BEYOND THE ADVANCED PSYCHIATRIC SOCIETY- A COLLECTIVE RESEARCH/ OLTRE LA SOCIETA' PSICHIATRICA AVANZATA- UNA RICERCA COLLETTIVA


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mercoledì 19 luglio 2017

Del non scrivere per i fantasmi. Per Jean-Jacques Abrahams, e alcune altre persone

[pp. 72-88 di "UN SINGOLARE GATTO SELVATICO- Jean-Jacques Abrahams, l'uomo col magnetofono", a c. di Giacomo Conserva, Pietro Barbetta e Enrico Valtellina, ombre corte 2017]

Con ogni probabilità la maggior parte di voi non ne ha mai sentito parlare. E nel caso, si ricorda il nome forse solo perché trovato in un commento a margine o in una nota. Inoltre, le informazioni che si possono trovare al suo riguardo, normalmente si limitano ad un singolo evento. Si tratta di una registrazione di Abrahams risalente al dicembre 1967, da allora viene sempre individuato come L’uomo col magnetofono. Ma in effetti, che cosa ha registrato Abrahams? Come ha raggiunto quella fama fulminea? E cosa ha fatto in seguito?
La parte principale della registrazione audio è oggi facilmente reperibile su YouTube. Si tratta di una accesa discussione di Abrahams con il suo psichiatra, e dura circa venticinque minuti. All’inizio della registrazione Abrahams chiede al suo psichiatra, il dottor Jean-Louis Van Nypelseer, di dar conto della sua metodologia psicoanalitica.
Abrahams afferma che non vuole solo assecondare un suo interesse
personale, ma che una risposta può essere importante per molte persone.
Abrahams intende mettere in mostra l’atteggiamento autoritario e disumano dello psicoanalista in fronte al suo paziente. Il registratore è, secondo Abrahams, lo strumento di scelta per esporre questo disequilibrio di potere…  (Testo di Naninga Lens, inizio)


POI MOLTO ALTRO ACCADDE; E, IN PARTE, VENNE SCRITTO, TRASCRITTO, RICORDATO-







DEL NON SCRIVERE PER I FANTASMI 

“-tu sauras que tu m'aimais.” 
Sophie Podolski


I IL LEONE
Goldwyn e Mayer si presentano a Gerusalemme con il loro leone. Intendono testimoniare a discolpa di Eichmann.
E' tutta colpa del cinema americano, dicono: loro due volevano solo fregare gli spettatori americani, ma altrove tutto è stato preso mortalmente sul serio; -ebrei (e palestinesi) come pellirossa da sterminare, ( Israele trasformato in Disneyland, regno di Goffredo di Buglione risorto) -Eichmann il ragazzo nato come tutto il 3° Reich dallo stupro commesso da Mayer&Goldwyn (MGM), ora messo in una bara di vetro come Biancaneve, la vittima dello specchio parlante. Frankenstein sono loro due (con Cecil de Mille etc)- hanno prodotto viventi mostri. Mentre Abramo, avendo lasciato Ur di Caldea e l'incendio del Cinema Rex (Sodoma e Gomorra) in nome della prospettiva umana aperta dalla rinuncia alla rappresentazione di Dio e al sacrificio del primo figlio maschio per Canaan, la terra di latte e miele, la scopre ora messa al servizio del potere mortifero del petrolio del Golfo Persico. Ma Gerusalemme può degnamente riscattarsi, -tornare la terra promessa della benedizione; lì sarà pronunciato il Giudizio Finale: Eichmann liberato invece che immolato- si chiamerà Isacco, “figlio della mia gioia”. (Nel film, dicono, interverranno pure i fratelli Lumière, che hanno voluto regalare il cinema al loro padre quasi cieco, perché i suoi occhi non si spengano, restino pieni di riso e di gioia)- invertendo la storia dei due figli di Isacco nati troppo lontani, separati- il che aveva dato origine a una serie senza fine di inganni e allontanamenti- essi potranno ora nuovamente guardare in faccia e guardare la terra, senza più essere abbandonati agli specchi, senza più pretendere di essere soli. Se i film cattivi saranno sostituiti...
(Da Plauto a Rabelais, l'antologia dell'humor nero di Breton, la paranoia critica di Dalì, l'opera gigantesca di Bakhtin, la Kristeva di SEMEIOTIKE':
“Le ripetizioni, i discorsi incoerenti (e che sono “logici” in uno spazio infinito), le opposizioni non-disgiuntive che funzionano come insiemi vuoti o come somme disgiuntive... contestando le leggi del linguaggio che si sviluppa nell'intervallo 0-1... contesta Dio, autorità e legge sociale. Così la scena... dove non esistono ribalta e platea, è scena e vita, gioco e sogno, discorso e spettacolo. Il riso... non è semplicemente parodistico, non è più comico che tragico... è, se si vuole, serio, ed è così che la sua scena non è né quella della legge né quella della sua parodia, bensì il suo altro.” pp.132-134 passim.
Ammesso che in questa ateologia della storia si abbia a che fare con il grottesco e non con la profezia- qualcosa comunque che ne fa esplodere la coerenza, la unidirezionalità assegnata, e la apre in mille direzioni, per tutti.) 
(Quanto al ruolo dei mezzi di comunicazione di massa nel determinare mutamenti 
psicologici e sociali, il riferimento all'opera di McLuhan è solo uno dei tanti possibili).
JJA, “tu ne feras pas” versione Lotringer, pp. 1-2.
Marshall McLuhan, “Gli strumenti del comunicare”, Il Saggiatore, 1967 (“Understanding Media”, 
1964).
Julia Kristeva, “SEMEIOTIKE'”, Feltrinelli, 1978 (1969).
Michail Bachtin, “L'opera di Rabelais e la cultura popolare”, Einaudi, 1979 (1965).
Matt Goldish, “The Sabbatean Prophets”, Harvard University Press, 2004.


