lunedì 18 novembre 2013
SULLA LEGGE 181: UN COMMENTO
[il testo della proposta di 'legge 181': https://www.facebook.com/groups/192739887518736/409215705871152/ ]
L'ho infine letta tutta e la trovo angosciante. Populismo piu' burocratismo, respiro culturale e umano zero, nessuna messa in discussione del concetto di normalita', malattia, guarigione (parole che tutte vanno intese fra virgolette), cancellazione di qualunque discorso sul ruolo spesso assolutamente distruttivo delle dinamiche familiari, una invenzione che trovo mostruosa (gli UFE, "utenti e famigliari esperti", con tanto di patentino e di paga- mi fanno irresistibilmente venire in mente gli "indigeni assimilati" di coloniale memoria). Notevole infine la mancanza di anche puri accenni alla situazione economico-sociale attuale, ai nuovi lager (i centri per immigrati), e cosi' via...
Ok, queste dunque sono le mie idee sull'argomento. Un po' di sana ideologia libertarian alla Szasz mi pare molto molto necessaria.
sabato 16 novembre 2013
Che differenza fa? [G.C., 1987]
ho visto
un volto che scompariva
beautiful
lake - (pond)
il volto
di F. si
allontana dalla finestra, in mezzo
a nebbia e
fuliggine & fredda aria di dicembre
non è
possibile far l'amore in tre
& come
era bella la sfilata-
nessuno ha
la colpa.
è: krasno
jezero
è: mittel
in das Meer
i suoni mi
si confondono nella testa,
le
immagini a poco a poco nascoste dalla foschia
che si
inserisce-
"devo
attraversare il vasto oceano",
"visitare
paesi e terre sconosciute".-
Andremo a
vedere il lago, il bel lago:
che
differenza fa?
giovedì 7 novembre 2013
(link) PIETRO BARBETTA: "Pensiero in rivolta/ Mario Galzigna- rivolte del pensiero" [Doppiozero, 9 agosto 2013]
Insieme con Alessandro Fontana, recentemente deceduto, quasi dimenticato, Mario Galzigna è tra i più affezionati allievi italiani di Michel Foucault. Le sue ultime imprese lo hanno visto tradurre e curare alcuni tra i più importanti corsi al Collège de France e, sopratutto, la nuova edizione della Storia della follia, che include una serie di inediti e fa di quest'opera oggi la migliore edizione esistente al mondo.
Rivolte del pensiero, uscito presso Bollati Boringhieri, è invece il suo libro più recente. René Magritte, Ronald Laing, Darcy Ribeiro, Antonin Artaud, Eduardo Viveiros de Castro sono tra le maggiori fonti ispiratrici del libro, come afferma lo stesso autore nel poscritto. Più che davanti a un saggio, nel senso classico di una trattazione lineare tematica e dimostrativa, immaginate di essere alle porte di una miniera, di un deposito pieno di pietre differenti, diversamente colorate, con differente malleabilità, durezza, dimensione. Oppure, se l'immagine della pietra evoca una certa durezza, in un giardino botanico (quello di Rio de Janeiro per esempio). Pietre, piante accomunate da una caratteristica fondamentale: l'essere preziose, l'essere antiche, l'essere istoriate. Non certo nel senso di avere valore economico specifico, indicato dal mercato e dagli esperti, piuttosto un valore affettivo che ti fa andare avanti e indietro nel tempo della modernità e nel tempo della tua propria vita.
Prima ancora di leggere il testo, già al titolo, poi confermato nella lettura, tendevo a renderlo attivo.
“Un pensiero in rivolta assume la fisionomia di un evento, evocando il respiro collettivo, i contesti e il tessuto di relazioni su cui agisce e dai quali è stato reso possibile.” (Galzigna, p. 40)
Queste Rivolte del pensiero sono pensiero in rivolta e da lì, tornado indietro, giungo al Camus del 1951, L'homme révolté, che aveva fatto discutere il mondo dell'esistenzialismo. La rivolta come caratteristica del soggetto, come soggettivazione e come molteplicità. Che si moltiplica, assume forme differenti, colorazioni, inquietudini, incertezze.
L'Unheimliche può connotarsi come una bambola che improvvisamente si anima.
Nell'immaginario psichiatrico uno psicotico duro, definizione che uno psichiatra un po' rozzo cerca di far passare riguardo a un paziente, si rivela all'autore come un pittore di valore. Un pensiero in rivolta ha un destino che lo mette ai margini dell'accademia, come accadde a molti di coloro che lo praticano, da Gregory Bateson a Gilles Deleuze. Il suo destino è cogliere il paradosso contenuto in ogni linearità, capovolgere il ragionamento, farlo circolare. Prendere posizione. Il sapere è prendere posizione.
Il primo capitolo si muove dentro l'esperienza di osservazione del mondo psichiatrico, l'uso pervasivo della diagnosi come strumento di catalogazione umana, di archivio della sofferenza o, come la definisce l'autore, cosalizzazione. Dove per descrivere è necessario anzitutto catalogare, trasformare un gesto storico in realtà assoluta.
Il secondo ci ricorda Ernst Jentsch, citato da Freud, che parla dell'Unheimliche come di un'incertezza intellettuale. Ciò che crea l'indecisione a proposito di qualcosa che non sappiamo se è vivo o privo di vita, dalle cere di Madame Tussauds ai moderni artisti di strada che attraggono bambini e adulti per le loro pose statuarie, che di tanto in tanto si muovono. Posture intellettuali, semi coscienti, “non riconducibili al mero orizzonte della spiegazione teoretica” (ivi, p. 62). Si tratta, per dirla con Magritte, “di cogliere la poesia e il mistero intrinseci all'immagine” (Magritte cit. in Galzigna, p. 65).
