La scrittura di Elvio Fachinelli è piena di dissidenze, a tratti autobiografica, semplice, poi ostica. Si tratta di frammenti clinici, tratti dall’esperienza interiore. Un ottuso psicoanalista potrebbe pensare a Fachinelli come a un’Autorità (l’apostrofo non servirebbe, Autorità è maschile). Un inquisitore catturarlo nelle maglie della psicoanalisi ufficiale. Non è Weiss, non avrebbe stroncato Svevo. Né Musatti, non avrebbe esercitato il ruolo di Padre pubblico. Si colloca a sinistra. Scandalo della stupidità di molti intellettuali che non possono pensare a uno psicoanalista libertario: filosofi Milanesi, gazzettieri Romani, sociologi Bolognesi, politologi Torinesi, sognanti saperi astratti, che dicano la verità oggettiva.
Se fosse vissuto ai tempi di Reich – il pensiero di Reich lo conosceva bene – avrebbe subito la medesima inquisizione, ma la qualità della scrittura polifonica lo avrebbe salvato.
Quando scriveva Fachinelli erano terminate le pagine oscure dell’IPA? Dopo che Jones aveva accolto la psicoanalisi ariana
mentre si preparava a espellere Reich. E ancora – certo meno gravi, ma
altrettanto autoritari – i rischi corsi da Melanie Klein, i silenzi
sulle dissidenze di Ferenczi, l’espulsione di Lacan.
Fachinelli
viveva a Milano nel tempo della liberazione, quando il parco Lambro era
più interessante della Statale. La sua critica a Reich è perfetta:
materialismo volgare, biologico, dialettico, engelsiano. Tesi, antitesi,
sintesi. Non materialismo storico. Il suo riferimento marxiano, secondo
me, non sono neppure i pedanti adorniani, che fanno le veci dei pedanti
oxoniani ai tempi di Bruno. Semmai Marcuse che, grato per l’ospitalità
ricevuta, rimane a Berkeley, comprende le inquietudini on the road, la poetica della beat generation
e le rivolte studentesche. Fachinelli scrive sul manifesto, quando la
psicoanalisi non era ormai più monopolio ideologico delle mentalità
chiuse e sofferenti dei baroni dell’IPA. Presenta Freud in modo
irreprensibile, mostrandone la piega.
«Cercava
in sé le tracce del banale, del comune a tutti, s’interrogava sui suoi
sbagli, sui suoi tic, sui suoi sogni, diremmo quasi sugli sbadigli della
mente vigile, sulle tendenze minime affioranti che una plurisecolare
abitudine alla idealizzazione di noi e del mondo ci ha indotto a
considerare le scorie, il residuo morto della nostra infanzia». (Su Freud, Adelphi, Milano 2012, p. 26).
Un
Freud estraneo a principi dormitivi, mitologie di scuola, ineffabile per
via della propria stessa dottrina paradossale. Maestro di singolarità, a
partire dalla propria autoanalisi.
Lettura trasversale, intertestuale, del corpus
freudiano. Scandisce la banalità delle letture canoniche – un primo e
un secondo Freud, un Freud energetico e uno ermeneutico, ecc., ecc. – e
mette in luce la confusione tra Freud e il dogmatismo di chi è supposto
sapere di psicoanalisi, o di chi è supposto giudicare quel supposto
sapere o di chi è supposto sapere scrivere di psicoanalisi, o di chi è
supposto giudicare chi sa scrivere di psicoanalisi (Gazzéttièri! Ripeteva instancabile, a quel tempo, Carmelo Bene).
Dedica La mente estatica a
Giuditta, moglie di Oloferne, eroina ebrea, che il Caravaggio fa
interpretare a una donna di nome Fillide, il nome di colei che aveva
cavalcato pubblicamente Aristotele, procurando vergogna e godimento allo
stagirita.
La mente estatica (Adelphi,
Milano) è un’opera speciale. 1989, anno delle morte di Fachinelli, nel
testo pagine che annunciano la prognosi infausta, l’amica medico sotto
l’arco di casa. Somiglia all’ultimo ciclo di lezioni di Foucault, 1984.