II LA CAVERNA 
“E' questo il senso del mito socratico della caverna, di cui Platone, uomo di scrittura, già lontano dalla parola vivente del suo padre spirituale (v. oltre), riporta solo una versione ridotta a un chiaroscuro per poter spacciare la “grande idea" di far governare la città dai filosofi, ponendosi così egli stesso alla testa di essa: esprimere idee chiare e "vere" significa trovare al momento buono le parole adatte da far ascoltare ai prigionieri della cecità, a quanti se ne stanno paralizzati l'uno accanto all'altro, con lo sguardo bloccato verso l'immaginario delle ombre, perché si credono impediti a guardarsi tra di loro e a parlare liberamente. La dialettica dunque è proprio questa operazione di capovolgimento del senso delle parole che permette agli individui di cominciare a girarsi per guardare in faccia i loro simili, e scoprire così la conoscenza di sé nella conoscenza del prossimo. Continuare a stare rinchiusi nella caverna significa non avere ancora recuperato il potere di capovolgimento delle parole, essere ancora incapaci di parlare tranne che per richiudersi e per ripetere i "luoghi comuni", cioè i discorsi autorizzati da coloro che dispongono dell'autorità e che hanno interdetto qualsiasi uso del linguaggio che fosse diverso dal loro, e che hanno accaparrato il potere delle parole irrigidendolo in un "discorso di potere" delle parole d'ordine, il discorso del padrone allo schiavo che non ha voce in capitolo. La caverna è quindi il luogo in cui viene rinchiuso il discorso rimosso di chi si sente prigioniero dei "luoghi comuni", queste ombre che perpetuano uno stato di cecità e di alienazione generale di una collettività. In questo senso la caverna non è altro che la nostra 
bocca da cui non possono uscire tutte le parole che desidereremmo dire alle persone che ci terrorizzano, lasciandoci con la bocca cucita coi loro segni di divieto sia passivi, se fanno finta che soffrirebbero per alcuni discorsi, sia attivi se ci rifiutano la parola togliendocela. La prima tappa verso la liberazione è dunque quella del togliere la rimozione, del tornare alla parola libera, alla strada che conduce verso il riconoscimento, la rinascita, la conoscenza. Restituire la parola alle persone vuol dire insegnare loro a rivolgersi verso il buon senso comune, a spalancare gli occhi, a coprire con la propria voce il rumore assordante dei discorsi oppressivi, dei luoghi comuni da cui allora possono cominciare a distogliersi. 
Il teatro è la scuola migliore per questo tipo di educazione, poiché in esso si riproducono le condizioni dell'imprigionamento nella caverna, e gli spettatori sono prigionieri del fascino della fantasmagoria di queste ombre che sono i personaggi accecati dalle passioni e prigionieri delle parole, di un testo scritto in precedenza, rappresentato da attori a loro volta accecati dai proiettori, che impediscono loro di vedere quanti li guardano fissamente, nascosti nell'ombra, incatenati ai loro sedili.
….... 
Ma nessuno può sperare di trovare delle idee giuste nè un buon uso delle parole con un'uscita solitaria dalla caverna. Si può tirare fuori parole divertenti e buone idee, ma solo i richiami che hanno un retroterra riescono a farsi sentire e scuotere quanti se ne stanno negli anfratti più oscuri, e riescono a convincerli che possono fare qualche movimento e cominciare a rivolgersi verso un qualcosa di radicalmente nuovo. 
La fine di ogni discorso è sempre questa, ogni discorso parla della caverna e dentro la caverna e abbozza la direzione di un movimento per uscirne, per ritrovare alla fine il silenzio originale dell'intesa perfetta. Quindi la caverna non è che il potere stesso di rappresentazione delle parole che ri-presentano ciò che è assente e ciò che manca; là dove il linguaggio è ancora necessario, c'è ancora alienazione da sopprimere, carenza del potere di vivere. Gli uomini usciranno dalla caverna solo quando accetteranno di vedere che non manca loro più niente, quando accetteranno di bastare gli uni agli altri, e rinunceranno all'artificio di protrarre questa mancanza continuando discorsi superati che ricreano il sentimento di privazione là dove c'è sovrabbondanza. 
Aspettando questa conclusione lontana se non ipotetica, nessun discorso solitario permette l'evasione; chi crede di poter piantar lì i suoi simili usando il potere delle parole, si condanna al "delirio di parole o di idee", cioè alla follia che non distingue più tra miti e realtà; del resto, tradotto chiaramente, è più o meno il rimprovero di Aristotele all'idealismo di Platone; ma la critica di Aristotele è puramente negativa e incomprensiva dello slittamento compiuto. Si riconcilia Platone con se stesso se si capisce che ha tralasciato un punto capitale del metodo: se la dialettica degli opposti riconduce effettivamente, portandola fino in fondo, al monismo della riconciliazione e dell'accordo di sé con sé, ciò avviene grazie all'entrata in gioco della conoscenza intuitiva preverbale; ma questa si esprime solo - se bisogna esprimerla - con un ritorno al dualismo della dialettica del linguaggio; là dove ci sono le parole non c'è l'essere; qui sta tutta l'assurdità del problema dell'ontologia. La parola "essere" non basta a sé perché l'essere sia: solo "bastarsi" basta. 
Siccome sono le parole che ricreano la caverna, vuol dire che in realtà oltre a queste non ce ne sono altre; la cecità e la sordità alla realtà sensibile sono direttamente legate al potere della rappresentazione irreale che è la funzione stessa del linguaggio; si pensi alle grida di guerra che gli uomini levano per andare all'assalto, e che servono loro solo per accecarsi e per diventare sordi ai pericoli che altrimenti non saprebbero affrontare: il giorno in cui gli uomini non parleranno più, sarà perché non andranno più all'assalto. Ma a sentirli penseremmo che sono tutti ex-combattenti ritornati shellshocked dal fronte della loro prima battaglia- che rivivono interminabilmente una scena di pericolo e di carneficina che li rende per sempre prigionieri dell'automatismo dei loro antichi gesti riflessi di difesa- pronti a condurre un altro assalto là dove il combattimento sarebbe finito da tempo se non ci fosse, quasi ogni volta, un altro fantasma infelice a far loro fronte con la stessa smorfia e a mostrarsi preoccupato degli stessi gesti, guidato dalla stessa antica paura. (Le parole ancora da dire = alterità, alienazione, inferno che gli altri ci rappresentano e che maschera senza sosta la verità della presenza felice e bastante a sè se volessero finalmente accettare di non sottrarvisi più e di tacere - “Huis clos” di Sartre, dove l'Inferno sono gli altri, non è che questo). 
Così parliamo solo per uccidere parole, fantasmi; ecco la sconfitta; nulla ha la vita così dura come le chimere alle quali la si attribuisce tutta intera. Le caverne ci sono solo finché ci si crede; ascoltando raccontare il mito, ci si sente chiamati a dare la risposta di Glauco a Socrate: "sì, noi siamo i prigionieri di questa caverna"- finché si crede nelle parole, finché si crede al valore delle proprie, necessarie per essere protetti da quelle degli altri. 
Il valore della rappresentazione teatrale dipenderà in modo specifico dal superamento di queste situazioni che simboleggiano in piccolo le situazioni di cui la vita quotidiana è prigioniera, suscitando la loro presa di coscienza, di modo che la fine dello spettacolo e l'uscita dal teatro corrispondano effettivamente a una sensazione di liberazione dalla caverna nel senso inteso dal mito, e gli spettatori ritrovino il loro potere di libertà insieme all'uso completo della libera Parola (ecco come in circostanze favorevoli una rappresentazione di La Muta di Portici ha potuto provocare all'uscita dal teatro lo scoppio di una rivoluzione; così anche Brecht, a scopi rivoluzionari ma senza dubbio non pensando a questo precedente, si è valso in Madre Coraggio di un personaggio di fanciulla muta con la quale immancabilmente si identifica la purezza interiore imbavagliata degli spettatori).” [JJA, “L'UOMO COL MAGNETOFONO”, Bompiani 1978, pp. 90-94 adattate e passim]
Nelle interpretazioni essenzialiste, la caverna di Platone corrisponde all'Irrealtà, e l'esterno alla Verità. Una dicotomia semplice- grossolana in certe interpretazioni della serie di film MATRIX (“benvenuto al deserto del reale”), più raffinata altrove altrove (p.e. in Rosen) mette in luce il rapporto fra i prigionieri, il ruolo di paideia del filosofo (anche nel suo ruolo POLITICO), di tutta l'allegoria.
In questo brano tratto da 'PARLARE, SCRIVERE, RIFLETTERE, DELIBERARE' JJA è molto più vicino all'Heidegger di 'Dell'essenza della verità'- “La verità come aletheia non è perciò qualcosa che l'uomo può possedere o non possedere in certe proposizioni o formule imparate e ripetute, che in ultima analisi corrispondono alle cose. Al contrario, è qualcosa che dà forza/ autorizza la sua più intima essenza verso ciò che essa è, nella misura in cui si rapporta agli enti in quanto tali, e in quanto come uomo in mezzo agli enti, egli stesso un ente, esiste” [Wahrheit als aletheia ist demnach nichts, was der Mensch so haben kann oder nicht haben kann in gewissen Sätzen und Formeln, die er lernt und nachspricht und die am Ende sogar mit den Dingen ubereinstimmen, sondern etwas, was sein eigenstes Wesen uberhaupt zu dem ermächtigt, was es ist, sofern es zum Seienden als solchen sich verhält und der Mensch inmitten des Seienden, selbst ein Seiendes , existiert]. La direzione è il qui-ed-ora della quotidianità, tolto il velo della nebbia che la nasconde/deforma, aprendo lei e noi stessi alle possibilità che si aprono, non più celate.
Nel discorso di JJA sento un limite, la presenza piena reciproca supposta riconquistabile (tema che è del resto alla base di tutti i testi di lui sulla sua famiglia)- tema in fondo proprio, più che del Pensée 68, della tradizione mistica ebraica (il tiqqun/ restaurazione di Luria: v. sotto), anche se il discorso sul potere, sul dominio (e sull'accecamento socialmente mediato) è espresso pure lui con terribile durezza (e con echi precisi del discorso sartriano, nella CRITICA DELLA RAGIONE DIALETTICA, sulla penuria).
JJA, “Parlare, scrivere, riflettere, deliberare”, lUcM, 1978.
Platone, “Repubblica”, libro VII.
S.Rosen, ”Plato’s Republic. A study”, Yale University Press, 2005.
William Irwin ed., “The Matrix and Philosophy. Welcome to the Desert of the Real”, Carus 
Publishing Company, 2002.
M.Heidegger, “VOM WESEN DER WAHRHEIT. Zu Platons Höhlengleichnis und Theätet”, 
Klostermann, 1988.
Megan H. Zwart,”WHAT SIMPLE DESCRIPTION…CAN NEVER GRASP’: HEIDEGGER AND 
THE PLATO OF MYTH”, University of Notre Dame, Indiana diss., 2009.
Gershom Scholem, “Major Trends in Jewish Mysticism”, Schocken Books, 1995 (1946).
Jean-Paul Sartre, “Critica della ragione dialettica”, Il Saggiatore, 1963 (1960).