Poi arrivano le sintesi disgiuntive – ricordo un suo intervento al seminario permanente Bateson-Deleuze-Foucault, in cui sviluppò questo concetto a partire dall'Impero delle luci di Magritte – i cui riferimenti sono Ronald Laing, Darcy Ribeiro e la sua recente esperienza brasiliana tra i Guaraní.
Un testo sui libertini in cui, oltre a scrivere di qualche personaggio di Diderot (come Génistan e Rameau) si rammenta di un Sade mal inteso, più morale di coloro che credono di abbellire i libertini, che non cerca di salvarli, ma li rende terribili affinché le sue vittime li detestino: “...non conosco altri modi per riuscirvi che mostrarlo [il libertino] con tutto l'orrore che lo caratterizza” (Sade, cit. in Galzigna, p. 119).
Infine la grande passione letteraria di Galzigna: Antonin Artaud. Che significa affrontare il tema del gesto, del grido. In primo luogo una lettura doverosa e critica di Derrida, che su Artaud ha scritto assai. Poi il riferimento a René Allendy, allievo di Laforgue, dal quale fu analizzato, e seguace, via Laforgue, di Ferenczi. Con Allendy Artaud inizia un'analisi interrotta precocemente e disdegnata come intrusione. Tuttavia Artaud, come Joyce, manterrà un rapporto con la psicoanalisi che non dipende dalla cura, bensì dalla produzione artistica.
Lo stile di Mario Galzigna è quello dei grandi saggisti, costruisce concatenazioni inattese eppure significanti, uno stile adatto a creare concetti. Perché, da Deleuze in poi, il compito della filosofia non è più quello della coerenza argomentativa, del metodo step by step, ma ritorna a essere quello della concatenazione eroica bruniana. L'opera di Galzigna, non solo questo libro, ma i numerosi saggi che scrive, con particolare riferimento alla sua magistrale introduzione alla Storia della follia, è un esempio di stilistica del saggio. E, com'ebbe a dire un tempo Gilles Deleuze a proposito di Henry Miller, “Che invidia, vorrei anch'io scrivere come lui”
cfr 'gc/ Mario Galzigna: sintesi disgiuntive, totalità della realtà (Mario Galzigna, "Rivolte del pensiero. Dopo Foucault, per riaprire il tempo", Bollati Boringhieri 2013)'
http://gconse.blogspot.it/2013/07/gc-mario-galzigna-sintesi-disgiuntive.html
mercoledì 6 novembre 2013
ERRI DE LUCA: Notizie su Euridice [Agenda 2014 di Magistratura Democratica]
http://www.europaquotidiano.it/2013/11/06/larticolo-di-erri-de-luca-che-ha-fatto-infuriare-caselli/
Questo è l’articolo integrale di Erri De Luca, uscito con il titolo: «Notizie su Euridice»:
Euridice alla lettera significa trovare giustizia. Orfeo va oltre il confine dei vivi per riportarla in terra. Ho conosciuto e fatto parte di una generazione politica appassionata di giustizia, perciò innamorata di lei al punto di imbracciare le armi per ottenerla. Intorno bolliva il 1900, secolo che spostava i rapporti di forza tra oppressori e oppressi con le rivoluzioni. Orfeo scende impugnando il suo strumento e il suo canto solista. La mia generazione e scesa in coro dentro la rivolta di piazza. Non dichiaro qui le sue ragioni: per gli sconfitti nelle aule dei tribunali speciali quelle ragioni erano delle circostanze aggravanti, usate contro di loro.
C’è nella formazione di un carattere rivoluzionario il lievito delle commozioni. Il loro accumulo forma una valanga. Rivoluzionario non è un ribelle, che sfoga un suo temperamento, è invece un’alleanza stretta con uguali con lo scopo di ottenere giustizia, liberare Euridice.
Innamorati di lei, accettammo l’urto frontale con i poteri costituiti. Nel parlamento italiano che allora ospitava il più forte partito comunista di occidente, nessuno di loro era con noi. Fummo liberi da ipoteche, tutori, padri adottivi. Andammo da soli, però in massa, sulle piste di Euridice. Conoscemmo le prigioni e le condanne sommarie costruite sopra reati associativi che non avevano bisogno di accertare responsabilità individuali. Ognuno era colpevole di tutto. Il nostro Orfeo collettivo e stato il più imprigionato per motivi
politici di tutta la storia d’Italia, molto di più della generazione passata nelle carceri fasciste.
Il nostro Orfeo ha scontato i sotterranei, per molti un viaggio di sola andata. La nostra variante al mito: la nostra Euridice usciva alla luce dentro qualche vittoria presa di forza all’aria aperta e pubblica, ma Orfeo finiva ostaggio.
Cos’altro ha di meglio da fare una gioventù, se non scendere a liberare dai ceppi la sua Euridice? Chi della mia generazione si astenne, disertò. Gli altri fecero corpo con i poteri forti e costituiti e oggi sono la classe dirigente politica italiana. Cambiammo allora i connotati del nostro paese, nelle fabbriche, nelle prigioni, nei ranghi dell’esercito, nella aule scolastiche e delle università. Perfino allo stadio i tifosi imitavano gli slogan, i ritmi scanditi dentro le nostre manifestazioni. L’Orfeo che siamo stati fu contagioso, riempì di sé il decennio settanta. Chi lo nomina sotto la voce “sessantotto” vuole abrogare una dozzina di anni dal calendario. Si consumò una guerra civile di bassa intensità ma con migliaia di detenuti politici. Una parte di noi si specializzò in agguati e in clandestinità. Ci furono azioni micidiali e clamorose ma senza futuro. Quella parte di Orfeo credette di essere seguito da Euridice, ma quando si voltò nel buio
delle celle dell’isolamento, lei non c’era.