Qui, come là, i segni della malattia e della morte rendono il testo, non
tanto un testamento spirituale, quanto un libro che crea un legame
speciale col lettore: “caro lettore, adesso dirò cose che non ho mai
osato dire prima, qui si uniscono le mie opere e la mia persona, qui
quel che leggi è carne della mia carne, sangue del mio sangue, ora che
il mio organismo perderà le connessioni che mi identificano, che gli
danno senso come organismo. Qui organi senza corpo e corpo senza organi
si ritrovano. Frammenti liberati da ogni schema”.
Fachinelli usa l’arte della mimesi, il suo racconto è bio-autobiografico. Impegnato a dar vita al transfert, senza spiegarlo, il transfert si mostra, anche nel testo. Il giovane studente telepatico lo coinvolge in premonizioni, entrambi svolgono il percorso: l’analista e la persona che frequenta l’analisi. Anzi: l’analista, il giovane telepatico e il lettore. Comunità inoperosa, comparution. Una donna sogna la morte del padre, la sera una collega porta esami infausti, 1989, anno della sua morte.
Da
freudiano, Fachinelli si pone un problema tipico di Jung, che i
freudiani hanno cercato di evitare per il terrore di diventare mistici: la telepatia. Non così Joyce, scrittore freudiano, che, unico antecedente, si rivolge a Jung, come Fachinelli.
La
risposta di Fachinelli, meno convincente sul piano teorico, la si trova
disseminata nel racconto dei casi clinici. Ci sono due risposte di
Fachinelli alla telepatia, una teorica, l’altra relazionale. La
spiegazione teorica è la continuazione del meraviglioso delirio
kleiniano: la condizione perinatale, dove il bambino assiste alla scena
primaria dall’interno del corpo della madre, spettatore della
penetrazione del pene paterno. Poco convincente davvero, poco credibile,
disturbante, indimostrabile. Precisamente ciò che il moralismo
epistemologico scarterebbe come privo di senso. Per questa stessa
ragione interessante, stupefacente, meravigliosa! Cinquecentesca, piena
degli eroici furori.
Che piacere il primo saggio del Bambino dalle uova d’oro (Feltrinelli, Milano 1974)! Impara a creare, dal corpo proprio, dalle feci. Un humus
profumato che non ha finora potuto vedere. Finché è in posizione supina
può solo vedere il volto della madre che annusa. Ora può guardare,
toccare anche lui.
Porta il vasino a mammà, lei lo gratifica, conferma: “sì, è proprio così, hai visto che bello?”. Il bambino confermato
si appresta a manipolare il suo prodotto, quando l’espressione adulta
cambia. Cacca, bleah! La si butta nel vaso grande e si avvia lo
sciacquone: deiezione. Più tardi si domanderà: “Ora le maestre mi
fanno lavorare l’argilla, perché mammà non mi ha fatto lavorare la
merda?”. Alcuni di loro, gli ostinati, assumeranno in modo rigoroso le
condotte materne trasformando la vita in rituali igienisti, oppure
trasleranno su altri fronti le ritualizzazioni. Altri protesteranno
passivamente diventando encopretici, durerà un po’, poi passerà, anche
se alcuni di loro manterranno questa sorda protesta nei gesti coatti, o
nelle reazioni imprevedibili. Oggi li chiamano disturbi compulsivi,
iperattività, ma spiegando tutto col cervello.
Come
nel bambino, ormai già grandicello, figlio di un rottamatore obeso e di
una signora molto raffinata. Lei non sopportava i due maschi di
famiglia, così disgustosi. Per di più il bambino, non solo si sporcava a scuola, ma di tanto in tanto colpiva un suo compagno, senza intenzione,
in virtù della sua mole e dei movimenti inconsulti, imprevedibili. In
terza elementare aveva rotto il setto nasale a una bambina, la compagna
di banco, alzando le braccia, piegate, all’altezza delle spalle e
tirandole repentinamente indietro. La forza del gesto aveva incontrato
il volto della bambina che stava dietro di lui e il gomito si era
violentemente scagliato contro il nasino della piccola, procurandole
un’emorragia. Movimenti infantili coatti, organi senza corpo.
Oppure pazienti anancastici.