III SULLA NAVE DELLO SNARK
Dai gridate forte: 'vogliamo che ci raggiungiate! Sulla nave dello Snark!' 'Sì, siete esattamente come noi!'[JJA, “L'UOMO COL MAGNETOFONO”, Bompiani 1978, pag. 31, adattato] 
Prima dell'Antiedipo (con Guattari), che notoriamente dedica un lungo elogiativo passo a JJA, Deleuze aveva scritto “Logica del senso”- che appropriatamente tratta a lungo del non-senso, dell'humor, del caos- prendendo come esempio chiave i testi di Lewis Carroll: i due di Alice, Sylvie e Bruno, La caccia allo Snark. Contrapposto alla psicanalisi, la scienza del profondo, Deleuze era affascinato dalle superfici e dagli eventi, dai paradossi, dalle sintesi disgiuntive, dalle diverse serie che si intrecciavano e si diramavano. 
Vi era in questo naturalmente un aspetto etico e politico pure. 
'E quanto mai corretto l'invito di JJA agli “spettatori” a salire sul palco, a partecipare alla caccia allo Snark (la ricerca del senso è un po' come la caccia allo Snark- un essere definito unicamente dal proprio nome, e suscettibile di essere sostituito senza preavviso o ragione dal Boojum, il Distruttore).- Un altro elogio della follia, dopo quello di Erasmo, la santa follia.
Gilles Deleuze, “Logica del senso”, Feltrinelli 1975 (1969).
“THE COMPLETE WORKS OF LEWIS CARROLL”, Vintage Books 1976 (1936).
Martin Gardner, “The annotated SNARK”, Simon and Schuster, 1962.
Erasmo da Rotterdam, “Elogio della follia”, Einaudi 2014 (1511).