Ho conosciuto questa versione di quei due e del loro rapporto, li ho incontrati all’aperto nelle strade. Povera è una generazione nuova che non s’innamora di Euridice e non la va a cercare anche all’inferno.
Questo è l’articolo integrale di Erri De Luca, uscito con il titolo: «Notizie su Euridice»:
Euridice alla lettera significa trovare giustizia. Orfeo va oltre il confine dei vivi per riportarla in terra. Ho conosciuto e fatto parte di una generazione politica appassionata di giustizia, perciò innamorata di lei al punto di imbracciare le armi per ottenerla. Intorno bolliva il 1900, secolo che spostava i rapporti di forza tra oppressori e oppressi con le rivoluzioni. Orfeo scende impugnando il suo strumento e il suo canto solista. La mia generazione e scesa in coro dentro la rivolta di piazza. Non dichiaro qui le sue ragioni: per gli sconfitti nelle aule dei tribunali speciali quelle ragioni erano delle circostanze aggravanti, usate contro di loro.
C’è nella formazione di un carattere rivoluzionario il lievito delle commozioni. Il loro accumulo forma una valanga. Rivoluzionario non è un ribelle, che sfoga un suo temperamento, è invece un’alleanza stretta con uguali con lo scopo di ottenere giustizia, liberare Euridice.
Innamorati di lei, accettammo l’urto frontale con i poteri costituiti. Nel parlamento italiano che allora ospitava il più forte partito comunista di occidente, nessuno di loro era con noi. Fummo liberi da ipoteche, tutori, padri adottivi. Andammo da soli, però in massa, sulle piste di Euridice. Conoscemmo le prigioni e le condanne sommarie costruite sopra reati associativi che non avevano bisogno di accertare responsabilità individuali. Ognuno era colpevole di tutto. Il nostro Orfeo collettivo e stato il più imprigionato per motivi
politici di tutta la storia d’Italia, molto di più della generazione passata nelle carceri fasciste.
Il nostro Orfeo ha scontato i sotterranei, per molti un viaggio di sola andata. La nostra variante al mito: la nostra Euridice usciva alla luce dentro qualche vittoria presa di forza all’aria aperta e pubblica, ma Orfeo finiva ostaggio.
Cos’altro ha di meglio da fare una gioventù, se non scendere a liberare dai ceppi la sua Euridice? Chi della mia generazione si astenne, disertò. Gli altri fecero corpo con i poteri forti e costituiti e oggi sono la classe dirigente politica italiana. Cambiammo allora i connotati del nostro paese, nelle fabbriche, nelle prigioni, nei ranghi dell’esercito, nella aule scolastiche e delle università. Perfino allo stadio i tifosi imitavano gli slogan, i ritmi scanditi dentro le nostre manifestazioni. L’Orfeo che siamo stati fu contagioso, riempì di sé il decennio settanta. Chi lo nomina sotto la voce “sessantotto” vuole abrogare una dozzina di anni dal calendario. Si consumò una guerra civile di bassa intensità ma con migliaia di detenuti politici. Una parte di noi si specializzò in agguati e in clandestinità. Ci furono azioni micidiali e clamorose ma senza futuro. Quella parte di Orfeo credette di essere seguito da Euridice, ma quando si voltò nel buio
delle celle dell’isolamento, lei non c’era.
Ho conosciuto questa versione di quei due e del loro rapporto, li ho incontrati all’aperto nelle strade. Povera è una generazione nuova che non s’innamora di Euridice e non la va a cercare anche all’inferno.
martedì 5 novembre 2013
Attilio Mangano: FORME CONTEMPORANEE DI TOTALITARISMO
(RIPESCANDO UN MIO SCRITTO DI SETTE ANNI FA)
FORME CONTEMPORANEE DI TOTALITARISMO
C’è una storia novecentesca, di incontro-scontro fra psicanalisi e politica, che ha inizio con un’opera di Freud destinata a essere sempre più rivalutata nel tempo, Psicologia delle masse e analisi dell’io, e prosegue con una serie di percorsi di ricerca che si intrecciano, affiancando la sinistra politica, il marxismo in modo particolare. Qui è solo possibile accennare ad alcuni passaggi: il cosiddetto freudo-marxismo degli anni trenta e quaranta, Wilhelm Reich e “La rivoluzione sessuale", ma in seguito anche Lacan, sono ad esempio, pur nella loro diversità di impostazione, il punto di avvio. Quello che si va sedimentando non è affatto un percorso unico, anzi va incontro alle sue differenze, al formarsi di scuole di pensiero, e tuttavia non esime dalla costituzione di un sottofondo, quasi una vulgata, che trova la sua sintesi provvisoria nel famoso testo di Marcuse L’uomo a una dimensione (Einaudi, 1967), uscito alla vigilia del 1968 e divenuto un classico riferimento della nascente nuova sinistra.