Come
in quel giovane che costringeva la sorella a lavarsi continuamente
perché sentiva la sua puzza, ribaltamento delle condotte etologiche che
attivano condotte e rituali sessuali a partire dagli odori emanati dagli
organi femminili nelle fasi d’estro. Paradosso del desiderio incestuoso
nascosto.
Fachinelli racconta dell’uomo che aveva reso il tempo reversibile (La freccia ferma,
L’Erba voglio, Milano 1979). Io lo immagino ebreo, in una città
cattolica come Milano, dove nessuno rispetta il Shabbath. Dove il sabato
è giorno lavorativo ed è impossibile, per un ebreo, seguire la Legge
fino in fondo. Immagino quest’uomo, che deve firmare un contratto, di
sabato, come si usa fare a Milano, non di domenica. La cattolica Milano,
ai tempi di Fachinelli, chiudeva offizi e magazzeni la domenica.
Che
dunque, il suddetto uomo, immagina di andare là, presso quell’ufficio,
firmare il contratto, ma poi rientrare a casa in retromarcia,
riprendendo gli atti firmati per rimetterli al loro posto e magari – per
forsennare il caso di Fachinelli – rimette l’orologio a posto,
alla stessa ora dell’uscita, per annullare completamente l’azione
attraverso la reversibilità temporale. Che meraviglia! Questo ti può
regalare l’analizzato quando c’è transfert, quando impari a smettere di
predicare e spiegare il mondo. Quando non lo consideri una fortezza da
espugnare.
Immaginiamolo, questo signore: ha inventato, a Milano, un espediente per rispettare il Shabbath, la reversibilità, La freccia ferma.
Il Shabbath, per lui, durerà qualche ora in più: la comparsa delle tre
stelle in cielo più il tempo speso per firmare il contratto.
Ma
che accade se, in una città cattolica come Milano, gli impegni del
sabato si ampliano e accumulano? Si tratta di spostare le lancette oltre
le ventiquattr’ore della domenica, fino al lunedì. Perché poi il tempo
si dilata, le otto del mattino diventano le dieci, le dodici, ecc. Si
tratta di passare da Newton ad Einstein, da Euclide a Rienman e
Lobacewskij. Oppure d’impazzire. Questa l’angoscia del compulsivo. Di
chi, per rispettare la Legge, si rende la vita impossibile. Pragmatica della nevrosi umana.
Gazzettieri
stalinisti, giudici di redazione e scrittura soffrono della medesima
patologia. Se si tratta di una donna, è ancor peggio, c’è una torsione naturale
ben più radicale. L’uomo, lo riconosce anche Freud, possiede una
propria singolare idiozia, la ricerca forsennata del Fallo lo spinge a
forsennare il tempo. Quale ferocia invece può rendere una donna così
stupefacentemente stupida?
In Claustrofilia l’analisi
è interminabile, ma certamente non nel senso banale che le persone
debbano stare in analisi a vita ripetendo una coazione circolare del
tipo: sono in analisi da vent’anni perché sono grave e sono grave perché
sono in analisi da vent’anni. Freccia ferma, ripetizione senza
differenza, circolo vizzito. Al contrario è il paradosso dell’analisi, l’essere nel claustrum significa entrare in un tempo altro, circolare, che premette la differenza nella ripetizione, Deleuze la chiamerebbe la piccola differenza.
Nella dialettica Padrone/Servo
il Servo toglie il padrone quando scopre che il proprio sapere è sapere
sul Padrone, che non conosce di sé ciò che conosce il servo. Si tratta,
come ci ha insegnato Losey, di una sottrazione erotica, un parziale
ribaltamento di Don Giovanni. Don Juan non affeziona le sue relazioni e
Leporello espone a Donna Elvira l’elenco di queste relazioni prive di
affetto. Leporello espone ciò che è inconsapevole anche a Don Juan. Nel
togliersi, lo manda all’inferno, al cospetto del Convitato di Pietra.
Scomparso il Padrone, il Servo diventa coscienza infelice, continua la
sua vita slegato.
Il
paradosso di Zenone serve all’ossessivo per non impazzire in un mondo
dove la dialettica Padrone/Servo è già tolta e non può essere
reversibile: siamo nell’assenza di Eros. Leporello, senza più Don Juan, si trasforma da guardone a guardiano, da osservatore di eventi a controllore di regolarità.