IV SHEINELE (Julienne Francfort Abrahams) 
Oltre la terra della promessa (quante volte tradita!), la terra della fecondità, del latte e del miele- oltre il continuo multigenerazionale gioco delle ruolizzazioni, delle proiezioni mortifere, della non-vita- al di là di tutto questo: la sua bellezza, il piacere ricevuto, dato- il regno così breve e così indimenticabile della gioia- e al di là ancora: il centro attorno a cui ruota la famiglia, di cui lei si occupa e che si occupa di lei, in nome della quale in ultima analisi lei muore- l'originaria felicità dell'INCESTO madre-figlio rivendicato al di là dei lunghi anni di allontanamento vagabondaggi e lotte- non solo: “Vien da piangere leggendo quello che questa famiglia gli ha fatto subire, e quello che ancora subisce, come è possibile una simile crudeltà?” ma anche (lettera a Sartre, maggio '72): “È fatta! Da tre giorni la tomba è vuota - e vado in giro per Bruxelles con la bara nella macchina. 
Sta lì. È l'unica cosa vera. 
Indispensabile scriverLe. È follemente divertente. 
La porto dappertutto. 
Siamo stati persino a fare un giro al cimitero a vedere gli altri con tutta una banda di amici, di giovani che sono molto contenti di portarla. È così che lei vuole che si svolga la cosa. 
Adesso siamo all'università. 
Sì il sequestrato di Altona è fuggito! 
Com'è divertente. 
Com'è follemente divertente.”
[E Sheinele, nome ebraico segreto, acquista per sempre un posto non solo nella vita di chi le è stato vicino ma nella storia della filosofia, assieme a Monica (o Monnica), madre di Agostino di Tagaste, centro immobile della vita di lui e delle Confessiones, e alla Georgette Sultan Safar Derrida- Esther- di quel libro toccante e assurdo che è la “Circonfession” di Derrida.]
LHaM, passim.
J-P.Sartre, “Les séquestrés d'Altona”, Gallimard 1960.
P. Verstraeten, “Violence et Ethique. Esquisse d’une critique de la morale dialectique à partir du 
theâtre politique de Sartre”, Gallimard 1972.
James J. O'Donnell ed. and commentary,“The Confessions” of Augustine: electronic edition, 
http://www.stoa.org/hippo/, 1999 (Oxford University Press 1992).
Jacques Derrida, “Circonfession”, in G.Bennington, J.Derrida, “Jacques Derrida”, Seuil, 1991.
John D. Caputo, “The prayers and tears of Jacques Derrida”, Indiana University Press, 1997.


V I NOMI DI YAHWEH (19-12-73, Bruxelles) 
Il primo figlio di JJA venne chiamato Yahweh. Era, racconta lui, un nome non previsto dalle leggi del paese, perché non si trovava in nessun libro posseduto dalla biblioteca reale. I genitori scrissero allora un documento, e lo depositarono là, così che la loro scelta fosse legittimata. E il testo è una tenera fiaba. Il nome Yahweh viene spiegato, e vengono elencati gli appellativi di cui si circonda, e che circondano il bambino. 
“Yahweh, tu sei il padre, sei colui che dà il nome, e perciò si dice che il bambino è il Padre dell'Uomo.... 
Gli diedero dunque all'inizio i nomi del Dio creatore d'Israele, per fare capire che questo bambino non era in effetti solo un bambino ma il creatore stesso, e non una creatura. Bisognava dunque che si chiamasse Yahweh, Adonai, Elohien.” Ma, avendone il diritto, gli diedero pure il nome di quelle cose di cui egli “era per sempre la personificazione e la rappresentazione vivente: Sguardo, Presenza, Voce! 
Lo chiamarono anche Luce, perché era pure la Luce che mette fine alle tenebre. 
Lo chiamarono anche Amore... Maternità... Origine... Superman... Dolcezza... Pietà... Giustizia... Nascita... Godimento... Il Liberato, come Mosè... Totalità... Parola... Linguaggio... Messia... Immediatezza... Luce dell'Occhio e Profondità del Desiderio... Mediazione... Claire e Julienne... Riconciliazione... Sorriso... Paradiso... Re... Spada che mette fine al conflitto, alla dualità... Corpo, Carne, Verbo... Signore... Bocca, Labbra, Faringe... Amico... Fraternità... 
Tu sei parola per parola il bambino, il Dio sorto dal limo delle pagine, colui che si è levato su di loro e tu ti volti e vedi questo libro da cui nasci, da cui fai nascere i tuoi. Tu guardi leggendo, lui ti ama, tu sei amato. 
Tu sei sorto dal solco della linea, sei sorto da tutti i nomi, da quest'opera, da questo attraversamento del negativo”. 
Nathan di Gaza, Sabbatai Zevì, Baruch Russo, infine Jakob Frank annunciarono nel 17°-18° secolo una nuova Torah, che sarebbe andata di pari passo con la Redenzione- non solo del popolo ebraico disperso e oppresso, ma dell'Universo. Con gesti paradossali la vecchia Torah veniva de-sacrata, con la forza di nuovi (blasfemi!) gesti e riti introdotto il regno messianico fondato sulla attualizzazione del Paradiso, la libertà e la gioia del corpo, sulla fine del giogo delle vecchie leggi. “Benedetto Colui che permette quello che è proibito” scrisse Jakob Frank, di cui non ho dubbi che JJA sia l'erede (o la reincarnazione, come dicevano allora).-”Sono colui che porta alle nozze, non quello che fa nascere” dice JJA in Phallophonie. Non lo spirito disincarnato, il Nome del Padre e la  sua legge, l'accecamento e l'assordimento e l'alienazione, ma le nozze, l'incesto, la maternità, la  fecondità, la jouissance/godimento- la gioia. 
[Yahweh è nell'ebraismo il nome che non si deve usare invano né pronunciare: quando la Torah viene letta, lo si pronuncia Adonai- mio signore-, o HaShem, il nome. Se è iscritto su oggetti o libri, questi devono essere custoditi con venerazione e ritegno. Prima della distruzione del Tempio, veniva pronunciato dal solo Sommo Sacerdote durante lo Yom Kippur (Giorno del Pentimento). 
Al sacro nome sono associati poteri e proprietà nascoste (coestensivi/e all'universo);- a volte le si metteva in luce con complicate sostituzioni di lettere, raddoppiamenti, combinazioni- sempre con raccoglimento, devozione, timore, rispetto.]
JJA: 'Yahweh' in lHaM, pp. 265-277; 'Phallophonie' in CISTRE 1978 (MONOD), pp. 88-102.
Gershom Scholem, “Le grandi correnti della mistica ebraica”, Einaudi 2008 (1941).
Harris Lenowitz ed., “The Collection of the Words of the Lord [Jacob Frank]”, 2004 
[https://archive.org/details/TheCollectionOfTheWordsOfTheLordJacobFrank].
'Hebrew for Christians', “The Hebrew Names for God” 
http://www.hebrew4christians.com/Names_of_G-d/names_of_g-d.html.