La convinzione che la stessa democrazia politica delle società occidentali di capitalismo maturo sia un involucro formale che occulta in qualche modo i meccanismi profondamente autoritari di formazione del consenso e di allineamento del pensiero critico alle regole della società di massa, si incontra a suo modo con la vulgata comunista del Lenin di Stato e rivoluzione (non in Marcuse, certo, che ben conosceva la falsa coscienza di quel modello, basti ricordare il suo celebre libro sul Soviet Marxism, Guanda, Parma, 1968). È la storia di un modello estremista di cultura politica che va prendendo corpo e che non dipende più nemmeno dai testi di riferimento, ma dal costituirsi di un senso comune.
C’è anche una seconda storia per certi versi affine, ma diversa nel tipo di risonanza e di implicazioni, quella della filosofa Hannah Arendt e del suo famosissimo studio su Le origini del totalitarismo (Edizioni di Comunità, 1967), col suo modello interpretativo di fondo che accomuna nazismo e stalinismo come sistemi totali. È noto che da più parti è stata sollevata l’obiezione che non era possibile accostare due regimi ideologicamente diversi, uno “di destra” e l’altro “di sinistra”, senza prendere atto che lo studio della Arendt vuole appunto dare luogo ad una teoria politica del potere totale supportata da basi sociologiche e storiche. Per questo motivo il suo lavoro costituisce un classico esempio di equilibrio fra ricerca empirica ed elaborazione di un vero e proprio modello teorico, Lo scontro politico ed interpretativo che ne è disceso, al di là degli schieramenti iniziali da “guerra fredda”, non ha impedito il riconoscimento di fondo della credibilità stessa del modello. Se è vero che nella vulgata ne è derivata la contrapposizione fra democrazia e totalitarismo è altrettanto vero che il concetto stesso di totalitarismo si è associato alla definizione coniata dalla Arendt ed che è ormai inseparabile dal modello.
C'è infine una terza storia, altrettanto meritoriamente famosa e significativa, quella dei grandi studi di Michel Foucault sul paradigma del potere, condotto a più riprese e con correzioni e apporti diversi, ma centrato essenzialmente sul nesso fra potere e "relazioni" che lo compongono, un nesso strutturato da specifici "dispositivi” (si pensi a quello famoso del "sorvegliare e punire"). Anche in questo caso occorre distinguere fra la complessità del modello foucaultiano, in cui l'autore stesso si guarda bene dalla generalizzazione teorica e si interroga di continuo, e la formazione di una vulgata in cui il potere è sempre e per definizione totalizzante e totalitario. La sintesi più significativa del foucaultismo si è venuta costituendo come individuazione di un passaggio peculiare al potere sui corpi stessi e quindi sulla vita nel suo insieme (da qui la formulazione assai famosa di "biopolitica"). Senza che si possa attribuire a Foucault stesso una definizione netta di totalitarismo (al contrario, come forse non è noto a molti, lo studioso francese se ne guarda bene) la vulgata finisce invece con l'appropriarsi della formula.
Se si tiene conto di tutti e tre questi approcci e del loro intersecarsi si può capire meglio il tipo di orientamento che lo psicanalista freudiano (di scuola lacaniana) Massimo Recalcati ha provato a elaborare con la pubblicazione del volume da lui curato, Forme contemporanee del totalitarismo (Bollati Boringhieri, 2007), un volume da lui curato raccogliendo contributi critici di autori diversi e suddividendoli in tre parti (forme contemporanee del totalitarismo la prima, più centrata su questioni di metodo e di definizione; figure contemporanee del potere la seconda, legami totalitari la terza, come a voler distinguere fra esempi forniti dall'immaginario e esempi forniti a loro volta dal tipo di legami o relazioni di potere). Si tratta al tempo stesso di un modo per antologizzare i diversi contributi e di metterli in gioco rispetto al modello teorico stesso, con una operazione non priva di cautele e di distinguo, giustamente aperta e problematica nel suo insieme. Al punto che in fondo nella parte seconda uno degli autori, Giovanni Bottiroli, che si occupa di Teoria della Letteratura e di Estetica, dopo avere ampiamente spaziato sui grovigli interpretativi del foucaltismo, si chiede apertamente se sia davvero il caso di parlare di totalitarismo e non piuttosto di una particolarissima "dittatura del quotidiano", poichè infine "la vera minaccia proviene da una quotidianità che sigilla gli individui in una condizione aporetica". Non avrebbe senso rimproverare Recalcati di avere scelto un simile titolo, che egli per primo problematizza, consapevole dei possibili dilemmi che si aprono. Fin dal titolo della sua introduzione, "Totalitarismo postideologico" vuole esplicitare l'impegno a non ricadere nel conflitto delle ideologie e nel sinistrismo a tutti i costi. Se la grande lezione freudiana è stata quella di delineare un primo e decisivo approccio al totalitarismo come "ipnosi verticale centrata sulla figura del padre totemico" e la grande lezione della Arendt è stata quella di delineare "l'ideale ideologico" come "fondamento ultimo dei regimi totalitari storicamente determinati" si tratta ormai di prendere atto del nuovo passaggio di fine millennio, una sorta di rovesciamento dell'ipnosi, fino all'irruzione di un "oggetto di godimento svincolato da ogni legame con l'Ideale".