Si
tratta anche del paradigma epistemologico della psicologia, dalla
psicoanalisi all’Ego-Psychology, dalla sistemica al
cognitivo-comportamentale. L’eros che diventa pericoloso segna la fine
di ogni legame sociale.
Nel transfert
l’affezione reciproca dà vita a una spinta propulsiva: “una ripresa del
desiderio attraverso la regressione a una simbiosi”. Il transfert si
trasforma da forma di resistenza in accoglienza terapeutica, scambio
affettivo, grazie ai contributi di Ferenczi, noti a partire dagli anni
Cinquanta – grazie alla pubblicazione del Diario clinico da parte di Balint – e a quelli di Bion, che corregge l’idea kleiniana di identificazione proiettiva
in senso positivo. La freccia ferma ha una spinta propulsiva, si tratta
di dare alla relazione analitica una significazione, di istoriarla.
Anziché una fusione, l’analisi è relazione terapeutica, transfert. Un discorso libero indiretto per l’analista, uno stream of consciousness
per la persona che sta nella relazione analitica. Come istoriatore, il
terapeuta rimane appena a un grado di distanza dall’analizzante. I due
non si identificano, l’Einfühlung è sempre presuntiva, questione affettiva, certamente, tuttavia sublimata. La relazione terapeutica può essere concepita come gesto estetico senza prodotto artistico: produrre per produrre.
Di
qui l’attenzione di Fachinelli al tempo nell’analisi. Che significa
analisi interminabile? In primo luogo riguarda gli analisti, che, per
continuare a fare questo mestiere sui generis, non potranno mai considerarsi completamente analizzati. La pass,
come si ama definirla oggi, non è affare di riconoscimento
istituzionale e non esaurisce la necessità di continuare. Analogamente
la relazione terapeutica è un’infinita approssimazione, un avvicinamento
progressivo, ondulatorio, perciò anche parziale arretramento. Una
vibrazione, un plateau continuo d’intensità che non raggiunge mai il climax.
Gli
scritti di Fachinelli non sono mai soltanto di psicoanalisi. Connettono
l’analisi alla teoria critica, all’arte, alla letteratura. Contengono
note autobiografiche nel racconto dei casi clinici e nelle annotazioni
private. Le sensazioni sulla spiaggia che aprono La mente estatica
sono indimenticabili, l’analista e la persona sono parte di un percorso
di riflessione o di pratica che descrive. Due digressioni, l’una sul
possibile incontro tra Freud, Rilke e Lou Andreas-Salomé, l’altra
sull’Imperatore Giuseppe II d’Austria, sono due piccoli racconti di
finzione a sfondo storico.
Il giovane poeta che appare nello scritto di Freud Caducità (del 1915, ora nel volume VIII delle Opere) potrebbe essere stato Reiner Maria Rilke, l’amico silenzioso Lou Andreas-Salomé.
Che Lou Salomé e Rilke si conoscessero è noto. Salomé presentò Rilke a Freud, nel 1913. L’ipotesi che in Caducità Freud si riferisca a quell’episodio non è nuova. Originali sono le riflessioni di Fachinelli intorno a Caducità.
Freud sembra fare ai due – nell’ipotesi Rilke e Saolmé – un sermone
inascoltato a proposito della vita e della morte, in corrispondenza di
una dichiarazione della sofferenza del poeta di fronte a un mandorlo in
fiore.
Potrebbe
essere che, in qualche modo, il sermone abbia avuto l’effetto di
riattivare la creatività di Rilke, d’insegnargli che anticipare il lutto
durante la vita è melanconia. Invero il parallelismo tra questo
incontro e la crisi creativa di Rilke è asincronico: la crisi
s’interrompe con la prima delle Elegie duinesi, nel 1912, un anno prima dell’incontro con Freud. Il giovane poeta,
quando incontra Freud, è già fuori dal periodo di aridità. Perciò
l’intervento di Freud è “tardivo e inutile” (Fachinelli, p. 90).