VI SOPHIE PODOLSKI 
“Giù di testa questo tipo- gli piacerebbe scendere pesantemente giù da delle scale rustiche in un film western- e traslocare da un appartamento bizzarro all'altro- pioggerella- indovinello- una canna- una salitina- una violetta- calzette- formiche dentro al miele- alcool eterni- il caffè con una o due zollette di zucchero- questi scorpioni- ben sistemato tu- in un mondo di cervelli- cervelli direi- (prima del tuo arrivo ero senza gas). Il mio liquido verde mi si intorbidisce nelle orecchie sento di perdere l'equilibrio- un albero- presto un albero dipinto di rosa come mi piace nel verde acido tenero come il rosa acido- politica dei nervi- politica interna dei nervi- guerre civili- C.I.A. Vivere con te. Vivere con te. Vivere con te. Sei uno scemo a piangere perché sono morta- bruciata viva in un incidente motociclistico- tu saprai che mi amavi”. [SP. “Le pays où tout est permis”, pp 23-24] 

Sophie Podolski aveva 21 anni quando si suicidò. Il libro che aveva scritto, disegnato, fantasticato, venne pubblicato dopo la sua morte, con una prefazione di Sollers, con cui aveva iniziato una intensa corrispondenza, e che lei aveva folgorato. Come ugualmente era stato folgorato Gérard Guégan (il futuro editore di JJA) che con commozione, molti anni dopo, ricorda i diversi incontri con lei giovanissima, attorno al '68, in gruppi e seminari- la sua lucidità, la sua incredibile lucidità. Fu lei a un certo punto a parlare a Guégan del Dialogo Psicanalitico apparso in quei tempi su Les Temps Modernes, firmato X. (X. era JJA, come dopo un po' si scoprì, anche se molto poco altro se ne sapeva, a parte le voci strampalate, o abbastanza veritiere, che correvano sul suo conto). Nel '74 o giù di lì, improvvisamente, questa figura mitica e misteriosa si materializzò alla sede della casa editrice. Mantello di cuoio nero fluttuante, barba alla spagnola, occhi brucianti. Parlò, a lungo, de omni re scibili (la sua famiglia, le sue traversie con psicanalisti psichiatri e sistema giudiziario, Hegel, Heidegger, la Bibbia...). Guégan dice che mimava Artaud- a me viene in mente Cagliostro, sublime impostore e vero mago. Da quell'incontro nasce l'idea di un libro- un anno più tardi fece pervenire un insieme discretamente caotico di testi, lasciando agli editori il compito di farne un qualcosa, scegliendo e ordinando a piacere loro.- Era una celebrità in incognito, anche se Guègan e Sorin avevano pubblicato per la prima volta una foto di lui (pieno di energia, magnetofono in mano e larghissimo sorriso, fra l'entusiasta e lo sprezzante). Guégan racconta una comparsa in pubblico davanti al tout Paris della cultura progressista, in un immenso atelier nero illuminato da ceri, con il pubblico illustre ammassato su seggioline o per terra (e le star sedute sul palco)- lui solo in piedi (riconosciuto da alcuni sulla base di quella foto) in mezzo a mormorii eccitati al suo apparire- attese che si facesse il silenzio per “attraversare a passo lento la folla estatica, ma una volta giunto alla fine della sala fece dietro front, e tornò indietro senza dire una parola” (non aveva con sè il registratore, viene aggiunto). 
Sophie Podolski era già morta.
“Le Pays où tout est permis de Sophie Podolski.- LE MANUSCRIT, L’ÉDITION TYPOGRAPHIÉE, 
LES DESSINS”, http://www.pileface.com/sollers/spip.php?article918&var_mode=calcul,  20 septembre 2009.
Sophie Podolski (Le Montfaucon Research Center), “ Le Pays où tout est permis”, Pierre Belfond, 1973.
Gérard Guégan, “Ascendant Sagittaire. Une histoire subjective des années soixante-dix”, Parenthèses 2001, pp. 164-169.
Iain McCalman, “The last alchemist. Count Cagliostro, Master of Magic in the Age of Reason”, HarperCollins 2003.
Laura Erber, “Por onde andou Sophie Podolski?”, 14.03.2016, 
http://www.blogdoims.com.br/ims/por-onde-andou-sophie-podolski.
Al Berto, “Lunario”, Azimut 2006 (1988). 


VII SHOAH (il sacrificio delle luci, del fuoco) 
Da una lettera di Naninga Lens:
“L'ultima intervista che ho fatto conteneva una nuova storia su JJ; vorrei condividerla con te. 
All'inizio degli anni '70 ci fu un blackout in Inghilterra. JJ comprò 10.000 candele e prese il primo traghetto per Londra insieme ad alcuni amici. All'arrivo, il mattino seguente, la prima cosa che lesse sul giornale fu che il blackout era finito- cercarono quindi di vendere le candele per strada. Giunse la polizia, dicendo che vendere candele per strada non era permesso; venne loro consigliato di rivolgersi a un negozio vicino, bruciato da poco, e vender lì le loro candele. Non furono in molti a comprarne, ma alla fine un mercante acquistò tutto quanto il loro stock. 
La persona che mi ha raccontato questa storia ha una foto di sé e moglie con le candele nel negozio, ma sfortunatamente JJ non vi compare”.
[Flore Abrahams, la seconda figlia di JJA, ha raccontato di come suo padre molto lungamente a lei bambina parlasse dell'Olocausto e del destino degli Ebrei, e di come molte molte volte vedessero assieme, su richiesta pressante di lui, 'Shoah']
Naninga Lens, lettera personale, 20-3-2016.
Claude Lanzmann, “Shoah”, Fayard, Paris, 1985.
David Grossman, “Vedi alla voce: amore”, Mondadori, 1988 (1986).
Viviane Teitelbaum's survey about anti-Semitism in Belgium, 20-09-2009,
(http://antisemitism-in-belgium.skynetblogs.be/archive/2009/09/20/viviane-teitelbaum-s-survey-about-anti-semitism-in-belgium.html). [v. la sezione sulla cattedrale dei Santi Michele e Gudula, con le sue vetrate antisemite- contro le quali a un certo punto pure JJA protestò].


VIII TI HO PORTATO SU UNA CIMA (luglio 1974) 
Un giudice ha incarcerato Michel Bernard, accusandolo di un banale furto (in prigione viene picchiato), e convocato JJA. Lui non si presenta, ma gli manda una lettera in cui gli OFFRE quell'altro mondo che non solo è possibile ma in parte già realizzato. 
Via dai fantasmi mortiferi, dalla fornace della Giustizia, verso un'altra scena- non con umiltà, ma con l'orgoglio insensato del piacere (“Michel Bernard e io, siamo un po' come Rimbaud e Verlaine”). Gli parla del desiderio della madre di lui, che ha voluto un figlio giudice, del Desiderio delle povere madri, con cui è possibile e necessario ri-unirsi e unirsi (“Io sono mia madre e mia figlia”) - e il figlio perduto è ritrovato; sua madre lo guarda, e noi vediamo lei che lo guarda, e lui vede la coppia che si ama. L'universo è pacificato, i conflitti tacciono, la coppia (JJA e il giudice) è la bisbismadre di tutto ciò- i discendenti sentiranno i suoni gioiosi, la lingua francese purificata (la lingua che è generatrice e negli scambi fra persone e nei libri in cui si depone)- una nuova razza; e la prigione della parola si è aperta. Una nuova razza. E la nascita di nuovi corpi, con/fusi, ibridi, mutanti- tutto prefigurato e avvicinato da questo rapporto che JJA e il giudice hanno saputo e voluto instaurare. 
“Ti ho portato su questa cima, fermati ancora un istante, guarda la pianura insignificante sotto, ti ho tenuto vicino a me- sei stato nel mio calore d'uomo. 
Ora puoi tornare nella pianura, scendere... non dimenticherai di avere guardato il sole negli occhi, ne custodirai la luce per me, e lei ti darà almeno conforto- vedi che ella non ti ha tradito, tu non la tradirai”. (Il resto è silenzio).
[La magia della parola e dell'amore. E la diversità fra questa visione dalla cima e la angosciata pianura senza nome (città senza nome) interminabilmente percorsa da Wallas ne 'Le Gomme' di Robbe-Grillet; o la visione di disgusto e orrore di Roquentin dalla collina di Bouville, poco prima di partire di là per sempre]. [Lo stesso Sartre che riuscirà a scrivere ne 'Le Mosche' la frase “la libertà mi è caduta addosso come un fulmine”].
lHaM, 'lettera al giudice', luglio 1974.
Alain Robbe-Grillet, “Le Gomme” (1954).
Jean-Paul Sartre, “La Nausea” (1938), 
“Le Mosche” (1943).
J.G.Ballard, “The Unlimited Dream Company”, Fourth Estate 2011 (1979).