Per questo contano forse di più per Recalcati stesso gli exempla rispetto al dilemma teorico se il totalitarismo sia "immanente" alle società cosiddette democratico-liberali. Quel che conta è sottolineare, lacanianamente con Zizek, il "potere dell'oggetto" (dell'oggetto del godimento che anima il mercato del grande Altro). E dedica poi gran parte della sua introduzione alla questione dei casi esemplari, all'igienismo contemporaneo come emergere di una questione iperdisciplinare di controllo della salute da parte del super-Io sociale, anche quando questo igienismo assume magari le forme ingenue delle varie culture New Age. Oppure alla esemplare questione della "macchina" e del suo linguaggio, ritornando al caso classico della neo-lingua orwelliana o alla macchina stessa della civiltà dello spettacolo, con la sua legge dell'applauso e dell'audience, in cui l'assenso è preliminare come meccanismo identificatorio che abolisce il dissenso. A vario titolo sono esempi di "configurazione tendenzialmente paranoica di ogni forma di potere", soffermandosi acutamente sul brillante esempio di uno studio di Franco Romanò che sottolinea come sussista uno squilibrio strutturale tra la presunzione di immortalità del potere stesso e lo stato di insicurezza che comunque lo avvolge, quella insicurezza che magari esplode in casi paradossali come le storie di amanti marginali (Rodolfo di Asburgo e Maria Vetsera) o nel timore che figure isolate e impossibilitate a reagire (da Trotzky a Ezra Pound) possano mettere in crisi il potere stesso.
Se posso permettermi di esprimere a mia volta un indice di gradimento, credo che i lavori più significativi siano quelli della studiosa di filosofia della politica (e della Arendt stessa) Simona Forti (Il grande corpo della totalità. Immagini e concetti per pensare il totalitarismo) e quello già ricordato di Giovanni Bottiroli (Non sorvegliati e impuniti. Sulla funzione sociale dell'Iindisciplina). Il primo è una rivisitazione di grande respiro del dibattito filosofico politico con incursioni molteplici, fino a coniugare insieme la Arendt, Foucault e Claude Lefort, nessuna contrapposizione anzi solo se si leggono insieme "emergerebbe l'idea che il dominio totalitario, oscillando fra l'esaltazione della vera Umanità e la messa al bando di chi a quella non appartiene, miri a un duplice risultato, dagli esiti complementari: la produzione seriale di un materiale umano di scarto... e la realizzazione dell'ideale di una Iper-Umanità dall'altro". Ma proprio per questo sforzo di dare a Foucalt quello che gli appartiene, riconoscendone anche le contraddizioni, Bottiroli si caratterizza apertamente. Se si tratta di usare il richiamo al totalitarismo per sottolineare che la democrazia liberale è altrettanto totalitaria si va incontro ad una serie di inconvenienti per nulla secondari: è la tesi "scandalosa" (Simona Forti) del continuismo fra totalitarismo e democrazia, entrambi meri dispositivi di potere, quando invece "ciò che conta" è proprio "la diversità di funzionamento", è il paradosso dello stesso Foucault che parte dallo studio del potere come "relazione" e dei suoi "dispositivi" per poi ammettere che non si tratta di una teoria politica del potere stesso e concludere che " il potere non è omnisciente... Se abbiamo visto lo sviluppo di tanti sistemi di controllo, di tante forme di sorveglianza, è proprio perché il potere è sempre impotente". Ecco allora Bottiroli stesso che insinua che non solo "sorvegliare e punire" non è un paradigma ma siamo oggi in presenza di un vero e proprio dispositivo indisciplinare, col passaggio dai sorvegliati e puniti ai non sorvegliati e impuniti, che non è affatto un gioco di parole. Credo insomma che col passare degli anni, a differenza di quando nel 1982 Michael Walser (L'intellettuale militante, Il Mulino, 1991) accusava Foucault di sinistrismo infantile, che si contrappone a ogni forma di potere senza tener conto delle differenze tra potere democratico e potere totale, una rilettura attenta di Foucault porti più facilmente a scoprire la sua affinità con Hannah Arendt e a fare di lui un critico del totalitarismo e non della democrazia. Ma è qui appunto che la discussione dovrebbe ripartire, sbarazzandosi dei falsi continuismi e riscoprendo la dialettica fra potere e resistenza. E concluderne, con Bottiroli stesso, che "per ogni forma di pensiero legata alla relazione fra l'Uno e il Molteplice, cioè a una determinata versione della metafisica europea, esiste un preciso spazio di oscillazione e di ribaltamento, i cui confini sono determinati dalla complicità inconfessata tra gli opposti. L'Uno è necessariamente l'uno del molteplice... È questo il segreto che ogni rivolta della Moltitudine contro il Sovrano pretende di portare alla luce: la Moltitudine non differisce dal Sovrano, è sovranità che si ignora e che forse basterà portare a consapevolezza. L'onnipotenza del potere è in realtà impotenza".
domenica 27 ottobre 2013
(Lou was a good friend of mine)
he don't know just where he's goin'/
he is going to try for the Kingdom, if he can-
(the cold black sea won't have him, him, him/
the cold black sea'll wait forever)
and thru William S. Burroughs,
Brion Gysin-
hallowed be their name
mercoledì 23 ottobre 2013
Marta De Brasi: "Globalizzazione e salute mentale", Firenze 2001/ SEMINARIO ISTITUTO BLEGER A RIMINI IL 26-10 [Marta De Brasi: Il trauma dall'ambiente al gruppo interno]
Globalizzazione e salute mentale
Articolo presentato al Convegno World Psychiatric Association
MASS - MEDIA E SALUTE MENTALE
svoltosi a Firenze il 4 - 5 Ottobre 2001
Il tema di oggi sulla Globalizzazione e Salute Mentale, mi apre un ventaglio di interrogativi, tanto nella mia pratica come Psicoterapeuta così come Cittadina.