Freud sbaglia, il poeta assume che nessun pensiero compensatorio possa consolare la morte (“Ogni cosa/ una volta una volta soltanto. Una volta e non più. E anche noi/ una
volta…”) (citato in Fachinelli, ivi, p. 90). Rilke predilige un lutto
folle, preveggente, non saggio e tardivo. Il lutto della singolarità,
non quello delle categorie.
Sono riflessioni che Fachinelli propone anche in La mente estatica. La coppia freudiana – analista/analizzato - destinata ai minuti particolari è il paradiso dei sognatori, lontano dalla riproducibilità tecnica.
Forse, secondo Fachinelli, la psicoanalisi trova le proprie radici
nella melanconia classica, sfatando il mito modernista della follia come assenza d’opera.
La crisi, non già la salute, è produttiva. La sofferenza per il destino
del mandorlo in fiore già mostra, agli occhi del poeta, il suo
trapassare. Un lutto antecedente, il mandorlo non più mandorlo, in senso generico, bensì esperienza estatica singolare.
Il dono dell’imperatore -
apparso sul “manifesto” nell’aprile 1989, alcuni mesi prima della
scomparsa – scrive di una questione che anche Foucault aveva trattato
nel libro La volontà di sapere. La psicoanalisi trasforma il
desiderio incestuoso nascosto in discorso, scriveva Foucault, però vale
solo per coloro che se la possono permettere. Per i poveri funzionerà l’assistenza sociale.
Fachinelli
ricorda i provvedimenti di Giuseppe II d’Austria a favore di
un’assistenza medica e psicologica gratuita per i poveri. In Freud la terapia del tipo usato da Giuseppe II è un riferimento ripetuto nel tempo in diversi scritti. Tuttavia il valore attribuito alla povertà dal fondatore della psicoanalisi viene mutando. Fachinelli riassume le opinioni di Freud prima del 1915 in questo modo:
«Il
povero si lascia sottrarre con fatica la sua nevrosi, perché essa gli
consente di reclamare quella pietà che gli uomini hanno negato al suo
bisogno materiale, assolvendolo dall’obbligo di combattere la sua
povertà lavorando». (Fachinelli, p. 93)
Di qui l’intervento sociale dello Stato liberale, ciò che oggi chiamiamo politiche di welfare.
Una posizione cinica. Atteggiamento borghese tipico di molti psichiatri
dell’epoca. Cinismo contemporaneo, ovvero disprezzo moralista e
reazionario della povertà. Riduzionismo psicologistico: i poveri sono
attaccati al loro sintomo isterico per fare sentire in colpa la società,
che in cambio gli darà il welfare.
In
seguito però, nel 1918, Freud dirà che le politiche sociali sono un
risveglio della coscienza, che il povero ha diritto all’assistenza
psicologica. Il discorso di Fachinelli si sviluppa tutto intorno ai nodi
dell’autoanalisi di Freud, collegando questo cambiamento sia agli
sviluppi dell’analisi sia al nuovo contesto storico. Il problema della gratitudine e quello del dono
sono al centro di questa riflessione. Lascio al lettore ripercorrere
questa complessa lettura, che chiama in causa l’opera di Didier Anzieu L’autoanalisi di Freud e la scoperta della psicoanalisi (Astrolabio, 1976).
Nell’interlinea
del testo, come in una lettura sovrapposta, vengono alla mente di nuovo
le riflessioni di Foucault sul potere e sulla morte. “L’azione benefica
(a favore della salus publica), scrive Fachinelli, diventa
un’azione in cui è in primo piano il potere assoluto sulla vita e sulla
morte”. In altri termini, Giuseppe II è il primo a interpretare
pienamente la modernità; periodo in cui, secondo Foucault, il potere si
sposta dal sovrano che infligge la morte verso l’anonimato del
potere/sapere, diffuso per mantenere in vita la riproduzione sociale.
Potremmo
dire che, grazie ad Adelphi, Fachinelli è ancora tra noi e ci stimola
con le sue riflessioni inesauribili e fedeli solo al pensiero. Non, come va di moda di questi tempi, al cervello, o al capo.
Chi sono gli altri psicoanalisti
contemporanei da studiare per portare avanti il pensiero di Fachinelli?
Félix Guattari, Julia Kristeva, Christopher Bollas, ma questa è un’altra
storia.
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