IX LA STRADA DI DAULI 
A Dauli Edipo incontra un viandante, Laio, e il suo destino. Sorge una banale lite, l'altro muore. Edipo continua il suo cammino solitario, incontra la Sfinge e risolve l'enigma, la uccide, prosegue per Tebe dove otterrà il trono e la mano di Giocasta. Molto più tardi, durante una terribile pestilenza, l'oracolo di Apollo rivelerà la verità: Laio era il padre, sconosciuto a lui, di Edipo; Giocasta sua madre. Il duplice crimine di parricidio e incesto spinge Giocasta al suicidio, mentre Edipo si acceca, e lascia per sempre Tebe, distrutto. 
Molto molto dopo, Freud vide nella sorte di Edipo un riassunto dei fattori più originari alla base delle vicissitudini delle pulsioni umane. Lacan delinea, partendo da lì, un modello della instaurazione del primato del fallo, del nome-del-padre, della castrazione simbolica. Al mito di Edipo corrisponde il mito dell'analista, capace di condurre l'analysant a ripercorrere le tortuose e illusorie vie del suo desiderio, e raggiungere quel tanto di libertà e serenità che è concessa a un essere umano. 
Be', ci sono altre versioni della storia.
a) Huxley: marionette.
A Pala, l'isola utopica (destinata alla distruzione) dell'incontro fra sapienza occidentale e orientale, i ragazzi mettono in scena “Edipo RE”, uno spettacolo di marionette. 'E una follia e/o un trucco del potere pensare a un nesso fra 'crimine' e 'punizione', un banale omicidio (come in “Street Hassle”, la canzone di Lou Reed) non dà colpevolezza cosmica; un casuale giacere con la propria (ignota) 
madre non dà una contaminazione universale e rovinosa. La vita va costruita (può essere costruita) sulla gioia, sulla accettazione della sessualità propria e altrui, sul ripudio delle superstizioni. Questo scriveva l'Huxley delle 'Porte della Percezione', malato terminale di cancro.
(Lo spettacolo delle marionette era COMICO).
b) pagliacci.
Abrahams, che ha dedicato parecchie analisi al mito di Edipo, e all'EDIPO RE, mise in scena per le strade di Avignone nel 1972 un anti-Edipo recitato da pagliacci. (C'è una toccante foto di lui impegnato in una piazza, senza pantaloni, nello spettacolo). 'E stato tutto un malinteso, dicono i pagliacci che impersonano Edipo, Laio, Giocasta. Nessuno è morto, Edipo e Laio hanno scherzato e bevuto assieme, sulla strada di Dauli. E l'incesto con Giocasta: se anche? non è quello che tutti desiderano, e che dà mutua gioia a figlio e madre? che problema c'è, che problema ci può essere. Detto ridendo, sghignazzando, dai clown. Come le persone si sono fatte truffare- spinte a cercare il padre assente, il padre inadeguato, il padre morto, cercarlo nel mondo e negli studi degli analisti. Padre che non è mai stato assente, parricidio mai desiderato e tanto meno compiuto.-
Un po' come in 'Speculum' della Irigaray: il desiderio multiplo, perverso e non, simbolico e non. (E il godimento). 
lHaM, passim.
H.Bloom ed., “Sophocles' Oedipus Rex ”, Chelsea House 2007.
H.D.F. Kitto ed., Sophocles, “ANTIGONE, OEDIPUS THE KING & ELECTRA”, Oxford U.P. 2009.
Didier Anzieu, “Freud's Self-Analysis” (The International psycho-analytical library), Hogarth 
Press 1986 (1959). 
J. Lacan, “Scritti”, Einaudi 2002 (1966).
Aldous Huxley, “L'isola”, Mondadori 1998 (1962).
Lou Reed, “Street Hassle”, Arista Records 1978.
Sylvère Lotringer ed., Semiotext(e) n.3, “Anti-Oedipus. From Psychoanalysis to Schizopolitics”, 
Semiotext(e) Inc. 1977.
Luce Irigaray, “Speculum. L'altra donna”, Feltrinelli, 1975 (1974).