La Questione che ci convoca oggi è a mio avviso fondamentale, dato che con frequenza ravvicinata, realtà, fantasia e fantascienza, si avvicinano fino a toccarsi e a confondersi. Si sfumano le frontiere tra il pensabile e l’impensabile, tra i fantasmi (fantasie) e il reale. Sembrerebbe che le fantasie possono realizzarsi fino a far saltare (rompere) i limiti tra il sogno e la veglia; un mix di terrori notturni e diurni, sensazioni di disagio che abitano nei nostri corpi, che colpisce i nostri affetti e i rapporti con gli altri.
Della nostra vita quotidiana qualcuno diceva che assomigliamo di più al nostro tempo che al modello trasmesso dai nostri genitori. Imbricazione, interconnessione, tessuto inevitabile tra produzione di soggettività e contesto socio Ð politico, tra le culture e l’inconscio.
Più di 70 anni fa Freud in “Disagio nella civiltà” e nel “La guerra e la morte”, già ci segnalava le cause della delusione nel carattere ambivalente del dominio del tempo e dello spazio. Con l’aiuto della tecnica diceva che “l’uomo era diventato una sorte di un Dio Profetico”. Oggi quel Dio Profetico e infelice patisce di una sorte di delirio di onnipotenza.
Delirante - solitario che con una voracità cannibale vuole mangiarsi tutto e tutti.
“Il mondo si rivela oggi più globale di ieri nella sua instabilità e vulnerabilità”, scriveva Luigi Pintor il 12 Settembre scorso su “Il Manifesto”.
Oggi? Ieri? Domani? Questa linearità del tempo è precipitata , si è accorciata in un istante.
Come far luogo in noi stessi a questo modo di attualità?
I mostri con cui ci confrontiamo nella nostra clinica quotidiana, non sono solo prodotti delle fantasie, del delirio o di un sogno, sono anche effetti di un eccesso di realtà o di una sovrabbondanza di informazione, che possono provocare nel soggetto uno sgretolamento del sistema di identificazione nel centro della sua identità. Una rottura dei vincoli primordiali ed una perdita dei riferimenti e dei contatti di appartenenza.
Si manifesta o appare chiaramente una crescente vulnerabilità nei lacci sociali, uno dei cui effetti è “il predominio dell’individualismo negativo” come direbbe Robert Castel.
Nei miei ultimi due lavori, “L’Essere umano scartabile nel XXI° Secolo”, e “Mass Ð Media e Salute Mentale”, ho sviluppato più approfonditamente questi argomenti.
In una prospettiva clinica e psicopatologica, possiamo indicare che la contaminazione provocata da quegli eccessi, entrano a formare parte dell’ambito traumatico.
I soggetti toccati da queste perturbazioni transitano ai bordi dei diversi quadri psicopatologici. Difficile indicare di che soffrono o addirittura farli entrare dentro un quadro determinato.
Borderline, stati limite o disfumatura del limite. Vecchia o nuova nosologia si alterna per poter pensare in questa questione.
Oggi più di ieri il soggetto - il paziente - deve essere accolto e preso nel rapporto con il suo contesto, già che a partire di qua che possiamo fare una osservazione e comprendere da dove si nutrono quei mostri. La complessità è aumentata nel nostro lavoro psicoterapeutico.
Gli spazi ed ambiti dove ci tocca intervenire o esercitare il nostro mestiere, consiste a mio avviso nel collocare e dare forma a quello che irrompe, a quello che va oltre il limite.
Quello che ha perturbato, ostacolato e fatto vulnerabile il processo di crescita psichica e relazionale del soggetto o anche ha congelato e banalizzato i suoi vincoli con gli altri e se stessi.
La cornice per poter elaborare (metabolizzare) la sovraccarica e l’assorbimento degli stimoli, richiede da noi una rigorosità ed una attenzione minuziosa, nella costituzione di uno spazio Ð tempo, come condizione per lo svolgimento del processo terapeutico.
E’ una delle condizioni fondamentali, a mio avviso, per la emergenza di un senso di quello che sta accadendo nel rapporto. Vale a dire che possa essere pensato.
Dall’impensabile caotico al pensabile. Cioè che possa formare parte dell’arricchimento del soggetto, così rimangono le tracce dei suoi diversi divenire. Lo psichismo ha una limitata capacità di assorbimento di quello che apportano gli altri, il mondo circondante e il suo stesso mondo pulsionale. L’accelerazione del tempo, fa si che non ci si possa costituire lo spazio interno come luogo in cui rimangono le tracce dell’esperienza vissuta. Senza tempo, senza spazio, solo la precipitazione e il vissuto catastrofico. Bion ha dedicato molto a questo. Anche Pichon Rivière.
Ci sono molti orientamenti analitici che hanno sviluppato dopo Freud, gli effetti traumatici di questi eccessi, di questa eccessiva stimolazione.
Maria Torok (“La scorza e il nocciolo”), parla di un processo di introiezione difettoso nel soggetto, rimanendo tutta questa stimolazione (frammenti di immagine, sensazioni, etc.), solo al livello di una incorporazione produttiva di patologia. Vale a dire un corpo estraneo al quale si tratta di espellere attraverso atti sintomatici, delitivi o suicidari.
Tra l’altro, o in un altro piano, il processo di soggettivazione è un processo che si acquisisce durante tutta la vita del soggetto. Per la costituzione della sua identità è di fondamentale importanza lo sguardo e l’ascolto degli Altri significativi ad iniziare dai genitori, maestri, etc., vale a dire un Altro che riconosca questo processo.
