shitstorm (letteralmente «tempeste di merda») che hanno trasformato la cultura online in una rabbiosa successione di risentimenti; sullo sfondo, la precarietà economica ed esistenziale di una generazione condannata a saltare da un lavoretto all’altro, mentre intanto dilagano l’ansia, la depressione e il consumo di psicofarmaci.
E però, «se vogliamo trovare una via d’uscita, dobbiamo guardare la bestia negli occhi». Ed è quello che tenta Bifo nel suo saggio più impietoso, già pubblicato nel Regno Unito nel 2017 e qui riproposto in versione aggiornata e ampliata.
Perché se è vero che sembriamo al momento incapaci di produrre quei cambiamenti che pure ci sarebbero disperatamente necessari, è altrettanto vero che una possibilità ancora esiste. Per attivarla però è necessario che la generazione iperconnessa della Silicon Valley Globale prenda coscienza che, senza solidarietà e coscienza condivisa, nessun futuro è possibile, e che per uscire dal ricatto del triste realismo dei giorni nostri è necessario osare l’inconcepibile. E alla fine, sembra quasi di intuire un invito che suona al tempo stesso familiare e provvidenziale: «neuroproletari di tutto il mondo, unitevi!».
Scrittore e filosofo, Franco «Bifo» Berardi è tra i più importanti pensatori radicali contemporanei. È stato tra i fondatori di Radio Alice e tra i suoi ultimi libri ricordiamo Dopo il futuro (Derive Approdi 2013) e Heroes (Baldini & Castoldi 2015).
«Se c’è qualcuno che è riuscito a individuare le origini e a restituire i sentimenti del secolo in cui viviamo, be’: questo è Bifo.»
McKenzie Wark
«Nella palude di neofascismo e precarietà economica in cui siamo impantanati, Bifo cerca di tracciare i contorni di un mondo nuovo che già scalpita per la sua realizzazione.»
e-flux
«Da vero filosofo radicale qual è, Bifo non si limita semplicemente a misurare il nostro tasso di disperazione: piuttosto, leggere Futurabilità dà il senso della sua capacità di immaginare un mondo fuori dai parametri imposti.»
032c
Il Secondo Avvento:
Astrazione apocalisse comunismo
La catastrofe del quotidiano:come uscirne
Qui si racconta l’attuale divenire del mondo secondo
la metafora dell’apocalisse.
La brutalità si è impadronita delle relazioni umane e il nazional-socialismo riemerge come forza egemonica all’orizzonte del secolo. Eppure…
Eppure il capitalismo non è un dato naturale, ma la proiezione di un processo culturale. Non sappiamo immaginare il suo superamento solo perché la nostra immaginazione è intrappolata da una superstizione.
Ma le condizioni del comunismo non si sono dissolte.
Sono soltanto nascoste alla nostra visione.
E l’apocalisse è il caos oltre il quale la visione si fa possibile. Il ripresentarsi di quella prospettiva lo chiamo qui: secondo avvento del comunismo.