10 DEL NON SCRIVERE PER I FANTASMI
1. 
Nella prefazione ad “Amberes” (Anversa), composto ventidue anni prima della pubblicazione nel 2002, Roberto Bolaño dichiara di aver scritto per i fantasmi (perché solo loro hanno il tempo di ascoltare). Questo nell'isolamento e il vagare e la rabbia e la sconfitta e la infinita tristezza e il vano orgoglio e le inutili visioni, quegli anni della sua vita di cileno fuggito dal Cile del golpe, fuggito dal Messico, fuggendo- 'Anversa', meraviglioso e terribile atto di letteratura, 56 sezioni vagamente correlate, caratteri e frasi ricorrenti, crimini e campeggi, vagabondi e poesia, sesso vagamente sadomaso, marginali, poliziotti corrotti, un film proiettato su un lenzuolo steso fra due alberi nella pineta, persone che camminano lungo il mare, e una figura che si ripresenta: 
“...e le notizie dicono che Sophie Podolski è kaput in Belgio, la ragazza del Montfaucon Research Center (un odore non adatto a una donna)... (2. LA PIENEZZA DEL VENTO). 
L'inferno che verrà... Sophie Podolski si è uccisa anni fa … Adesso avrebbe 27 anni, come me.../ …. Una ragazza belga che scriveva come una stella … 'Adesso avrebbe 27 anni, come Me'... (7. IL NILO).” 
E, altrove, gli strazianti 'appunti per una anti-elegia a Sophie Podolski'; e, in 'Vagabondando per la Francia e il Belgio'- esilio e assurde storie d'amore e solitudine, gli infiniti ritorni nella diegesi della rivista di Marc Dachy, LUNA PARK- il trovare casualmente l'annuncio (passato) di un suo numero a venire, forse mai concretizzatosi, che avrebbe dovuto ospitare tutto il cast stellare di “Jean-Jacques Abrahams, Pierrette Berthoud, Sylvano Bussotti, William Burroughs, John Cage, e così via fino a Julia Nys, Henri Lefebvre, e Sophie Podolski” ( Henri Lefebvre è un ALTRO Henri Lefebvre da quello davvero esistito)- la ragazza che a volte gli è accanto sorride con irrisione, lui “sono tutti morti” pensa.
[Apuntes para una anti-elegía a Sophie Podolski
La primera noticia que tuve de ella la encontré en una
Antología publicada por Seghers que Mario compró en
La Librería Francesa de México principalmente por los
Poemas de Daniel Biga (Encore une fois je dis Chéri
Mais pour la première fois à un jeune homme
Combien de temps aura-t-il fallu?) cosas de ese estilo
Y además una guía de revistas y noticias de premios
Literarios y una pequeña lista de muertos: Roger Giroux
Nacido en 1925 Georges Henein nacido en 1914 Georges
Hugnet nacido en 1906 Emmanuel Looten nacido en 1908
Georges Ribemont-Dessaignes nacido en 1884 y Sophie
Podolski nacida en 1953 y muerta por suicidio el
29 de diciembre de 1974 una pequeña Anne Sexton para
Los editores de París aunque Seghers o alguno de sus
Empleados diga “habíamos decidido publicar estos
Fragmentos mucho antes de conocer la información de
Su muerte” y luego Sollers escribió algo que sirviera
De prólogo a la edición parisina de Le pays où tout
Est permis que ya había sido publicado en vida de Sophie
En edición facsimilar por el Montfaucon Research Center
Y alguien pudo cantar tal vez en otro país tal vez en
Otro lugar y así eludir el problema pero tú sabes
Hubiera sido casi lo mismo no es el clima ni los largos
Inviernos sexuales (se habla ahora de su fi jación anal
Y de las drogas que fl orecen entre sus palabras y dibujos)
El suicidio adolescente no empieza con ella los rostros
De sus ángeles se ríen del amor y para la poeta europea
El último gesto es la muerte así como para los parias
Es el exilio o ese corrido mexicano de la catatonia
Y todo se une y desune los ojos azules y los ojos negros
Podríamos escribir sagas de ciencia-fi cción
Tan sólo con escuchar y mirar y tocar las líneas de
Nuestras manos así que si todavía pienso que estoy lejos
De lo que he querido pues me equivoco completamente
Manito nuestro mejor recital ha sido nuestra ignorancia
Y “tal vez en otro lugar etcétera” me sirve de consuelo
Aquí en Port-Vendres descargando barcos pero mañana
En cualquier otro lugar ya no y la foto de Sophie Podolski
En un Art-Press escribe aún sobre una mesa llena de platos
Y papeles y ceniceros terriblemente cotidiana tan cerca
De esas imágenes aparentemente desordenadas que usamos en
El lugar de la memoria marginales todavía pudimos vagar
Por el valle los dos teníamos 21 años y a nadie olvidábamos
Y qué brisa más bella llega del Mediterráneo qué bellas
Muchachas detenidas a orillas del mar los límites mismos
De nuestros propios gestos 27 meses después
Hacia el país donde todo está permitido
Port-Vendres-Ville, marzo 1977]

2. 
I testi di Abrahams sono casuali, provvisori- messe a punto, messaggi, invocazioni, proposte, rivolti a un mutamento reale dello stato di cose presente (che è, pure, così carico del peso del passato); lo spirito dell'utopia- der Geist der Utopie- in azione; e il principio speranza. 
Allo scritto che perpetua l'isolamento fra individui, l'alienazione, la soddisfazione fantastica (“la scrittura non è che un messaggio d'oltretomba”) contrappone la Parola Detta, la Parola Viva. 
'Con SOSTITUZIONE intendo dire... che si tratta di agire sempre introducendo in un dato contesto una azione di sostituzione di qualcosa con qualcosa... Jakobson parla da qualche parte di switcher (operatori di sostituzione) della lingua; ma il punto è che NOI cambiamo noi stessi, che diventiamo degli switcher.- Ma la cosa più importante (la più rara) è prendere il rischio di apertamente mostrare che è proprio questo che noi siamo, e che riconosciamo questa fondamentale funzione agli altri rispetto alle precedenti scene omicide del passato dei loro antenati.- Qui si trova tutto il loro valore: sono vivi.
… 
Il Grande Switcher è evidentemente la Parola Detta.- Bisogna capire da vicino come siamo sopraffatti dal dileguarsi di questo enorme, formidabile potere.- 'E ciò che, nella teoria della comunicazione, è chiamato entropia, il parassitismo del RUMORE che ci viene rimandato dall'antica scena del soffocamento che il bambino (uno che fra tutti ci è più caro) ha subito- dal quale soffocamento dobbiamo pensare che ci chieda di strapparlo- essendo noi infine coloro che danno un nuovo nome al linguaggio; è il desiderio di chi soffoca di essere liberato da chi lo soffoca, dandogli un nome- è questo desiderio che legittima il successo della nostra impresa di sostituzione/ introduzione di questo nuovo discorso. 
Il linguaggio esiste dunque, non ci sono più morti- i suoi occhi eternamente aperti ci guardano- ci guardano perché noi facciamo vibrare l'aria.”
Roberto Bolaño, “Anversa”, Sellerio 2007 (2002). 
“Apuntes para una anti-elegía a Sophie Podolski”, pp. 34-35 in “GUTIÉRREZ: 
textos inéditos” ed. Andrés Braithwaite, Santiago de Chile 2005, 
http://letras.s5.com/ab070311.html.
JJA, “Voglio dire per sostituzione”, lHaM pp. 235-236.
Roberto Bolaño, 'Vagabondo in Francia e in Belgio', in “Puttane assassine”, Sellerio 2015 
(2001)
J.D.Dunn, “Window of the Soul. The Kabbalah of Rabbi Isaac Luria”, (1534–1572), WeiserBooks 
2008.
Allen Ginsberg, in “Collected Poems 1947-1997”, Harper Collins 2007: 
'Howl', 1955, pp. 134-142; 
'Kaddish', 1957-59, pp.217-236.
Chris Kraus, “I Love Dick”, Semiotext(e)/ Native Agents 1997.
Kathy Acker, “Empire of the Senseless”, Picador 1988.
Ryu Murakami, “Piercing”, Penguin Books 2007 (1994).
NOTA
JJA sta evidentemente per Jean-Jacques Abrahams; lHaM per Jean-Jacques Abrahams, “L'Homme au Magnetophone”, Le Sagittaire 1976.
Per chi si interrogasse su quale sia stato il mio METODO in questo lavoro:
Barthes, Leçon: Davanti al discorso nella ineluttabilità del suo potere l'operazione fondamentale è la frammentazione; e la digressione, l'excursus...
(Diversi dei testi cui si fa riferimento sono recuperabili su Internet).
TOC:
I IL LEONE.
II LA CAVERNA.
III SULLA NAVE DELLO SNARK.
IV SHEINELE (Julienne Francfort Abrahams). 
V I NOMI DI YAHWEH (19-12-73, Bruxelles).
VI SOPHIE PODOLSKI.
VII SHOAH (il sacrificio delle luci, del fuoco).
VIII TI HO PORTATO SU UNA CIMA (luglio 1974).
IX LA STRADA DI DAULI.
X DEL NON SCRIVERE PER I FANTASMI.
NOTA
Giacomo Conserva
Aprile-maggio 2016