Ma quando l’Altro si frantuma, si sfuma o semplicemente non c’è, questo processo di soggettivazione risulta difficoltoso. Prima o poi le fessure nella identità si trasformano in cratere.
E’ qui a mio avviso, che il vincolo terapeutico è fondamentale, come costruzione di un Altro la cui presenza, faccia da testimone di queste rovine. E’ qui che può avvenire un processo dove possa darsi una presa di coscienza, effimera, cambiante anche, su chi è Uno in funzione di un Altro. Una sorta di autorappresentazione dei propri desideri, del proprio corpo.
Ma come dicevo prima, quando tutto questo si trasloca, traballano i territori (interni ed esterni), tremano, provocando una forza di attrazione, dove si può precipitare nel vuoto. Deserto senza tracce. Pura angoscia.
Le “Nevrosi attuali” di Freud, erano solo questo. Pura attualità, senza tempo differito. Trauma puro. Emergenza e irruzione dell’irriconoscibile. Il “Perturbante” (famigliare ed estraneo), provocando una sensazione di irrealtà e di personalizzazione. Siamo di fronte al Panico. In questo caso la Coscienza del soggetto fa un tentativo per focalizzare l’origine dei diversi stimoli, provando ad identificarli. Succede qualche cosa di simile, come ad avere un relatore del telegiornale (questa volta interno) che constata passo a passo i disastri che stanno appunto accadendo nel corpo. Si direbbe che l’attacco (di panico) solo è temuto nel soggetto come apparizione.
Un primo passo come terapeuti sarebbe quello di fornire la possibilità per la costruzione di uno spazio, dove possa instaurarsi una distanza, cioè una alterità che faccia limite alla Massificazione (a situazioni di indifferenziazione) ed alla accelerazione del tempo. Dove possa rilanciarsi un percorso singolare.
Per ultimo, revisionare costantemente la nostra posizione come analisti o terapeuti, la nostra funzione, che ci permette di riflettere su alcuni degli effetti della Globalizzazione (quell’unico Dio di cui parlavo all’inizio), l’Unico Dio, l’Uno.
Resistere a questa tentazione autoritaria, ma anche alla massificazione. I limiti dentro i quali l’inconscio possa insistere alla sua maniera (nei sogni ad esempio, etc.).
Costruire un luogo dove la parola possa produrre nel suo dispiegamento temporale, l’invenzione della propria memoria.
[da PSYCHOMEDIA]
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Marta De Brasi: "Il trauma dall'ambiente al gruppo interno"
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Articolo presentato al Convegno World Psychiatric Association
MASS - MEDIA E SALUTE MENTALE
svoltosi a Firenze il 4 - 5 Ottobre 2001
Il tema di oggi sulla Globalizzazione e Salute Mentale, mi apre un ventaglio di interrogativi, tanto nella mia pratica come Psicoterapeuta così come Cittadina.
La Questione che ci convoca oggi è a mio avviso fondamentale, dato che con frequenza ravvicinata, realtà, fantasia e fantascienza, si avvicinano fino a toccarsi e a confondersi. Si sfumano le frontiere tra il pensabile e l’impensabile, tra i fantasmi (fantasie) e il reale. Sembrerebbe che le fantasie possono realizzarsi fino a far saltare (rompere) i limiti tra il sogno e la veglia; un mix di terrori notturni e diurni, sensazioni di disagio che abitano nei nostri corpi, che colpisce i nostri affetti e i rapporti con gli altri.
Della nostra vita quotidiana qualcuno diceva che assomigliamo di più al nostro tempo che al modello trasmesso dai nostri genitori. Imbricazione, interconnessione, tessuto inevitabile tra produzione di soggettività e contesto socio Ð politico, tra le culture e l’inconscio.
Più di 70 anni fa Freud in “Disagio nella civiltà” e nel “La guerra e la morte”, già ci segnalava le cause della delusione nel carattere ambivalente del dominio del tempo e dello spazio. Con l’aiuto della tecnica diceva che “l’uomo era diventato una sorte di un Dio Profetico”. Oggi quel Dio Profetico e infelice patisce di una sorte di delirio di onnipotenza.
Delirante - solitario che con una voracità cannibale vuole mangiarsi tutto e tutti.
“Il mondo si rivela oggi più globale di ieri nella sua instabilità e vulnerabilità”, scriveva Luigi Pintor il 12 Settembre scorso su “Il Manifesto”.
Oggi? Ieri? Domani? Questa linearità del tempo è precipitata , si è accorciata in un istante.
Come far luogo in noi stessi a questo modo di attualità?
I mostri con cui ci confrontiamo nella nostra clinica quotidiana, non sono solo prodotti delle fantasie, del delirio o di un sogno, sono anche effetti di un eccesso di realtà o di una sovrabbondanza di informazione, che possono provocare nel soggetto uno sgretolamento del sistema di identificazione nel centro della sua identità. Una rottura dei vincoli primordiali ed una perdita dei riferimenti e dei contatti di appartenenza.
Si manifesta o appare chiaramente una crescente vulnerabilità nei lacci sociali, uno dei cui effetti è “il predominio dell’individualismo negativo” come direbbe Robert Castel.
Nei miei ultimi due lavori, “L’Essere umano scartabile nel XXI° Secolo”, e “Mass Ð Media e Salute Mentale”, ho sviluppato più approfonditamente questi argomenti.
In una prospettiva clinica e psicopatologica, possiamo indicare che la contaminazione provocata da quegli eccessi, entrano a formare parte dell’ambito traumatico.
I soggetti toccati da queste perturbazioni transitano ai bordi dei diversi quadri psicopatologici. Difficile indicare di che soffrono o addirittura farli entrare dentro un quadro determinato.
Borderline, stati limite o disfumatura del limite. Vecchia o nuova nosologia si alterna per poter pensare in questa questione.
Oggi più di ieri il soggetto - il paziente - deve essere accolto e preso nel rapporto con il suo contesto, già che a partire di qua che possiamo fare una osservazione e comprendere da dove si nutrono quei mostri. La complessità è aumentata nel nostro lavoro psicoterapeutico.
Gli spazi ed ambiti dove ci tocca intervenire o esercitare il nostro mestiere, consiste a mio avviso nel collocare e dare forma a quello che irrompe, a quello che va oltre il limite.
Quello che ha perturbato, ostacolato e fatto vulnerabile il processo di crescita psichica e relazionale del soggetto o anche ha congelato e banalizzato i suoi vincoli con gli altri e se stessi.
La cornice per poter elaborare (metabolizzare) la sovraccarica e l’assorbimento degli stimoli, richiede da noi una rigorosità ed una attenzione minuziosa, nella costituzione di uno spazio Ð tempo, come condizione per lo svolgimento del processo terapeutico.
E’ una delle condizioni fondamentali, a mio avviso, per la emergenza di un senso di quello che sta accadendo nel rapporto. Vale a dire che possa essere pensato.
Dall’impensabile caotico al pensabile. Cioè che possa formare parte dell’arricchimento del soggetto, così rimangono le tracce dei suoi diversi divenire. Lo psichismo ha una limitata capacità di assorbimento di quello che apportano gli altri, il mondo circondante e il suo stesso mondo pulsionale. L’accelerazione del tempo, fa si che non ci si possa costituire lo spazio interno come luogo in cui rimangono le tracce dell’esperienza vissuta. Senza tempo, senza spazio, solo la precipitazione e il vissuto catastrofico. Bion ha dedicato molto a questo. Anche Pichon Rivière.
Ci sono molti orientamenti analitici che hanno sviluppato dopo Freud, gli effetti traumatici di questi eccessi, di questa eccessiva stimolazione.
Maria Torok (“La scorza e il nocciolo”), parla di un processo di introiezione difettoso nel soggetto, rimanendo tutta questa stimolazione (frammenti di immagine, sensazioni, etc.), solo al livello di una incorporazione produttiva di patologia. Vale a dire un corpo estraneo al quale si tratta di espellere attraverso atti sintomatici, delitivi o suicidari.
Tra l’altro, o in un altro piano, il processo di soggettivazione è un processo che si acquisisce durante tutta la vita del soggetto. Per la costituzione della sua identità è di fondamentale importanza lo sguardo e l’ascolto degli Altri significativi ad iniziare dai genitori, maestri, etc., vale a dire un Altro che riconosca questo processo.
Ma quando l’Altro si frantuma, si sfuma o semplicemente non c’è, questo processo di soggettivazione risulta difficoltoso. Prima o poi le fessure nella identità si trasformano in cratere.
E’ qui a mio avviso, che il vincolo terapeutico è fondamentale, come costruzione di un Altro la cui presenza, faccia da testimone di queste rovine. E’ qui che può avvenire un processo dove possa darsi una presa di coscienza, effimera, cambiante anche, su chi è Uno in funzione di un Altro. Una sorta di autorappresentazione dei propri desideri, del proprio corpo.
Ma come dicevo prima, quando tutto questo si trasloca, traballano i territori (interni ed esterni), tremano, provocando una forza di attrazione, dove si può precipitare nel vuoto. Deserto senza tracce. Pura angoscia.
Le “Nevrosi attuali” di Freud, erano solo questo. Pura attualità, senza tempo differito. Trauma puro. Emergenza e irruzione dell’irriconoscibile. Il “Perturbante” (famigliare ed estraneo), provocando una sensazione di irrealtà e di personalizzazione. Siamo di fronte al Panico. In questo caso la Coscienza del soggetto fa un tentativo per focalizzare l’origine dei diversi stimoli, provando ad identificarli. Succede qualche cosa di simile, come ad avere un relatore del telegiornale (questa volta interno) che constata passo a passo i disastri che stanno appunto accadendo nel corpo. Si direbbe che l’attacco (di panico) solo è temuto nel soggetto come apparizione.
Un primo passo come terapeuti sarebbe quello di fornire la possibilità per la costruzione di uno spazio, dove possa instaurarsi una distanza, cioè una alterità che faccia limite alla Massificazione (a situazioni di indifferenziazione) ed alla accelerazione del tempo. Dove possa rilanciarsi un percorso singolare.
Per ultimo, revisionare costantemente la nostra posizione come analisti o terapeuti, la nostra funzione, che ci permette di riflettere su alcuni degli effetti della Globalizzazione (quell’unico Dio di cui parlavo all’inizio), l’Unico Dio, l’Uno.
Resistere a questa tentazione autoritaria, ma anche alla massificazione. I limiti dentro i quali l’inconscio possa insistere alla sua maniera (nei sogni ad esempio, etc.).
Costruire un luogo dove la parola possa produrre nel suo dispiegamento temporale, l’invenzione della propria memoria.
[da PSYCHOMEDIA]
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Marta De Brasi: "Il trauma dall'ambiente al gruppo interno"
Solo su invito · (Leonardo Montecchi)
26-10-2013
h 9-13 Rimini, presso RM 25, corso d'augusto 241
Seminario della scuola Bleger
Il seminario e' gratuito si richiede l'interesse
al tema.
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