(this having done they disappear, charging the land with names)










martedì 18 luglio 2017

Vincenzo Crosio, "Il kōan del ramo spezzato" (Aletti Editore, 2017; libgen- link cambiato per problemi del sito)






 “Io non ricordavo come Vincenzo fosse arrivato a Fudenji, ma ricordo ancora chiaramente lo sgomento che mi assalì quando, alle prime ore del mattino, nell’ombra della notte, scorsi il ramo spezzato della tuya ai piedi della porta...” (pag. 9)
F. Taiten Guareschi, abate di Fudenji

Una autobiografia trascendentale- come fu detto di due meravigliosi e terribili romanzi di Philip K. Dick: 'Scrutare nel buio' e 'Valis'. Supremamente veritiera, supremamente distorta; il mondo chiuso dove, come diceva Marco Aurelio, non c'è che la monotona ripetizione dello stesso- il 'se abbiamo fatto A allora dobbiamo fare B' della coazione interiorizzata- il rien à faire di Vladimiro e Estragone- vengono magicamente e sottilmente trasposti in un multiverso ove è possibile non solo cercare ma anche TROVARE il nuovo. Niente di più e niente di meno. No hidden catch, no strings attached: freedom.

“Adesso abito qui. Amo guardare il volo dei gabbiani e d’inverno il mare in tempesta. Il mio passato, quando ripenso al passato, mi appare lontano, molto lontano. Il mare in tempesta adesso mi appare lontano, è soltanto un fulmine in un mare in tempesta. Scorre tutto molto lontano mentre vedo volare i gabbiani e le barche dei pescatori che lentamente si allontanano dalla riva. Solo la voce di mio figlio quando mi chiama, interrompe il fragore dei ricordi. «Vieni dentro, papà, s’è fatta notte, vieni a letto…». È un caro figlio, come tante cose il prodotto di un sogno invocato, è il segno di un voto concesso,di una grazia concessa. Vado in giro nel mio villaggio vicino al mare, attraverso le viuzze dei borghi. Scruto le persone, è povera gente che porta sul volto le rughe di un antico destino. A volte mi fermo e qualcuno mi dice che ha un malore, s’è sparsa la voce che sono un bravo medico e che alla povera gente non faccio pagare. Spesso i muratori che gli ho levato il mal di schiena o gli ho guarito il figlio dalla febbre, mi regalano portandomela a casa una gradevole bottiglia di vino al posto dei soldi. Sorrido, ricordandomi che sono semplici e veri come gli indios delle Ande. Ecco, il mio nome è Oscar la Cayenna, mi chiamo Oscar la Cayenna.” (pag. 129- Ende)

[Un forte mal di testa e un dolore ai polmoni 17
Davanti alla Legge 20
La pietà di Dio ma non degli uomini 24
Trovare una soluzione non significa trovare un tesoro 31
Quante incomprensioni: è qui vicino 39
Da Milano ad Arequipa 45
La cosa più difficile? Mettere i ricordi nella valigia 52
Vedevo solo piante, enormi e dalle grosse foglie 63
Il Rettificatore 69
Milano, New York, Città del Messico, Lima 71
Un altro, lunghissimo, interminabile viaggio 79
Nel villaggio, in una capanna, da solo, sdraiato
su di una stuoia, in attesa di Juan Ramon 82
Il risveglio in un mattino dorato 86
Quale realtà stavo vivendo, quella della realtà
o quella del sogno? 92
Zazen sulle rive del grande fiume 95
Una mattina all’alba, la guerriglia venne al villaggio 100
La rapina al Banco Postal 105
Navigando a vele spiegate nel mondo dei sogni 110
Sulla Jeep guidata da Duarte 112
In una grande caverna dove vidi JehsusIncarri 116
Il ritorno a casa 120 ]
L’angelo dalle sette ali. Ritornando indietro
con la memoria a quand’ero bambino 124

NOTE 131 

(link cambiato per problemi tecnici)

sabato 15 luglio 2017

Vincenzo Crosio, "Ferlinghetti Bar" (Aelia Laelia, 1986; 75 pag,; libgen- link cambiato per problemi del sito)


http://gen.lib.rus.ec/book/index.php?md5=7DB63FD1CDA5A5ABC938C645EAF12120

Marverth, Koblinsky, Ovgor, Elisabeth Ann, punta Onckill, Gunnar T., Oniak, Sistema S.I.T., Pippock, Anastasio Peruda, Matteo Kopperwitz, l'Irmour, Lorely, the Bank for International Settlements, Vladimir Jacek, i Kuci, i nomadi Aramoch, Lu-Ku, la bellissima Olga Miller, Thomas, 
Astred, George Watson, il capitano FitzRoy...

I nomi e le storie si intrecciano

Pound, Leautreamont, Omero

A tremila miglia dal Bolivia Hotel dove centinaia e centinaia di antropi a quell'ora muoiono dal caldo e il caldo li rende nervosi sotto la tabella elettronica.
Appiccicati l'un l'altro in dolci amplessi e in interminabili racconti passano la vita in preda a tumultuosi rancori o in attesa della fine. Che qualcuno gli procuri una fine, perché non è possibile vivere tutta la vita in una gabbia, in una palla di vetro sotto la Grande Tabella memoria-segna- -tempo che sviluppa una temperatura media di 45 gradi Celsius che ripete all'infinito il tabacco cubano è il migliore del mondo...